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Caro Lucio ti scrivo

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Illustrazione di Agrin Amedì
Caro Lucio, ti scrivo così mi distraggo un po’. E siccome sei molto lontano, più forte ti scriverò. Tu non mi conosci, ma io sì. Alla perfezione.

Caro Lucio,
ti scrivo così mi distraggo un po’. E siccome sei molto lontano, più forte ti scriverò.
Tu non mi conosci, ma io sì. Alla perfezione. Amo le tue canzoni da sempre, da quando i miei genitori mi fecero sentire per la prima volta Balla Balla Ballerino, una sera d’estate su una spiaggia della Versilia. Avevo sei anni, e con le mani sulla vita muovevo i fianchi in maniera un po’ scomposta, tentando di seguire il ritmo della chitarra elettrica. Da quel momento in poi non ho mai smesso di farlo. Di ascoltarti cioè, non di muovere in quel modo i fianchi.
Ti scrivo perché vorrei davvero che tu potessi essere qui davanti a me, anche solo per un secondo, anche solo per farti sapere quante e quanto insormontabili siano per me, le complicazioni dell’essere stata cresciuta a pane e tue canzoni.
Credimi, un gigantesco iceberg di problemi, contro il quale non ho ancora finito di scontrarmi.
Il primo, il principale, il più insormontabile di tutti per me, in quanto donna, è quello di riuscire a trovare un uomo che mi parli, usando parole che siano alla tua altezza.
Per dirtene una. Sto a cena con questo tizio a Fiumicino, “Dar Paguretto”. «Uno dei posti mejo», così mi ha detto lui nella nota vocale di invito. È la terza uscita che gli concedo e questo solo perché noi donne, esseri complessi ma che tu sapevi descrivere alla perfezione, abbiamo spesso quella tendenza al masochismo che già dai primissimi appuntamenti si palesa nel desiderio irrefrenabile di doverlo cambiare quest’uomo, di dovergli stravolgere abitudini, usi e costumi solo per poter dire poi un giorno: «Ma perché non sei più quello di una volta?».
Chiaro a tutti che con Aurelio stavo davvero toccando livelli di autolesionismo da TSO, ma diciamo che il periodo di magra, per non dire di buco nero che vivevo da un po’, stava prevalendo sulla ragione.
Vabbè quindi, noi siamo “Dar Paguretto”, ma io mi immagino su una spiaggia bianca all’ora del tramonto, con Aurelio che stringendo le mie mani nelle sue, con gli occhi lucidi e con la voce un po’ tremante mi dice: In mezzo a questo mare, cercherò di scoprire quale stella sei. Perché mi perderei, se dovessi capire, che stanotte non ci sei.
Poi mi risveglio dal sogno che stavo facendo e mi ritrovo su un abbaino vista porto con davanti questo tizio con le mani infilate dentro un calamaro che urla al cameriere: «Aho, maschio, ma che so’ ste candele sur tavolo? E accendeme ’n faretto che ’n vedo manco quello che me sto a magna!»
Le mie gambe vengono percorse da brividi come se avessi la febbre e vorrei averla davvero la febbre. O meglio, vorrei averla avuta prima di uscire di casa. Ma alta eh, così alta che magari avrebbe potuto anche sciogliere i nodi di masochismo più intricati che mi porto dentro.
Oppure quella volta che sono uscita con Maurizio, un nerd che faceva quasi tenerezza.
Io però, non so perché, mi ero autoconvinta che dietro quella faccia da bravo ragazzo un po’ inetto alla vita si celasse un intrepido ammaliatore. E allora una sera siamo in quella pizzeria vicino all’Università, e io mi immagino che da un momento all’altro, lui mi guardi intensamente, mi porti delicatamente dietro l’orecchio il ciuffo di capelli che mi era sceso sugli occhi e mi dica: Quanti capelli che hai, non si riesce a contare. Sposta la bottiglia e lasciami guardare, se di tanti capelli, ci si può fidare. Ma poi ho un sussulto mentre comincio a capire che lui mi sta spiegando che “Noi esseri umani abbiamo in testa, in media, circa 110 mila capelli ma che la cifra può variare anche a seconda del colore dei capelli. Ad esempio, le persone con i capelli rossi ne hanno un po’ meno, sui 90 mila, mentre le persone brune…” e io nel frattempo sogno di essere risucchiata da un vortice alieno che sconvolga e sovverta ogni singola coordinata spazio temporale.
Caro Lucio, devi sapere però, che queste cose mica succedono solo alle matte come me che pretendono romanticherie o smancerie da soggetti così chiaramente poco inclini alla difficile e meravigliosa arte della seduzione. Ci sono alcuni momenti credimi, in cui non c’è Aurelio, Maurizio, Tizio o Caio che tenga. Perché trovami un uomo, uno solo, che terminato il vorticoso e gioioso incastro di due anime che si palesano l’un l’altra dell’affetto reciproco, o per dirla all’Aurelio, “dopo ‘na sonora trombata”, ci sussurri nell’orecchio: Il tuo cuore lo sento, i tuoi occhi così belli non li ho visti mai. Ma adesso non voltarti, voglio ancora guardarti, dove sono le tue mani. Aspettiamo che ritorni la luce… e invece ruggiti, fischi, barriti, arie non proprio liriche che non si disperdono mai abbastanza in fretta. A volte qualche calcetto o qualche gomitata, diciamo involontaria, e così anche l’ultima parte della nostra serata terminata senza un briciolo di poesia, di armonia, di parole belle.
Ti sia chiaro però, Lucio carissimo, che non ce l’ho solo con te. Me la prendo anche con quei romanticoni utopisti e naif dei miei genitori. Ma dico, non potevano almeno ogni tanto, alternare i tuoi pezzi, che so, con Teorema di Marco Ferrandini? Con quel Prendi una donna, trattala male, lascia che ti aspetti per ore… sarei stata quanto meno più preparata per affrontare il mondo maschile che mi avrebbe atteso. Ma pure qualcosa di totalmente non impegnativo, come un Su di noi di Pupo: Su di noi, nemmeno una nuvola. Su di noi, l’amore è una favola. Quanto meno era più facilmente replicabile, no?
Oppure, vogliamo parlare di cantanti donne? Vogliamo mettere un Comprami di Viola Valentino? Vabbè, magari sorvoliamo su questa, avranno avuto anche loro le ragioni.
Ma Lucio mio, questi sono solo pochissimi esempi per farti capire quanto sia maledettamente difficile vivere senza qualcuno accanto che abbia la tua stessa attitudine poetica verso il mondo, e come sia tremendamente frustrante vivere nell’attesa di un così colto e navigato verseggiatore che non arriverà mai.
Vabbè, comunque Lucio, a questo punto recriminare a te le mie disavventure non ha poi molto senso. Tu non ci sei più. E io sto scrivendo una lettera che naturalmente non potrò spedirti.
E l’unica verità da lasciare è che anche l’uomo di stasera passerà, ma io ormai sono preparata. Ed è solo questa la novità. 

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