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L’artista è un impostore?

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Continua il ciclo di lezioni magistrali alla Scuola Omero. L’ultima ospite è stata Ilaria Gaspari che ha indagato le scelte inerenti all’utilizzo della prima persona tra i suoi autori preferiti. Gabriella Bosco, così, quasi scindendosi, ha vagato tra le voci degli autori che hanno fatto di lei un’accorta ascoltatrice.

Arrivo tardi alla quarta Lezione Magistrale della Scuola Omero.
Cinque minuti di ritardo e zac, sono già tutti lì e io mi sono persa la canzone d’inizio, quella che dà il la a tutto, a quei novanta minuti di puro godimento. Eh già, perché sentire la “Lezione” non è solo apprendimento, è proprio un piacere per le orecchie, per la mente mentre che tutto il corpo sente. E dunque aver perso la canzone d’inizio, qualcosa di Gainsbourg – dice Ilaria Gaspari mentre si presenta. È lei a presentare la quarta Lezione Magistrale.
Non sarà Je t’aime, penso, mentre mi siedo sulla prima sedia libera, proprio lì, il più avanti possibile, che quasi travolgo la mia vicina; lei mi sorride e strappa il suo cappotto da sotto il mio sedere. Scusa-scusa-scusa-ho-fatto-tardi-scusa. Mi scuso con gli occhi.
Ilaria Gaspari è scrittrice affermata e docente, proprio qui alla scuola Omero di corsi di autobiografia. Laureata in filosofia parte da sé per introdurre il tema della lezione: narrare in prima persona. Montaigne, Carrère e Svevo sono i suoi paladini.
Mi acquieto e penso che no non sarà quella la canzone Je t’aime che hanno messo prima, perché da subito Ilaria Gaspari mi sembra una donna singolare e straordinaria, e questa canzone la conoscono tutti, troppi, e lei che ama i minori, che legge le opere minori, beh non mi sembra tipo da sceglierla. Basta non devo pensare alla canzone, ormai è andata.
Ilaria Gaspari ci parla della sua infanzia senza tv, delle merende a base di banane che ora odia, dei tantissimi libri e dei personaggi che hanno movimentato la sua fantasia infantile. E poi parla di Montaigne, Carrère e Svevo arrivati nella sua vita dopo un po’ e che lei da subito ha amato perché, per affinità col suo gusto, hanno saputo fare della prima persona la narrazione del loro flusso di coscienza. E non è forse un flusso di coscienza questa Lezione Magistrale? Il flusso di coscienza di Ilaria. Mi sento come sulle montagne russe, salgo su su su, cavalco i concetti di trasformazione dell’identità, di autocoscienza come strumento per cambiare ciò che osserviamo intorno a noi. Ed è questo il regalo che ci fa la lettura: man mano che ci addentriamo nelle parole, pagine, luoghi e personaggi dei nostri libri, questi si prendono una parte di noi, o noi una parte di loro. Non è infatti un adorabile impostore l’artista? Dietro la maschera o la falsa maschera o la falsa modestia o la falsa identità si mischia tra noi, ci lascia la sua impronta in quei racconti che ci piacciono tanto e che ci fanno volare con la fantasia, e alla fine del viaggio anche noi abbiamo voglia di scrivere di questo mondo che ci siamo disegnati in testa, che esiste e nello stesso tempo non esiste, ma che vogliamo che esista.
Impostore. Non avevo mai pensato a me come tale mentre scrivo. Piuttosto ho sentito che fosse legittimo mettersi una maschera ma non per imbrogliare o forse sì proprio questo voleva dire, proprio questo bisogna fare per abbandonare il sé. Ma non del tutto, paradossalmente.
Divago e penso a Il talento di Mr. Ripley, il libro, il film. Tom Ripley ha la faccia di Matt Damon immerso nella sua vanità, accecato dalla bramosia di una vita socialmente agiata e non ha scrupolo a mettere in campo le menzogne più fantasiose. Non era forse stato un ragazzo solo e ordinario che si nutriva della vita degli altri fino a che non giungesse l’appetitosa occasione di vestirne per un po’ i panni? Sul finale si sdoppia e si triplica la sua immagine nello specchio mentre noi sappiamo che soffoca a morte il suo amante troppo scomodo. Tutta la sua vita è una menzogna, pericolosa e attraente, nemmeno il rimorso di un omicidio mette fine a questa spirale di bugie, anzi diciamo che ne potenzia il talento.
Sai che gusto deve aver provato la Highsmith mentre scriveva il romanzo! Quel sottile e profondo piacere che abbiamo mentre scriviamo e le parole escono non so da dove, come un flusso irrefrenabile che deve trovare il suo posto nella pagina, nelle righe, nelle descrizioni, nei luoghi, nei personaggi e nelle loro parole.
Sono le nostre parole, della nostra vita, esperienze, pensieri, ma non ci appartengono più perché sono di lui o di lei nella nostra storia. Possiamo interrogarci su qualunque cosa, parlare di qualunque cosa appropriandoci di ogni identità che ci piaccia senza rimorso, con la consapevolezza che manovriamo tutti i fili della narrazione. Siamo dei camaleonti, possiamo cambiare pelle, faccia e sentimenti per raccontare di noi, degli altri.
La mia attenzione ritorna in aula mentre Ilaria Gaspari cita una domanda di Pascal: «Se mi mettessi alla finestra e mi vedessi, mi riconoscerei?». Certo è che più ci spingiamo a indagare il nostro io, più diventiamo impavidi nel trovare stratagemmi che ingannino il lettore, perché se il confine tra il racconto e l’autobiografia è sottile tutto può essere inganno o verità.  

Magistralmente Ilaria Gaspari ci ha portato sul baratro di domande impossibili. E forse sono state tutte queste domande che mi fanno pensare che un corso con lei di autobiografia qui alla Scuola Omero potrebbe tradursi in una esperienza davvero unica, così pianifico nella mia testa una possibile data di inizio. Vedo sul sito che sarà a febbraio, il 25. Mancano pochi giorni, non vorrei essere in ritardo di nuovo! 

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