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Suicidi certosini

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Illustrazione di Agrin Amedì
Credo di aver deciso di morire il 21 marzo di quest’anno tra le 00:01 e le 01:00. Sì, il 21 marzo 2020 io penso proprio che morirò. Cade anche di sabato. I miei funerali ci saranno di domenica e quindi tutti gli invitati possono venire senza chiedere permessi al lavoro.

Credo di aver deciso di morire il 21 marzo di quest’anno tra le 00:01 e le 01:00. Sì, il 21 marzo 2020 io penso proprio che morirò. Cade anche di sabato. I miei funerali ci saranno di domenica e quindi tutti gli invitati possono venire senza chiedere permessi al lavoro. Poi se morissi il 21, mi eviterei anche la comunione della figlia di zia Emma e risparmierei anche sul regalo. Sì, mi sembra un’ottima scelta, si può fare. Il 21 marzo è il giorno in cui subentra la primavera. Un cerchio che si chiude insomma. Dovrei scrivere testamento, così almeno poi sarà facile organizzare il tutto, tanto per quei quattro spicci che ho… però la mia collezione di libri la lascio all’unica persona di famiglia con un po’ di spina dorsale.
Il 21 marzo… penso proprio che mi farò venire una brutta malattia il 19, alle ore 21:30, che così tutti hanno già cenato, ma è presto e non sono ancora andati a dormire; un po’ di agonia per, diciamo, tutta la notte. Il giorno seguente i medici darebbero a tutti la tragica notizia e quindi lacrime fino alle 22:45 e poi alle 00:01 tirerò le cuoia. Così poi per il 21 sarò bello che morto.
Il 22 faranno i funerali secondo le mie volontà: il nero assolutamente non lo voglio, è un colore per scemi e quelle cariatidi dei miei familiari, vestiti pure di nero. Già me li immagino tutti a spendere parole meravigliose e amorevoli. Tutti a dire che ero sano con un pesce e non ci si aspettava una dipartita così repentina da parte mia. Tutti che si batteranno il petto al “mea culpa” e tutti a farsi il segno della croce a gesto convenuto. Tutti si vestirebbero di nero perché è appropriato alla situazione, infischiandosene delle mie volontà. Tutti, ne sono certo, tutti tranne la mia nipotina Maria. Sì, l’hanno chiamata Maria come una statuina del presepe. Una statuina con i capelli fuxia, gli occhi azzurri, un amore sviscerato per il punk e la lettura. Ne sono certo, Maria se ne starebbe lì, seduta per terra nel bel mezzo della navata centrale della chiesa, a gambe incrociate, protesa in avanti, con i capelli davanti al viso. Attirerebbe su di sé tutte le occhiate giudicanti di quel parentame di smidollati che, purtroppo per noi, condividiamo. Maria se ne starebbe col suo cappotto giallo limone, le galosce verde acido anche se c’è il sole, i collant a righe e il basco nero stile Mont Martre, così seduta per terra mentre la funzione va avanti e tutti gli invitati al grande evento si alzeranno e si siederanno a comando.
Se ne starebbe lì a leggere qualcosa come L’Idiota di Dostoevskij mentre mangia un cornetto. Sì, perché il mio funerale sarà di mattina e lei, con quegli orari, non ha un buon rapporto. Zie, cugine, sua madre (mia sorella) e suo padre (mio cognato), le direbbero mille volte che è assolutamente sconveniente sedere lì a quel modo e mettersi a leggere, così come non si possono rispettare le volontà di un pazzo che di punto in bianco ha deciso di morire il 21 marzo del 2020.
Maria continuerebbe a leggere il suo libro.
Poi si giungerà al momento in cui i miei parenti, con aria da pappamolle depressi, inizieranno a fare discorsi su quanto la vita sia fugace e quanto rimarrà caro il mio ricordo nei loro cuori. A quel punto, io dall’aldilà sicuramente penserò che morire è stata la migliore decisione mai presa in vita mia. E solo allora Maria alzerà alzato gli occhi al cielo sulle sue galosce verde acido, aggiustandosi il basco nero come se avesse cinque anni. In quel momento tutti gli occhi saranno fissi su di lei  e Maria se ne fregherà, come solo una vera rockstar sa fare, e guardandoli per l’ultima volta e proferirà: «Peace», facendo la V con l’indice e il medio della sua mano prima che il portone si richiuda alle sue spalle.
E sì, adesso sono certo che morirò il 21 marzo 2020.

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