Condividi su facebook
Condividi su twitter

Allenamento

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
È una prima volta perenne, un nuovo inizio e una sfida che ogni giorno devo raccogliere. Vorrei sentirmi preparato e, a essere onesto, lo sono.

È una prima volta perenne, un nuovo inizio e una sfida che ogni giorno devo raccogliere. Vorrei sentirmi preparato e, a essere onesto, lo sono. Mi alleno a lungo, alzo l’asticella, chiedo così tanto a me stesso che a volte mi dico se non dovrei imparare a perdonarmi, a esercitare clemenza verso me stesso, quella roba buddhista della compassione, della gentilezza compassionevole, che uno può fargli schifo che sembra la pena che proviamo per il mendicante al semaforo ma no, è proprio la cosa di sentire il dolore dell’altro e risuonare con affetto, patire-con, vabbè, in ogni caso tipo perdonarsi per le proprie inevitabili imperfezioni umane. Io vorrei tanto riuscirci e, a guardare da una certa prospettiva, potete dire che lo faccio, perché allenarsi così duramente, tante ore al giorno, sempre sul filo dell’errore, significa sbagliare millemila volte e se ogni volta che sbagli ti crocifiggi alla fine della giornata ti fai la doccia nel Betadine che disinfetta bene, per carità, ma poi col cavolo che viene via e allora giù con un’altra doccia per togliere il marrone Betadine, che ti devi pure sfregare un casino, e quindi hai già fatto una prima doccia, intendo una doccia pre-Betadine, perché ovviamente prima di spargere il Betadine devi lavare bene le ferite da crocifissione. Insomma la prima doccia, poi la doccia disinfettante che però ti colora e poi la doccia decolorante che ti profuma anche. Voglio dire, spietatezza verso sé stessi significa tre docce al giorno e sei se fai due sessioni separate di esercizio, prima di pranzo e dopo pranzo, son sei docce che è un boato di acqua consumata, vuol dire andare contro lo spirito del secolo e ti tocca pure passare tantissimo tempo nel box doccia e magari in quella giornata non mi va e posso dire con una certa onestà che forse sono capace di quel grado necessario di autoindulgenza, forse non vera e propria benevolenza, certo niente che trascenda in amore di sé, diciamo una dose accettabile di perdono. 
Il confronto con il Cirque du Soleil viene naturale, me l’hanno detto in tanti, non sono così presuntuoso da dirmelo da solo, ma me l’hanno detto e non posso che prenderne atto, con una certa dosata soddisfazione, l’artista ha diritto a pensare di avere un valore in presenza di un oggettivo e disincantato riscontro del pubblico e io sia pure a fatica questo senso di valore me lo concedo, per brevi momenti, ma attenzione, brevi perché poi se ti rilassi il birillo cade, il piatto ti finisce in testa, la palla rotola via e finché l’afferri uuuh dove è andata a finire? magari provi ad afferrarla col piede che uno crede che faccia parte del numero, intanto però ci sono palle cadute tutte intorno e non si può fare una frittata senza rompere le uova ma cazzo se le rompi tutte almeno che sia nella padella chi rompe paga e i gusci sono suoi. Una cosa del genere.
Uno lo fa sempre per lo sguardo di qualcuno, tipo lo sguardo della madre, sarà vero, c’è del vero, probabilmente c’è del vero, io ho avuto una madre transitoria, brava donna, ma c’era e non c’era veniva e svaniva, brava donna, guardava e guardava altrove e c’era tanta di quella roba nella sua testa almeno quando era in casa che poi faceva sto lavoro che la portava spesso fuori ma non è che se stava spesso dentro era più presente, brava donna mia madre aveva tipo l’attenzione fluttuante, come lasagne che bollono in una pentola grande vlup vlup la sua attenzione era come un tappeto elastico sotto i salti dei bambini si tendeva e distendeva ma santa miseria stai ferma un attimo che non ci capisco niente, guardami fisso, sono tuo figlio, almeno per un minuto filato.
Poi se n’è andata con un collega, mio padre non l’ha presa bene, brava donna, ma io ero già abbastanza grande per dirgli pirla, sei l’unico del quartiere che non l’aveva capito e il costume di scena ormai me l’ero disegnato e mi ci trovavo comodo. Intanto le scarpe da clown che fanno tanto tenero imbecille, il tocco di patetico necessario ad abbassare le difese da uno che si presenta come un cretino, i numeri che faccio io non te li aspetti e accidenti mancano 10, 9, 8 secondi e devo andare in scena.
Il pubblico all’inizio non è mai completamente concentrato, un virtuoso come me lo sa, innanzitutto li devi staccare dal quel maledetto flusso di pensieri che è la vita quotidiana, che dentro c’è di tutto e io gli devo dare un segnale d’ingresso nel mondo altro, uno squarcio nell’immaginario che avevano tanto voluto ma non riuscivano a toccare con mano e io col primo lancio di birillo è come se digitassi la prima cifra di un codice per l’altrove e prima guardavano altrove e ora sono nell’altrove guardando me, sono miei e questo è il momento in cui tutte le ore di allenamento devono fruttare, il momento in cui non posso sbagliare. L’impermeabile di cuoio con le toppe, ci ho lavorato a lungo, non deve fare mendicante che squalifica, non deve fare cowboy, che è troppo, deve affascinare il giusto, sformato che cada giù, l’attrazione verso il basso, un’anticipazione del rischio e del destino a cui sono esposti tutti gli attrezzi del mio mestiere, ma un fiero ammiccare a un fisico scolpito, anni di yoga e pesi si vedono tutti, non è male, ci sono mamme nel pubblico e bambini e i bambini ridono, ma alla signora con le unghie laccate in terza fila un brivido di eccitazione glielo voglio dare purché non si accorga che l’ho intravista con la coda dell’occhio, il segreto è guardare dal mio palco senza che si noti e del resto non ho troppa attenzione da dedicare al pubblico perché a 5 birilli le cose si fanno difficili e tutti a quel punto hanno smesso di pensare al quotidiano, il ragazzetto riccio dietro i genitori, la coppia hipster, o almeno lui lo definisci per la barba, lei come fai a capire che una ragazza è hipster? ci sono segni che mi sfuggono in questi tempi moderni, un ritorno all’antico simulato che non riesco a decifrare ma cristosanto il birillo stava prendendo una sua ellisse fuori dal mio comando e l’ho riportato all’ordine perché se no quello coi capelli a spazzola in quinta fila mica me lo perdonava. Un pubblico così assortito, ogni volta diverso, una festa di eterogeneità, i miei studi a Montreal li ho cominciati perché volevo conquistare tutti nessuno escluso e oggi so che non è possibile, perché quello col capello unto tutto sulla mia destra non ha grande interesse, è qui per i suoi motivi ma i suoi motivi non includono me e in ogni caso posso fare presa su ogni fascia di età sesso e stato sociale, quest’ultimo dipende dal palcoscenico sul quale mi esibisco. Giro molto. Oggi tutto sommato è un ceto sociale medio alto, una borghesia di arricchiti potrei dire ma il senso dell’arte non gli è alieno. Passo ai piatti, i miei preferiti, volteggio, li lancio e li raccolgo e li passo tra le gambe e 10, 9, 8, il mio tempo ancora una volta sta per scadere. Raccolgo tutto. Ho bisogno di almeno 15 secondi tra la fine del mio numero e il passaggio del semaforo dal rosso al verde. Tre, due, uno, inchino, cappello, sorriso ruffiano, grazie.

Ultime
Pubblicazioni

Sfoglia
MagO'