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Cuori in esilio

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Illustrazione di Agrin Amedì
Un esilio non può durare in eterno, anche quando sei sull’isola più sperduta dell’oceano. Così narrano i pescatori di Sant’Elena, convinti che prima o poi le anime si liberino da quel vincolo contratto per debiti terreni e ritornino a casa, soffiati dal vento.

Nel cor più non mi sento,
brillar la gioventù;
cagion del mio tormento,
Amor sei colpa tu.

Giovanni Paisiello, La Molinara 1788

 

Un esilio non può durare in eterno, anche quando sei sull’isola più sperduta dell’oceano. Così narrano i pescatori di Sant’Elena, convinti che prima o poi le anime si liberino da quel vincolo contratto per debiti terreni e ritornino a casa, soffiati dal vento. I grandi dolori sono le peggiori catene. E allora il vento li riporta laddove trascorsero gli istanti più lieti.

*

«Madame, è arrivato il pittore.»
Madame Mère osservava il brulichio della piazza, nascosta dal loggiato di legno, assorta in quel pensiero che sempre la conduceva lontano, a rincorrere con lo sguardo i cavalli nell’attesa di un ritorno. Madama Letizia si fece aiutare dalla sua dama avviandosi lenta e regale alla stanza dov’era allestito l’atelier.
«Fatelo accomodare» ordinò.
Passò davanti alla cappella e con un ampio segno della croce cercò di ingraziarsi la Santa Vergine affinché le arrivassero quanto prima notizie del primogenito tenuto lontano da guerre di conquista prima e da un esilio poi. Appena la vide, il pittore fece un goffo inchino per nascondere l’imbarazzo verso il proprio sangue tutt’altro che nobiliare e cominciò subito a dipingere sulla tela il volto incantevole della nobildonna. Era un lavoro che durava ormai da giorni, accompagnato da piacevoli note e intercalato da lunghe pause e da tazze di tè servite con lussuosa raffinatezza. I pennelli scorrevano veloci in una danza morbida e colorata sul cotone del quadro; l’occhio attento a non farsi sfuggire il minimo dettaglio di quel volto regolare, di quello sguardo austero e malinconico. Assorta nella carezza di quella visione, di una mano giovane e lesta che conduceva quel singolare ballo, Madama Letizia ebbe improvvisamente a scuotersi. 
«L’avete sentito anche voi?» chiese Madama Letizia. «Mi è parso di udire uno strano suono provenire dal salone.»
«Abbiate a perdonarmi, ma il mio udito talvolta mi fa difetto» rispose l’artista mentre, intingendo le setole nel verde, andava a ritoccare lo sfondo con morbide volute di gelsomino.
«Eppure mi è parso di sentire un tintinnio di chiavi» sussurrò dubbiosa. Ma nulla accadde.
«Vi porgo le mie umili scuse se vi arreco disturbo col mio dire, avete forse notizie di vostro figlio?» chiese il pittore.
Madama Letizia scosse il capo, pareva che tutte le sue missive fossero andate perdute. Da quel momento si rinchiuse in un mesto silenzio, gli occhi sembrarono trafiggere le pareti e ancorarsi a un ricordo lontano.

*

Quando finalmente giunse a palazzo il grande condottiero rimase attonito a fissare la strada. Un turbinio caotico che pur osservato dall’alto del piano nobile arrecava disturbo all’immobile quiete di quelle stanze. Mai in vita sua aveva visto cotanto baccano se non nei furiosi campi di battaglia.
«Madre dove siete?» la voce gli fece eco nelle stanze disadorne.
L’uniforme sgualcita dal tempo e le medaglie rese opache da una patina centenaria non rendevano giustizia alla sua fama, ma era certo che per la madre tanto sarebbe stato il desiderio di riabbracciarlo che avrebbe soprasseduto a quella mancanza di accortezze.
Ma nessuna risposta gli giunse.
Impaziente si spinse nuovamente fino al balconcino, rimase a fissare quel tumulto assai somigliante a una pacifica guerra che emetteva continui soffi e sbuffi senza tuttavia causare morti. Uno strano senso di curiosità e di vertigine si impadronì di lui, ancora stremato dal lungo viaggio, sicché si allontanò per rifuggire quel tedio e trovare l’amata genitrice.
Diede allora le spalle alla piazza e si sentì avvolto dalle volute di erbe e fiori che decoravano la piccola loggia. Un lieve calore gli carezzò le spalle, forse il sole nel cielo terso di quel giorno d’inverno. Si voltò e fu in quell’istante che vide apparire davanti ai suoi occhi la madre nella bellezza dei suoi anni migliori. Si poggiava elegante a un tavolo dando le spalle al muro, avvolta da volute di gelsomino.
«Madre, finalmente vi ho ritrovata. Il tempo su di voi scorre senza colpo ferire.»
La Madre lo osservava, gli occhi malinconici e un lieve sorriso sulle labbra rosee. Ancora silenzio.
«Lasciatemi parlare, se l’emozione è tanta da rubarvi la voce. Mi duole il cuore sapere che vi abbiano afflitta con novelle ciarliere. Non abbiate mai a dubitare del forte sentimento che mi lega a voi. Avete mostrato coraggio a sostenervi in questi anni che ci hanno tenuti lontani. Ma ora scacciamo insieme la malinconia che vi funesta lo sguardo. Sono tornato! Non abbiate a tormentarvi, suvvia, venite ad abbracciarmi.»
Madama Letizia, che presa da cotanta emozione stentava a liberare la parola, strinse le mani del figlio cingendosi le guance, finalmente abbandonata in quel contatto che troppo a lungo aveva bramato.
«Madre mia, le vostre guance sono così fredde. Vi faccio portare uno scialle affinché possiate scaldarvi un poco. Perché non vi conducete in compagnia della vostra dama?»
Scaldata da quelle mani, anche la voce di Madama Letizia finalmente sopraggiunse: «Figlio mio, non datevi pena per me, rimaniamo qui ancora un poco, che il tempo ci è tiranno» rispose. 
Un filo di voce appena accennato ma lieve, ogni pena improvvisamente soffiata via da quel contatto. «Troppo a lungo ho atteso liete nuove dal vostro esilio, ora che mi siete qui dinanzi ogni parola è vana. Godiamo di questo momento e concediamoci infine il riposo del cuore.»
«Numerose missive io vi aveva scritto, per parteciparvi della mia salute e sincerami della vostra.»
«Nulla mi è giunto, mio adorato. Se solo avessi potuto stringerle al mio petto, sarebbero state un balsamo per me e gli anni non sarebbero stati cagion di malattia.»
«Madre mia, vi faccia gran festa il poterci riabbracciare! Concediamoci ordunque una tazza di tè per riscaldare le nostre membra infreddate da questo lungo inverno.»
Così dicendo si protese verso la madre porgendole l’avambraccio al quale aggrapparsi, ma il rumore improvviso di un chiavistello lo fece rizzare sull’attenti.
Si affacciò nella stanza un tale con un’uniforme di insolita fattura. I pantaloni esageratamente ampi e sgraziati non avevano il fodero per la spada, bensì un grande anello rigonfio di chiavi. L’uomo gli passò dinnanzi senza avere la buona creanza di presentarsi e proseguì oltre, con l’insolenza di non riconoscere l’autorità ch’egli aveva davanti. Proseguì a spalancare gli scuri, prima solo socchiusi. Le due figure sembrarono dissolversi nei fasci di luce polverosa che accesero la stanza.

*

La dama udì il fremito irruente di una carrozza avvicinarsi e lo scalpiccio dei cavalli fermarsi dinnanzi al palazzo. Aprì con notevole sforzo il grosso chiavistello e scese di corsa la scalinata di marmo. Nel freddo androne solo il mascherone triste della fontana che singhiozzava qualche goccia appena e un messaggero. Riapparve poco dopo trafelata.
«Madame, mi si chiede di poter conferire con voi» disse la voce incrinata da un’ombra.
«Questo non è il momento, riferisci di tornare più tardi» intervenne Madame Mère.
«Madame, temo sia una cosa importante… È il Generale Bertrand.»
Madama Letizia ebbe un sussulto. Si alzò immediatamente dalla poltroncina e con un rapido cenno comunicò al pittore di andarsene. La musica cessò. Gli angoli della bocca poco prima immortalati in un dolce sorriso, ebbero un improvviso collasso.
Il Generale si fece avanti. A Madama Letizia bastarono il suo capo chino e il cappello tenuto stretto tra le mani per capire che il suo primogenito aveva terminato i giorni terreni. Presa dallo sconforto si accasciò sul pavimento.

*

«Madre mia, or ditemi, quale disgrazia ha reso cotanto vuoto codesto palazzo?»
«Se solo comprendessi quanto il tempo ha potere su di noi» rispose Madama Letizia; la voce roca di un imminente pianto. «I patimenti del cuore rendono superfluo ogni orpello. Non poso le mie labbra su raffinate tazze da quando mi giunse notizia della vostra dipartita. Ma avete ragione, l’ora ci è lieta oggi per porre fine ai nostri patimenti.»
I balconi della sala erano spalancati sulla piazza e la bianca luce dell’inverno entrava placida, svelando una grande cornice sulla parete, le volute di gelsomino a fare da morbido sfondo a un bellissimo volto di donna.
Lui sentì le mani della madre divenire impalpabili e scivolare lentamente dalle sue come un drappo di sottilissima seta. Alzò lo sguardo a comprendere quell’inganno dei sensi e vide l’intera sua figura dissolversi nel velo di luce dinnanzi al quadro. La rincorse, a trattenerla in quell’abbraccio che poc’anzi li aveva riuniti, ma fece appena in tempo a darle un’ultima carezza sulla guancia.
Sgomento rimase come pietra davanti al quadro.

*

L’uomo con la strana uniforme riapparve nella stanza.
«Non vi par dunque codesto un momento affatto appropriato per ripresentarvi?» tuonò infastidito il figlio di Madama Letizia.
Ma l’insolito uomo persisteva nella sua sfacciataggine e seguitava a misurare la stanza con passo deciso, controllando che tutto fosse in ordine. D’un tratto si fermò davanti al quadro. Gli parve che ci fosse qualcosa di diverso rispetto al giorno prima. Si avvicinò per controllare meglio. Ebbe l’impressione che le guance di quella donna avessero un colorito più roseo adesso. Sistemò la cornice, stranamente inclinata di qualche millimetro e scosse la testa, allontanando quel folle pensiero.
Indietreggiando ebbe un brivido che gli traversò tutto il corpo, come se la morte gli fosse passata attraverso. Voltando lo sguardo si accorse della finestra aperta. Solo una folata di vento, pensò.
Fu in quel momento che il figlio di Madama Letizia osservò anche le sue mani. La sua figura sempre più eterea come la sfumatura di un acquerello. Guardò per l’ultima volta il volto dell’amata madre, poi l’assistente di sala chiuse la finestra, e nella stanza rimasero solo i bagliori di un pulviscolo.

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