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Una nuvola amaranto

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Illustrazione di Agrin Amedì
Dlin, dlon! Agnese, le chiavi penzoloni dalle mani, la testa canuta su un corpo cicciottello, miracolosamente in bilico su due sottilissimi piedi, era seduta assorta alla sua solita postazione.

Dlin, dlon!
Agnese, le chiavi penzoloni dalle mani, la testa canuta su un corpo cicciottello, miracolosamente in bilico su due sottilissimi piedi, era seduta assorta alla sua solita postazione. Un vecchio sgabello più o meno sgangherato, vicino alla porta di ingresso, sorreggeva il suo peso e i suoi tanti anni, e le assicurava il suo ormai consolidato nomignolo di portiera.

Dlin, dlon!
Tutti i giorni di buonora suonava la signora Comandini, la caposala: «Buon giorno Amelia. Ben alzata!».
«Buon giorno Comandini, ben tornata!» E l’eco della sua voce cristallina si propagava negli stanzoni del padiglione femminile, dell’ex manicomio della città.
«Ricordati Agnese, – insistette quel giorno la caposala – che c’è la Festa di Natale oggi, e ho delle comande per te…»

Ad Agnese piaceva essere utile e servizievole. Aveva cominciato presto a fare la serva. I suoi genitori erano morti quand’era bambina e una zia che non sapeva che farsene di lei la mandò a servizio da una famiglia agiata, lavandosene le mani. Ma Agnese era una bambina docile e allegra, e aveva accettato di buon grado il suo destino. Le piccole e grandi sofferenze che poteva averle arrecato la sua condizione venivano trattate da lei la sera direttamente con Dio, quando si raccoglieva in preghiera, perché non turbassero troppo l’avvicendarsi diurno delle faccende domestiche nella casa.
E ora qui, ogni mattina, le venivano consegnate le chiavi del portone per aprire agli infermieri di turno, alla dottoressa del reparto, all’omino delle vivande, ai rari ospiti che osavano addentrarsi in quel girone infernale che era sempre stato il padiglione femminile, e alle rarissime pazienti che ancora trovavano il coraggio di addentrarsi in quell’altrettanto girone infernale che era diventato la  loro città, oltre quel silenzioso parco che separava come una zona di frontiera quel residuo di manipolo di pazze da tutto il resto del mondo. Già, perché dalle finestre del manicomio il resto del mondo si intravedeva appena. E quelle vite disgraziate sostavano lì, sospese fuori dal tempo e dalla storia, in attesa che qualcuno, come sempre veniva promesso, venisse a riprenderle per riportarle a casa.
Così, molte volte la sera, anche Agnese scrutava il mondo dalla finestra vicino al portone. E molte volte, col cuore in gola, le era anche parso di intravedere tra i vialetti del parco la macchina della sua signora, a conferma della promessa ricevuta.
Nell’attesa, però, essa si dedicava a ciò che sapeva fare meglio: servire e obbedire agli ordini di Comandini.

Dlin, dlon! Dlin, dlon!
Era la prima volta che si faceva una vera festa di Natale con i parenti che venivano dalla città, e quella mattina lei apriva e chiudeva continuamente la porta, riservando a tutti il suo benvenuto e un bel sorriso.

Dlin, dlon!
La giornata cominciò con un viavai di infermieri con vassoi di paste e tramezzini. 

Dlin, dlon!
All’ora di pranzo si presentò un gruppetto di dottori per una riunione organizzativa.

Dlin,dlon! Dlin, dlon!
Anche il pomeriggio proseguì in un gran fermento, dallo stanzone delle feste provenivano rumori di tutti i tipi: mobili e tavolini trascinati, posate che tintinnano e Comandini che continua a sfrecciare su e giù per il corridoio impartendo ordini.

Dlin, dlon!
All’imbrunire i primi attesi ospiti dalla città, cominciano ad arrivare! La sorella di Marisa, la sua vicina di letto, e una vecchia zia di Adele ricurva sul suo bastone; e poi il figlio di Gina, che non era più un adolescente come lei lo descriveva, ma un robusto uomo brizzolato; la cugina di Annella, una donna bassa e rotondetta dallo sguardo un po scocciato. E molti altri ancora.

Dlin, dlon!
Ogni volta che il campanello suonava, il cuore di Agnese si confondeva e perdeva ritmo, scompigliandole i pensieri. E ogni volta che qualcuno entrava lasciandole in mano un anonimo cappotto da riporre nel guardaroba, si fermava per un poco, arrestata da un dolore che non lasciava fiato.

La musica cominciava a incalzare nel salone della festa, e tutta quell’agitazione convinceva sempre più Agnese che dovesse trattarsi davvero di un evento speciale, che si potesse compiere per lei la promessa che la sua signora le aveva assicurato, e che finalmente la sua attesa avrebbe avuto fine.
«Resterai qui l’estate, per un breve periodo di villeggiatura, e poi tornerò per riportarti a casa!» le disse tanti anni prima, quando aveva varcato la prima volta la soglia di quell’edificio. Chissà, forse voleva premiarla.

Dlin, dlon!
Ancora musica e risate nel salone delle feste. Ma le ombre cominciavano a calare lunghe sulla sera.

Dlin, dlon!
Ancora qualche ritardatario. La musica e il chiacchiericcio giungevano ora più sfumati, e molti tornavano a riprendersi i loro cappotti. «Buon Natale a lei e famiglia!» salutava Agnese.

La sua gentilezza era inesauribile, così come il coraggio di continuare a sorridere e sperare, anche quando Comandini cominciava a girarle tra i piedi con la scopa per rassettare briciole, carte e cartacce cadute ai commensali, invitandola a prepararsi per andare a letto.

La notte, ormai inoltrata, aveva steso il suo mantello nero su tutte le cose. Ma Agnese aspettava, seduta sul suo sgabello, sospesa in un tempo muto, dove uomini e cose non avevano più voce.

Dlin, dlon! Dliiinnn…
Il suo cuore ebbe un sobbalzo. E mentre il suono del campanello aveva appena cominciato a premere sul silenzio per farsi sentire, Agnese si accinse ad alzarsi dallo sgabello, sicura che la sua signora, con quell’ultimo squillo, sarebbe venuta a riprenderla. E mentre il suo corpo, lentamente inclinato in avanti, si sforzava di sollevare il peso dei suoi anni, i suoi pensieri e il suo cuore correvano più veloci del suono: sì, la sua signora non avrebbe mancato la tanto festa attesa di Natale della sua vita.
Ora il suo peso era finalmente spostato sulle ginocchia ancora piegate, prima dell’ultimo sforzo per potersi mettere in piedi, ma una fulminea insicurezza la fece vacillare: perché la sua signora avrebbe dovuto tenere fede alla promessa?, perché avrebbe dovuto ricordarsi di lei?… E il dolore tornò ad attanagliare il suo cuore. E fu proprio quel dolore assopito da anni a ricordarle, dopo tanto tempo, dell’esistenza di Dio. Riuscì così a trovare il tempo, mentre le vibrazioni sonore del campanello guadagnavano spazio nell’aria, per parlare nuovamente con Lui, sicura di essere ascoltata.
«Buon Dio fammi rivedere ancora la mia signora, in modo che possa salutarla almeno un’ultima volta.»
E il buon Dio rispose.
«Sarai accontentata, dolce Agnese, basta che tu rivolga il tuo sguardo verso il cielo.»
Agnese diresse subito lo sguardo fuori dalla finestra che si spalancò all’istante, mostrandole una soffice nuvola. Non fece in tempo a salirci sopra che la nuvola salì e salì in alto, molto in alto, puntando verso la notte scura. Il suono del campanello non poteva quasi più raggiungerla a quella altezza, perché Agnese già viaggiava lontano sopra le luci accese della città che si fondevano all’orizzonte con i bordi del manto scuro e stellato del cielo; manciate di stelle erano sparse ovunque, sopra e sotto di lei. Com’era bello lassù. E che silenzio.
Il vento e il freddo della sera le scompigliavano i capelli, finché essi non cominciarono a crescere fino a divenire lunghissimi, argentati, avvolgendo come un caldo mantello il suo corpo intirizzito.
Sotto di lei le ombre del buio lasciavano a volte intravedere le sagome dei tetti o i percorsi delle strade; poche persone potevano avvistarsi ancora in giro.
Intanto la nuvola viaggiava sicura, non si sapeva bene diretta dove: era tutto così scintillante e nuovo che Agnese sperava di non far mai più ritorno sulla terra.
Ma a scrutare bene il buio, la sua nuvola non era la sola a viaggiare nel cielo. Forse, in quella magica notte, il buon Dio si era prodigato in modo speciale a esaudire i desideri degli uomini?
Le tagliò la strada un grosso nuvolone che trasportava un’intera famiglia festante, intenta a consumare il banchetto di Natale. Poco dopo alla sua destra cominciava a farsi strada una nuvoletta rosa con sopra due bambini abbracciati davanti a un camino acceso che piangevano cercando la loro mamma.
Infine, si rese conto che una nuvola amaranto viaggiava lentamente nella sua direzione, trasportando una sorta di sontuoso baldacchino, dal quale ondeggiavano veli rigorosamente amaranto. Incedeva lenta e solenne. E più la nuvola si avvicinava, più Agnese riusciva a scorgere i dettagli del suo prezioso carico. Sembrava che il baldacchino sormontasse un letto ampio ed elegante, una siepe di morbidi cuscini vicino alla testata, e una trapunta rosa strettamente rincalzata.
La nuvola si dirigeva proprio verso di lei, e le veniva incontro come una piccola alcova danzante nell’aria. Era avvicinandosi sempre di più alla sua, finalmente poté riconoscere un viso pallido tra i cuscini. La nuvola accostò, e Agnese vi poté salire sopra comodamente, fino a raggiungere il letto , protendendo verso quel viso. E tra le rughe, sotto i segni lasciati dagli anni e dalla sofferenza, Agnese riuscì a rintracciare i regolari lineamenti del giovane volto della sua signora.
«Signora! Sono io, Agnese! Avevo tanta voglia di rivedervi…»
«Agnese, sei tu?» La signora parlava lentamente, con gli occhi chiusi, ma con le mani cercava le sue. «Quanto tempo! Non sono più potuta venire a riprenderti. Sono malata da tanti anni, costretta in questo letto di sofferenza, non ho più nessuno che pensi a me. Si sono presi le mie ricchezze e mi hanno abbandonata al mio destino. Così ho chiesto a Dio, in questa notte di Natale, di mandare al mio capezzale uno dei suoi angeli per venire a prendermi e portarmi in cielo da Lui.»
Il cuore di Agnese tornò a battere fortissimo nel petto e tutto il suo corpo si illuminò.
«Non dite questo, signora! Io ho pensato sempre a voi per tutti questi anni. Non ho mai smesso di farlo. Ma voi non dovreste andarvene in giro per il cielo di notte, e poi con questo freddo! Volete che vi porti la vostra camomilla calda?» E cominciò a rassettarle i cuscini, ad aggiustarle le coperte attorno alle spalle per proteggerla da quell’aria frizzantina che c’era lassù, e a carezzarle il viso rugoso.
«Sappi che sei stata la mia serva migliore, Agnese. La più buona e la più fedele» disse la signora. Si sfilò faticosamente dalle mani tremanti un anello che brillava quanto le stelle del cielo, e le ordinò di metterselo al dito. Agnese lo prese in mano, ne percepì una consistenza impalpabile, solo aria e luce, e se lo infilò.
«Anch’io, signora, ho chiesto a Dio un regalo di Natale. Siete voi il mio regalo.»
Il volto bianco della signora distese l’intreccio di rughe e si addolcì in un sorriso.
«Allora, – le rispose lentamente – il buon Dio ci ha accontentate entrambe.»
Detto questo, dopo un lungo, lunghissimo sospiro, spirò.
Agnese ebbe ancora il tempo, con il cuore in fiamme, di passare teneramente la sua mano sopra i suoi occhi per l’ultima volta, di recitare una preghiera al suo capezzale e di ringraziare il buon Dio, lasciando cadere una lacrima sulla fronte della sua signora.
Dovette poi tornare precipitosamente sulla sua nuvola, perché quella amaranto, il baldacchino e la sua signora svanirono presto nell’aria.
La sua nuvola, d’accordo col buon Dio, le concesse ancora un attimo per assistere a quella dissolvenza, e perché una seconda lacrima potesse cadere dal suo viso luminescente. Poi riprese la sua corsa forsennata e, carica del suo bagliore, fu avvistata in più punti della città. Una cometa in fiamme che puntava verso nord. Così, Agnese, in pochi attimi si era ritrovata a riattraversare la finestra aperta del padiglione femminile per essere catapultata dentro al suo corpo che era ora finalmente in piedi, e si apprestava a guadagnare lo spazio che lo separava dal portone d’entrata.

… dlonnn!
Il campanello concluse rapidamente il suo suono.
Era il Direttore del Manicomio che, di ritorno dalla messa di mezzanotte, era passato a fare gli auguri al personale. E lasciando il cappello e il cappotto in mano di Agnese, si avviò verso il buio del corridoio.

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