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Pecorino di Pienza

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Illustrazione di Agrin Amedì
Un odore acre mi avvolge le narici. Una puzza di polvere rappresa, di stantio, di chiuso. Faccio un respiro profondissimo. Ho un po’ di paura. Infilo la chiave nella toppa, e timidamente apro la porta.

Un odore acre mi avvolge le narici. Una puzza di polvere rappresa, di stantio, di chiuso. Faccio un respiro profondissimo. Ho un po’ di paura. Infilo la chiave nella toppa, e timidamente apro la porta.
Tutto è in ordine. Tutto appare come è sempre stato.  Anche se non è così. Oggi è il 31esimo giorno dall’incidente. E mia sorella e mia cognata si sono date un bel da fare per togliere tutta la roba di Enrico. Ho chiesto loro non di buttarla ma di metterla da parte, così che un giorno, se mai quel giorno arriverà, potrò riaverle con me. Quanto mi sembra lontano, ora, quel giorno. Poso il borsone ai piedi del letto. Le lenzuola sono candide, i cuscini perfetti con la piega al centro. Comincio a credere che quell’odore che sentivo fosse solo retaggio di questo mese interminabile. Apro gli armadi. Per un terzo, sono vuoti. Mi lamentavo così tanto di non avere abbastanza scaffali. Ora li hai tutti per te. Sei contenta? No, non sono affatto contenta. Te li darei tutti adesso. Stiperei tutta la mia inutile roba in un angolo dell’armadio e ti direi: ecco tieni, mettiti comodo, è tutto tuo. E invece adesso è tutto mio. Ma non lo voglio più. Non mi serve più.
Entro in bagno e passo le dita sulla mensola vuota. Nessun rasoio, nessuna schiuma da barba. Non alzo nemmeno lo sguardo verso lo specchio. Ho il terrore di guardarmi negli occhi.
Eppure quell’odore ritorna. Delle piccole pugnalate mi giungono alle narici. Raggiungo la cucina. Tutto sembra a posto. Di un ordine surreale. Poi apro il frigo. E tutto si chiarisce. Ho un attimo di smarrimento. Respiro con la bocca. Chiudo l’anta con una spallata. Boccheggio. Dio, è disgustoso.
Mi accascio sulla sedia del tavolo della colazione e appoggio le spalle al muro. Di fronte a me questo ordigno a orologeria. Com’è possibile che gli sia sfuggita una cosa così evidente? Sicuro, hanno pensato che li dentro non ci fosse niente che appartenesse a Enrico e che potesse farmi male. Forse avevano ragione. Ma un dubbio, anzi, più di un dubbio mi assale.
Mi faccio forza nuovamente. Mi tappo il naso con il pollice e l’indice e, sempre da seduta, spalanco lo sportello con il piede.
Più che riappoggiare le spalle alla parete, spingo le scapole contro di essa, come se volessi quasi spostarla. Come se avessi la forza per farlo.
La puzza è respingente in ogni sua sfumatura. Ma non riesco a richiuderlo. E so perché.
Sulla mensola in alto intravedo qualcosa di un verde intenso, rugoso. Non c’era mattina in cui si svegliava senza ingurgitare quell’orrenda commistione di acqua calda e limone. Depura, diceva. E io lo guardavo schifata tra i fumi del mio caffè americano. Bevi, bravo, depurati con il limone, che io preferisco farlo con la caffeina.
Nei tre anni che abbiamo convissuto in questo angolo di Testaccio, ricordo solo una mattina in cui era dovuto correre dalla madre, caduta rovinosamente con la rottura di due gomiti, in cui non lo avevo visto espletare con calma quasi mistica quel suo rituale mattutino.
Scendo di un piano del frigo e vedo il barattolo di marmellata di cipolle senza la quale si rifiutava di mangiare qualsiasi cosa. Che fosse una bistecca, una frittata, degli straccetti o una bruschetta. Mi ricorda che c’è un po’ di Calabria dentro di me, diceva sempre per farmi pesare i miei rifiuti nell’affrontare annosi viaggi sulla Salerno-Reggio Calabria per arrivare fino a Tropea, dove non avremmo avuto nessuno da andare a trovare, se non queste sue fantomatiche radici, che nessun altro della sua famiglia aveva mai rivendicato e che probabilmente si erano dissolte già all’altezza di Lamezia Terme.
Non aprirò il barattolo, ma sono certa che se lo facessi, ora ci troverei dei batuffoli bianchi a soffocare l’amaranto della cipolla e ad attutirne l’aroma penetrante.
Eppure quell’odore non può venire da lì.
Scendo ancora di un ripiano e forse risolvo il mistero. Mi torna alla mente uno dei weekend più meravigliosi della mia vita. Eravamo in uno splendido agriturismo a San Gimignano. Tutto il giorno a non fare niente. Il più bel lusso che potevamo regalarci. Io sdraiata a bordo piscina a leggere racconti russi e lui seduto sulla sdraio con i suoi acquerelli, intento a trovare la perfetta sfumatura di quegli imponenti cipressi che sovrastavano la valle. Poi l’ultima sera era arrivato con un pacchetto tra le mani. Troppo piccolo per essere una scatola di scarpe e troppo grande per racchiudere una spilla di antica bigiotteria, le uniche cose che sapeva mi avrebbero fatta felice.
Eppure ce ne era una terza e tu lo sapevi.
E ora guardo quel che ne rimane sullo scaffale del frigo: un trancio di quel pecorino di Pienza che a me ricordava la mia amatissima nonna toscana e i pranzi estivi nella sua fattoria sulle sponde del fiume Elsa, e le gare in bicicletta per decidere chi avrebbe scelto il film da guardare la sera. Tu te ne eri ricordato e io ti ho buttato le braccia al collo come una bambina felice. Mi avevi riportato la mia infanzia, quella gioia che non deve avere per forza un senso. E quello che era già un weekend perfetto si trasformò in una visione perfetta del nostro presente. Del nostro volerci bene. Del nostro esserci. Ed è stato allora, davanti a quel pezzo di pecorino sgargiante che ti ho detto: facciamolo, sono pronta. 

Questo che adesso si è ridotto a essere solo un piccolo pezzo di crosta e muffa era il nostro anello di fidanzamento. Io avevo paura di finirlo, così di sera in sera lo sezionavo e lo assaggiavo, solo per avvertirne sulla lingua il profumo. E tu che mi prendevi in giro; e così ogni tanto, dopo qualche bicchiere, lo tiravi fuori dal frigo, ti inginocchiavi, e me lo offrivi dicendomi con voce suadente «Vuoi sposarmi?».
Allora ridevo, e adesso sorrido, pensando alle inutili fatiche di mia sorella e di mia cognata.
Sono in una casa che è stata messa a soqquadro per apparire come nuova, rigenerata.
Sono stati svuotati armadi, tolti quadri, nascoste foto. Pensavo di volere questo. Eppure adesso sono qui, spalle al muro, ad ammirare, come fosse la Gioconda al Louvre un frigo aperto, pieno solo di un limone, una marmellata ammuffita e un minuscolo pezzo di formaggio. La luce bianca e fredda però mi appare d’un tratto calda. L’odore acre è diventato fragranza. Ed è lì dentro che vedo casa.

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