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Il sistema solare

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Illustrazione di Agrin Amedì
Non li sopporto. Così falsi con quelle facce tristi costruite ad arte. I peggiori sono quelli che vogliono conoscere i dettagli per soddisfare la loro curiosità morbosa. Una folla di gente che conosco appena e che mi ha fissato tutto il tempo chiedendosi perché io non piangessi al funerale. Al diavolo tutti quanti.

Non li sopporto. Così falsi con quelle facce tristi costruite ad arte. I peggiori sono quelli che vogliono conoscere i dettagli per soddisfare la loro curiosità morbosa. Una folla di gente che conosco appena e che mi ha fissato tutto il tempo chiedendosi perché io non piangessi al funerale. Al diavolo tutti quanti.
Mi sono rintanato in soffitta, in mezzo alla polvere e ai vecchi mobili. Almeno qui le loro stronzate arrivano solo come un rumore di fondo e poi la penombra aiuta un po’ a nascondere questo mondo che funziona alla rovescia. 
Mi tengo il polso, le nocche sanguinanti, ci soffio sopra. Inutile. Ma è il muro che ha avuto la peggio. Quasi lo abbattevo. «Povero bambino» «Così piccolo» «Così pieno di vita» «Fatevi forza». Fatevi forza un cazzo! «Ora è un angelo e ci guarda dal cielo», e il povero muro si è beccato il pugno che avrei voluto dare all’idiota che l’ha detto.
Nessuno conosceva mio fratello Luca come me. Se davvero adesso ci stesse guardando da lassù, ci prenderebbe tutti per il culo. A modo suo, senza tutte le mie parolacce. Per quelle si faceva pagare ogni volta 50 centesimi, peggio di un agente delle tasse. Ne approfitto, ora che non c’è.
Vorrei piangere, ma non ci riesco. Sento un peso che mi schiaccia, lo sento su di me e da dentro, come un fiume in piena che preme contro una diga.
Poi vedo un piccolo astronauta disegnato su uno sfondo blu scuro che spunta fuori da uno scatolone pieno di giocattoli più vecchi dei ricordi che portano con sé. Mi avvicino e tiro fuori la confezione. “Il sistema solare.” In caratteri enormi. E poi: “Il gioco ideale per esplorare lo spazio e scoprire tutto sull’astronomia.”
Saranno più di due anni che il gioco ideale è finito quassù. Praticamente da quando Luca lo comprò. Prima della malattia. Aveva sette anni e io il doppio di lui. Vivevamo già da soli con nostra madre. I nostri padri, diversi, si erano dimostrati due autentici campioni. «Dal punto di vista statistico» aggiungerebbe Luca; mi sembra quasi di sentirla quella sua vocina. Il mio, da ubriaco professionista, si dimenticò di me al centro commerciale quando ero piccolo. Il suo, che non beveva, un giorno disse che andava a comprare le sigarette e da allora non lo vedemmo più. Non fumando, poteva almeno pensare a una scusa migliore. Nostra madre rimase sola. Per quanto fosse una pena vederla seduta in poltrona a guardare la tv, tra l’altro spenta, non me la sentivo di incoraggiarla a cercarsi un terzo campione statistico. Non era molto brava a sceglierseli, per dirla tutta.
Un giorno Luca si fece accompagnare a questo negozio di giochi da tavolo che aveva visto sulla strada della scuola. Strano, pensai. Perché non un videogioco? Lui era un talento naturale, ancora mi rode per come mi faceva il culo a Fifa con quelle manine che si muovevano veloci sul joypad. A volte mi lasciava pure vincere, secondo me per pietà. Che il calcio poi nemmeno gli piaceva. Lui amava i giochi di ruolo, dove era sempre un elfo con i poteri magici. Insomma, quel giorno lo accompagnai e non gli feci troppe domande, anche se si capiva che aveva in mente qualcosa. Quando però si mise a cercare tra i giochi educativi cominciai a incuriosirmi sul serio. Per noi quelli erano sempre stati roba da regali della zia Maina. Che poi il suo nome era Gioia ma, beh, noi la chiamavamo così. Bisogna correggerli certi abbagli dell’anagrafe. 
Alla fine Luca scelse “Il sistema solare”, con aria vivamente soddisfatta. Avrei voluto continuare a mostrarmi scarsamente interessato, con disinvoltura, ma non potei fare a meno di chiederglielo.
«E che cazzo ci devi fare?»
Nessuna risposta. Amava troppo l’effetto sorpresa. Si limitò solo a fissarmi con gli occhietti vispi, il sorrisino scaltro e la manina tesa.
«Sei uno strozzino!» gli dissi, dandogli i 50 centesimi.
«Perché non ne dici un’altra che mi ci compro le batterie?»

Mi viene da ridergli in faccia come allora, invece di piangere come dovrei. Ma la pressione su quella diga è forte. 

Arrivati a casa si mise a fare ordine, sotto il mio sguardo stupito. Sistemò la nostra cameretta e poi passò al salotto.
«Ma vuoi diventare un astronauta o una signora delle pulizie?» gli chiesi divertito mentre era tutto indaffarato. Alla fine aprì la scatola del gioco educativo e montò il sistema solare sul tavolo del salotto, con la grossa palla gialla illuminata al centro e tutte quelle più piccole che ruotavano intorno, spinte da un rumoroso motore di plastica. Dopo averlo provato smise subito di giocarci e poi strappò un foglio dal bloc-notes dove scrisse i nomi dei pianeti. Completò la scena con un libro di astronomia messo di lato in bella mostra. 

Luca amava leggere, ogni volta che poteva, anche di notte con la torcia sotto le lenzuola mentre io… io facevo tutt’altro. Quando non giocava con le macchinine o la playstation, aveva sempre un libro tra le mani, in genere un romanzo fantasy ma, se era utile ai suoi scopi, anche un premio letterario o un libro di scienze. 

Si accorse che lo stavo guardando e finalmente decise che era il momento di illuminarmi.
«Non ricordi che giorno è oggi?»
Andai a controllare il suo calendario dei Simpson appeso alla parete. Come immagine di novembre c’era Homer che mangiava ciambelle nascosto in un bidone di rifiuti tossici. Vidi la nota che Luca aveva scritto a matita sotto il giorno 4: Rovazzi ore 18!
«Ca… spita!» Sulla dottoressa Rovazzi, assistente sociale e donnone ad alto tasso di acidità, mi risparmiavo le correzioni dell’anagrafe per quello che mi sarebbero costate. Odiava nostra madre e ci aveva messo “sotto osservazione” intensificando le visite.
Cominciai a capire cosa aveva in mente quel genielfo.
 
Il sole sta tramontando. Forse dovrei accendere almeno una lampadina. Cerco dei fazzoletti di carta, non si sa mai. 

La dottoressa Rovazzi arrivò puntualissima, varcando l’ingresso con la grazia di un autotrasportatore Iveco, proprio come il modellino con cui Luca giocava in suo onore. La circumnavigai per aiutarla a togliere il cappotto e lei fece un giro della casa ispezionandola con cura in cerca di difetti.
Si trattene poco con nostra madre, che nonostante la stanchezza dopo il turno lungo al Conad ce la metteva tutta per mostrarsi gentile e ospitale. Naturalmente la Rovazzi non se la beveva, lei doveva indagare e, per farlo come si deve, decise di torchiare noi. Fu allora che notò il sistema solare montato sul tavolo.
«Ma quello…» disse con un lampo di interesse nello sguardo.
«Mi scusi.» Luca le si piazzò davanti, sembrava un minuscolo elfo scalatore pieno di coraggio ai piedi di una montagna minacciosa. «Ho dimenticato di metterlo a posto. Ma… stavamo giocando e abbiamo perso la cognizione del tempo.»
La cognizione del tempo. 7 anni. Che faccia di bronzo.
«Non preoccuparti piccolo» disse la montagna, con un tono più dolciastro e appiccicoso di uno sciroppo per la tosse. «Vedo che avete seguito il mio consiglio, il gioco come occasione di apprendimento e confronto, per passare il tempo insieme in modo intelligente.»
«Sì,» commentò prontamente lo scalatore «la mamma me lo ha regalato per il compleanno e Matteo mi sta insegnando i nomi dei pianeti».
«Ehm… sì» dissi, un po’ in imbarazzo e col terrore che la Rovazzi mi interrogasse davvero sull’argomento. Chi se li ricordava i nomi dei pianeti?
«Sa…» Luca la guardò con gli occhi pieni di ammirazione. «Un giorno vorrei imparare tutte le cose che sa lei.»
Piccolo elfo scalatore e leccaculo.
«Come sei caro» La montagna sembrava così commossa che stetti sul punto di intervenire per salvarlo dal pericolo valanga. Se lo avesse stretto tra quelle braccia ne avrebbe fatto un piccolo elfo-sottiletta. Per fortuna si ricompose e si limitò ad accarezzargli i capelli.
«Oggi ho visto grandi progressi. Continuate così.»
Fu la prima volta che sorrise a mia madre.

Quella sera, dopo gli smarties e il fruttalat alla fragola (bleah!) che Luca aveva preteso come premio per quello show ispirato da uno dei suoi libri, ci giocammo davvero al sistema solare, tutti insieme come avrebbe voluto la Rovazzi.
“Occasione di apprendimento.”
“In modo intelligente.”
“Grandi progressi.”
Le facevamo ancora il verso mentre nostra madre, sforzandosi di non ridacchiare, ci implorava di fare i bravi. Ce ne restammo per un po’ a guardare quel moto planetario un po’ incerto, con Luca che mi aiutava a identificarli tutti, da Mercurio a Plutone. In fondo, con tutti i nostri casini, eravamo felici.
«Fa schifo! Dovrebbero ruotare anche su se stessi!» disse all’improvviso. E, senza aggiungere altro, lo smontò e lo ripose nella scatola. Era fatto così, mio fratello. 

Controllo che le batterie, regolarmente pagate con le mie parolacce, funzionino ancora. Mentre cala il buio ricostruisco il sistema solare al centro del pavimento. Lo metto in funzione. Il sole è una sfera luminosa. I pianeti disegnano con i loro contorni ombre in movimento sulle pareti del soffitto. Ripenso a quella sera, tra le tante, e la diga crolla. E piango. Piango. Piango, finalmente. 

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