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Un due tre

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Illustrazione di Agrin Amedì
La schiera di ragazze aspettava con emozione. Ognuna somigliava al petalo di un fiore bianco, destinato a essere staccato dalla corolla in un’enorme “M’ama non m’ama” collettivo. Tra le tante, lei. L’unica svogliata.

La schiera di ragazze aspettava con emozione. Ognuna somigliava al petalo di un fiore bianco, destinato a essere staccato dalla corolla in un’enorme “M’ama non m’ama” collettivo. Tra le tante, lei. L’unica svogliata. L’unica che non brillava di gioia fra le mille paia di occhi febbrili. Lunghe ciglia bistrate, labbra rosse e gote incipriate che scrutavano impazienti il proprio cavaliere, mentre volavano nell’aria le prime note del vorticoso Valzer del Faust di Gounod. Ma lei no. Certo stava ben dritta, in posizione, consapevole dell’importanza di quel ballo per il suo ingresso nella società e nel mondo, solo che avvertiva molto più forte un misto di noia e di senso del ridicolo.
Osservando rapidamente la simmetria perfetta delle due file schierate, la sua e quella dirimpetto – proprio come faceva da piccola quando giocava al fazzoletto – calcolò quale compagno le sarebbe toccato, e per un istante pensò davvero di correre verso di lui, strappargli il fiore rosso dall’occhiello e scappare via col trofeo. Ma fu solo per un istante. Poi tornò alla realtà e avanzò tra gli altri petali bianchi verso la fila di cadetti. Tutte volavano, solo lei era di piombo.

Un due tre, un due tre… Un passo, due passi, tre passi… Inchino. Su la testa e porgere la mano. Quando si sentì cingere la vita, come tante volte era successo nelle simulazioni con le sue compagne, avvertì una scossa fastidiosa, particolarmente spiacevole quando attraverso la leggerissima organza dell’abito l’umidità dei polpastrelli di lui passò sulla sua schiena. Alzò lo sguardo quasi per disperazione e ne vide da vicino i lineamenti: due occhi cerulei vuoti e acquosi, un naso indeciso tra l’aquilino e il tubero, labbra inesistenti ombreggiate da timidi baffetti e i segni di un’acne ancora non del tutto dimenticata. Provò un lieve disgusto, così cercò di spostare l’attenzione più in basso, ma niente da fare: il collo del ragazzo, tutto stretto nella divisa, era un po’ arrossato, vuoi per l’emozione vuoi per il caldo che regnava nella sala. Lei distolse definitivamente lo sguardo e appoggiò la mano sinistra sul braccio destro di lui – così prevedeva il copione – mentre la sua destra gli sfiorava titubante la mano sinistra. Poi la fece volteggiare con decisione. E fu strano. Colpita da quella presa, distratta dal movimento inaspettato, provò meno fastidio. Lentamente il suo corpo, che fino ad allora aveva opposto resistenza alla serata tanto quanto la sua mente, si ammorbidì un poco. E così, giusto per curiosità, lei posò nuovamente lo sguardo sul viso di lui.

Un due tre, un due tre… A osservarlo meglio non era poi così repellente, quel cadetto. Era stata un po’ troppo severa, forse. Certo, nulla di trascendentale, ma passato il primo sudore e tornato a un colorito normale il giovane rivelò una carnagione olivastra che ben s’intonava ai suoi occhi chiari. Ora il naso le appariva più vicino ai rapaci che alle patate, e anche il collo esprimeva una certa virilità. Su questo pensiero fu lei a sentirsi arrossire, e per camuffarlo appoggiò una guancia contro il petto di lui.
Appena si rese conto di quel gesto involontario andò ancor più a fuoco, ma in fondo – Un due tre, un due tre… – nella foga del ballo, erano tutti rossi e sudati. Chi se ne sarebbe accorto? Anche il cuore le batteva in gola, ma certo era per tutte quelle piroette: Un due tre, un due tre… un giro, Un due tre, un due tre… ancora un giro. Un altro sguardo, gli occhi di lei nell’affanno del ballo ora brillavano; brillava tutta, e si rifletteva nel brivido del suo cavaliere. Suo. Lo aveva pensato davvero. Lo guardò di nuovo: le sorrideva, di un sorriso luminoso. Un due tre, un due tre… Ora le sembrava perfetto.

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