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Donna con occhiali

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Illustrazione di Agrin Amedì
Prima Entra senza timbrare, un paio di giorni al mese. Si siede a una postazione libera e scrive senza alzare gli occhi dallo schermo. Quando la vedo dal corridoio ho il dubbio che per educazione dovrei presentarmi, ma poi penso che tanto è solo lì di passaggio e quindi non ne vale la pena.

Prima
Entra senza timbrare, un paio di giorni al mese. Si siede a una postazione libera e scrive senza alzare gli occhi dallo schermo. Quando la vedo dal corridoio ho il dubbio che per educazione dovrei presentarmi, ma poi penso che tanto è solo lì di passaggio e quindi non ne vale la pena.
Ogni tanto il capo la convoca nella sua stanza e le parla a lungo, lei rimane in silenzio e interviene raramente con un timbro alto, una stonatura straziante sui toni bassi del capo. Poi esce, si siede in una postazione libera e scrive, pigiando forte sui tasti con i braccialetti che sbattono sulla scrivania a ogni lettera di quella cosa che scrive ogni mese, da una postazione libera. Per il resto non emette un suono ed evita gli sguardi. Le riesce facilmente perché ha occhiali dalla montatura quadrata che nascondono gli occhi come occhiali da sole. È proprio una di quelle donne che non noteresti mai, se non fosse che entra senza timbrare, un paio di giorni al mese, con abbigliamento classico, ordinato, senza eccessi. Sorride tra sé e sé soddisfatta mentre scrive da una postazione libera, non curante di piacere, di instaurare alcun rapporto con i colleghi; perché sì, ora che viene da un anno, due giorni al mese in una postazione libera, direi che siamo colleghi, ma certo non per lei, che non si è ancora presentata, perché tanto è qui di passaggio; lei farà cose ben più interessanti di noi in poco tempo, o già le fa in quelle sue giornate libere, quelle in cui non è qui. Lei continua il suo lavoretto di pazienza, sbattendo i tasti con le dita lunghe e smaltate, inaccessibile, come un adulto visto da un bambino arrabbiato. Quando si concentra in quella roba che scrive, alza gli zigomi e tende gli angoli della bocca, come se si stesse prendendo gioco di tutti noi che stiamo qui tutti i giorni come schiavi, col cartellino, a fare lavori che presto farà un software al posto nostro, ma noi non avremo il suo mezzo sorriso soddisfatto, noi saremo licenziati perché non scriviamo completamente assorti senza guardare la tastiera.
Ora mi alzerei e la trascinerei via per un braccio davanti a tutti come una ladra, una che ruba non solo lo stipendio ma anche la dignità del lavoro, il garbo, il contegno, la gentilezza di una domanda rivolta a un altro essere vivente solo per sapere se sta bene oppure no. 

Dopo
Ha lasciato il computer acceso. C’è un file aperto “fusione strategica” obbiettivo: salvaguardare il posto di lavoro dei dipendenti INRAM grazie alla fusione con INA.
«Come stai?» sembra chiedermi ogni vota che mi guarda con quei suoi occhi sperduti tra le lenti. La sua borsa, a una postazione libera, è in pelle morbida come le sue mani quando un giorno toccheranno le mie per salutarsi, quando lei avrà finito il suo lavoro e io potrò continuare a pagare il mutuo, mandare mio figlio a calcio e guardare negli occhi mia moglie quando mangiamo in cucina l’uno di fronte all’altra con la televisione spenta.
La sua voce viva, libera tra le pareti al neon, a volte è come scossa dal vento. In quei momenti penso che pronuncerà il mio nome e mi ridarà la dignità di un essere vivente.
Arriva, sempre in un giorno inaspettato, due giorni al mese, portando con sé l’aria fresca dell’esterno, la libertà del giorno in cui ti accorgi che sta facendo buio più tardi e vuoi rubare per lei ancora un pezzetto in più di luce perché possa andare avanti col suo lavoro. Aspetto che i suoi braccialetti inizino a suonare. È il rumore di qualcosa di lontano che si avvicina sempre più e mi riporta tra le braccia di mia madre che canta a tarda notte, solo per me, una canzone che ha inventato. Scrive senza guardare la tastiera, completamente assorta senza imporre a nessuno l’invadenza del rumore che accompagna movimenti incontrollati. Il suo sguardo atterra negli occhi del capo quando lo ascolta con le pupille dilatate e una calma profonda, realmente in attesa delle sue parole, come se fossero doni preziosi che lei desidera ricevere solo da lui e poi pazientemente ricomporre in un testo che prosegue di giorno in giorno, un lavoro certosino di correzioni e rimandi, una catena umana per tenerci tutti e non lasciare nessuno a casa.

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