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Così lontani, così vicini

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Illustrazione di Agrin Amedì
Alle 5 del mattino si sveglia e agitandosi come un branzino nella rete mi scuote e mi comunica di aver dormito malissimo. Peccato, penso io, che invece proprio in quel momento stavo sognando.

Alle 5 del mattino si sveglia e agitandosi come un branzino nella rete mi scuote e mi comunica di aver dormito malissimo. Peccato, penso io, che invece proprio in quel momento stavo sognando.
Poi si prepara la colazione sbattendo tutti gli utensili della cucina come un battaglione di lanzichenecchi muniti di alabarda. Sveglio ormai, come uno allertato dalle sirene anti-bombardamento, resto nel letto con l’orecchio attento a percepire i suoni conosciuti. Il caffè borbotta, il cucchiaino sbatte sul fondo della tazzina, l’accendino schiocca per la prima sigaretta. Un minuto di quiete mi racconta che sta guardando fuori dalla finestra per raccogliere i pensieri, per preparare il piano di battaglia. Perché ogni giorno è una battaglia, anche per me che non ho nessuna voglia di combattere. Sarà per questo che mi giro su un fianco tentando di riaddormentarmi, quando inizia il rumoroso rito del bagno: vari tipi di abluzioni, in lungo e in largo, raschiamenti e gargarismi. Poi arriva quello “lumino” della vestizione.
«E mica posso vestirmi al buio!»
«No certo, potresti preparare i vestiti la sera prima però! »
«No che non posso, dipende da un sacco di fattori, dal tempo che fa…»
«Ma potresti guardare le previsioni…»
«… dall’umore con cui mi sveglio.»
«A me pare sempre uguale.»
«E poi, semplicemente, non ne ho voglia!»
Ecco, questo riesco a capirlo con chiarezza. E mi copro gli occhi con l’orlo del piumone. 
Poi iniziano i tre minuti più rumorosi, quelli che io chiamo “la ricerca”: avanti e indietro sul parquet con stivali da cosacco, perché ha perso le chiavi di casa. E quelle dell’auto.
«Tu per caso le hai viste?»
«…»
«Ti ricordi che giacca portavo ieri?» 
E infine il cellulare che chissà come va sempre a finire sotto il mio cuscino.
«Ciaooo!»
Finalmente esce sbattendo la porta blindata, e per il contraccolpo mi sbattono i denti e il palazzo trema fino alle fondamenta. Vedete, io sono un amante dei supereroi ma non ho mai capito da cosa una donna così minuta tragga una simile energia. E in quell’esatto momento, malgrado il drammatico risveglio, mi stiracchio nel letto, faccio un respiro di sollievo e con un sorriso di vittoria mi alzo, finalmente padrone del campo.
Io sono un uomo semplice, ordinato, di sani principi, un umile scribacchino che ha imparato ad apprezzare il piacere delle piccole cose. Una casa calda e confortevole in primo luogo e soprattutto nei mattini d’inverno, quando le sterne polari vengono a deporre le uova nei vasi di gerani. Non amo le finestre spalancate. Insomma, i miei innocui vezzi di artista, sempre alla ricerca di ispirazione, sembrano proprio non interessare alla mia coinquilina, nonché mia moglie.
Nel corso della nostra convivenza lei mi ha addestrato a perdere tante virili abitudini. Adesso ad esempio, riesco ad avvicinarmi al water solo con grande deferenza: lo saluto con educazione, accarezzo i suoi fianchi di porcellana e poi mi siedo a orinare, accucciato come un giaguaro femmina. Ma la pedagogia evidentemente non funziona. Al contrario, e ogni santo giorno, trovo il lavandino pieno di capelli lunghi mezzo metro, che evidentemente non mi appartengono, e le tazze della colazione incrostate di zucchero e latte, ammonticchiate sopra la pila dei piatti unti di grasso della sera prima. Tanto, provate a indovinare chi li lava.
«Tirchio, potevi comprare la lavastoviglie!», mi pare di sentirla.
L’altro giorno lei, che è convinta di avere il “pollice verde”, ha piantato a mia insaputa, proprio davanti alla finestra dove penso e scrivo, un giovane melograno, un povero ramo triste e spoglio, e alle mie vibrate proteste circa la diminuita estetica del luogo mi ha risposto:
«Si, ma vedrai quanti fiori tra 15 anni!».
Lei è una di quelle donne che non si ferma mai, non so se voi ne conoscete qualcuna. Una di quelle che prima agisce, poi pensa, ma in qualche maniera riesce a fare entrambe le cose nel modo sbagliato. Per cui se le capita, come a tutti, un piccolo imprevisto quotidiano, apriti cielo! Mette mano al cellulare, interpella prima la sorella maggiore, cominciando a parlare di quanto sia perfido il suo amante, poi la sorella minore, mentre la conversazione verte sempre su come liberarsi più in fretta possibile della suocera paraplegica, e poi tre o quattro sue colleghe e finiscono a litigare sui turni di lavoro. Poi, proprio alla fine, chiama me e io le dico:
«Ok, la porto io la macchina dal gommista!».
Il fatto è che lei non vive nel presente. No no, lei è proiettata nel futuro! Lei non conclude mai ciò che ha intrapreso, perché ciò che intraprenderà la distoglierà di sicuro dal suo obbiettivo, che sarà sempre più interessante e bisognoso di attenzioni, naturalmente.
Così capita che il 10 luglio a mezzogiorno, quando il sole spacca il granito sulle spiagge della Gallura, lei – che sta già pensando alla cena di Natale – ti manda a comprare da un pescatore un kg di moscardini e due spigole alla cifra di 9 euro. Allora tu prendi l’auto con 42 gradi all’ombra, ti scapicolli sui tornanti fino al paese più vicino dove, spiegandoti a gesti, riuscirai ad acquistare alla modica cifra di 140 euro un frigo portatile per il ritorno in nave. E tre giorni dopo a Civitavecchia «Ma te l’avevo detto!», dopo esser stato inseguito da uno stormo di gabbiani famelici, ti toccherà correre per tutta la banchina per spargere il contenuto putrefatto nelle acque del porto, con grande interesse da parte degli equipaggi dei rimorchiatori che, in molti anni di mare, non avevano mai visto un uomo beccato con tanta ferocia dagli uccelli.
Ma poi lei ci tiene così tanto, e rivendica con tanta forza le sue azioni che io stesso mi convinco che non dovrebbero essere interpretate come stranezze, ma come la visione profetica di chi la vede lunga, e noialtri poveracci proprio non riusciamo ad arrivarci.
Inoltre, sarà perché il mio mestiere non reca alcun giovamento alle entrate della nostra cassa comune, o perché il destino cinico e baro mi ha portato orfano e figlio unico al cospetto di Gengis Khan, ecco che per queste e altre ragioni le necessità di lei e quelle del “sangue del suo sangue”, vengono sempre prima delle mie piccole e noiose abitudini.
E allora può succedere che una domenica sera, durante Lazio – Juve, al 15° del primo tempo, mi voglia parlare dei problemi di talamo di suo fratello, e allora devo alzarmi dalla mia poltrona, sedermi sul divano vicino a lei, fingermi interessato puntando gli occhi in due direzioni divergenti come fanno i camaleonti, e proprio in quel momento Ciro Immobile si invola sulla fascia sinistra, controlla la palla sul destro, dribbla due difensori, insacca la palla con un tiro formidabile all’incrocio dei pali e io allora salto in piedi e grido: «Goool!», mettendomi a saltare come Carrie posseduta da Satana. Lei prende questo mio comportamento fanciullesco come una mancanza di rispetto e di sensibilità verso la sua famiglia e se ne vada a letto chiamandomi: «Verme!». E già intuisco che mi terrà il broncio per le prossime due settimane.
Ma dopo, finita la partita, dopo aver seguito le interviste a quel pò pò di intellettuali che giocano a pallone, dopo aver appreso che sì, sì poteva fare di più e che con il duro allenamento possiamo arrivare a grandi traguardi, mi lavo i denti e vado a letto anch’io, provando un brivido di piacere nell’avvertire che la mia frenetica coinquilina lo ha già riscaldato. Allora quatto quatto mi avvicino a lei, ma tanto è inutile, perché la sveglierò (e un po’ ci godo). E lei così bofonchierà insulti incomprensibili e mi darà un calcio di rovescio col tallone sullo stinco. Ma tanto poi lo so che si calmerà e finirà per accettare il mio gelido abbraccio.
E in quel momento il mio ventre peloso aderirà alla sua schiena morbida, le nostre mani si stringeranno per vincere la paura della notte e io potrò infine addormentarmi contento, facendole le fusa, proprio come un gatto mammone.

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