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Mio marito Giovanni

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Illustrazione di Agrin Amedì
Canticchio allegra un motivetto sentito alla radio “…ma che bella la città, se la gode chi ci va”. Oggi è proprio una bella giornata. Sto cercando nell’armadio qualcosa di elegante.

Canticchio allegra un motivetto sentito alla radio “…ma che bella la città, se la gode chi ci va”. Oggi è proprio una bella giornata. Sto cercando nell’armadio qualcosa di elegante. Quanto mi piace provarmi e riprovarmi vestiti fino a che non trovo quello giusto, che sia adatto all’occasione e anche al mio umore. Devo anche sperimentare il trucco, ma non un trucco veloce, giusto per essere accettabile – no, voglio vedere come sto truccata per bene: fondotinta, mascara e via, fino al rossetto, rosso fuoco, brillante.
Sto facendo le prove per quando sarò in TV. Ho letto che il trucco deve essere molto marcato per non sembrare sbattuti. Mi devo adeguare.
Peccato che Giovanni non mi possa vedere così, sto proprio bene con quest’abito a fiori. Certo, non è un modello di sartoria, ma nell’armadio, purtroppo, non ho trovato altro di più adatto.
Sono anni che Giovanni mi dice che devo curarmi di più. Facile a dirsi, ma senza spendere dei soldi per i vestiti è complicato essere eleganti e curati, ma lui ha ragione: buttare danaro per degli abiti per me è proprio uno spreco. In fin dei conti, non devo andare da nessuna parte. Perché dovrei avere cose eleganti? Non mi servirebbero. È saggio Giovanni, molto più di me.
Ho messo lo smalto sulle unghie, color rosso fuoco, volevo vedere che effetto faceva. Non so se mi piace, mi è subito venuto in mente quella volta che in viaggio di nozze mi ero messa lo smalto rosso e Giovanni mi aveva detto che sembravo una puttana, e aveva ragione, lo smalto rosso è volgare.
Mi metto il cappello, quello che avevo comprato per il matrimonio della cugina di Giovanni, tre anni fa. Fortunatamente i cappelli non passano mai di misura, è per quello che Giovanni me lo ha lasciato comprare. Aveva detto che, un cappello, come un diamante, è per sempre, quindi potevo anche prenderlo.
Mi guardo nello specchio e non sto male, ma non somiglio per nulla a quelle belle signore che si vedono in televisione. Vorrei poter chiedere a Giovanni se così sono sufficientemente elegante per farmi riprendere dalle telecamere.
Ho conosciuto Giovanni quando avevo 17 anni, faceva il garzone dal meccanico che aveva l’officina sotto casa mia. Era bello, alto e dinoccolato, proprio come piaceva a me.
Quando ritornavo a casa la sera lui era sempre lì, appoggiato alla serranda che fumava. Appena giravo l’angolo mi fischiava e mi diceva: «Rizzacazzi, vieni qui a farmi un servizietto». Ed io arrossivo. Ero felice che mi stessa aspettando.

Le mie amiche mi dicevano che era un burino, un volgare burino e che avrei dovuto ignorarlo. Ma io lo sapevo che, in fondo, quel suo modo di rivolgersi a me era una forma di romanticismo; e passando gli sorridevo, mi slacciavo un po’ la camicetta e lasciavo che sbirciasse nella mia scollatura mentre mi palpeggiava ovunque.
Mi ero proprio innamorata di quel suo rude modo da uomo, da uomo vero, e quando rimasi incinta ne fui contenta. Da mesi mi addormentavo pensando al nostro futuro nido d’amore ed ero al settimo cielo quando gli dissi che ci saremmo dovuti sposare.
Lui mi guardò negli occhi e mi disse: «Smosciacazzi, mi hai fatto proprio un bello scherzetto». Quella volta un po’ mi arrabbiai, ma solo per poco, alla fine pensai che i maschi sono fatti così, e mi consolai.
Ci sposammo dopo pochi mesi e io gli dissi solo in viaggio di nozze che avevo perso il bambino. Non avevo avuto il coraggio di farlo prima: e se avesse mandato all’aria tutto?
Giovanni mi disse che era meglio così, per ora un figlio avrebbe solo rappresentato una spesa. Ma a me sarebbe piaciuto tenere un bambino tra le braccia; eppure Giovanni sapeva di cosa parlava, se diceva che non era il momento allora… Sì, non era il momento.

Mi guardo nello specchio. Ho i capelli in disordine. Sono spenti, stopposi, e cadono male. Forse è troppo tempo che me li taglio da sola e non hanno più una forma. Andare dal parrucchiere per una donna che non lavora è inutile. Sono soldi buttati, mi ripete spesso Giovanni. Me lo dice ogni volta che va a farsi fare i massaggi al centro estetico. Ma a lui servono quei soldi: ha i muscoli sempre indolenziti, povero amore mio.
Per questa volta, però, ho deciso che la mano del parrucchiere è veramente necessaria. Forse anche Giovanni apprezzerebbe di vedermi con una pettinatura nuova e magari un po’ sbarazzina.
Mentre la ragazza del salone all’angolo mi massaggia la testa con la crema continua a chiacchierare: un cicaleccio ininterrotto che un po’ mi infastidisce. Anch’io anni fa ero una che non taceva mai, chissà quanto deve avere faticato a sopportarmi il mio povero Giovanni quando, al ritorno dal lavoro, pretendevo di annoiarlo con le mie sciocche chiacchiere. Meno male che poi ho compreso che quando tornano stanchi la sera è giusto che siano lasciati tranquilli.
Ho sempre apprezzato di Giovanni quella ruvida concretezza, quella che a me, romantica sognatrice, mancava del tutto. Ha sempre avuto la capacità di indirizzarmi verso le cose giuste, del resto è questo che deve fare un marito. Lui è il capo famiglia. E se uno è il capo deve comandare, un po’ come nell’esercito. I soldati mica sanno cosa è giusto fare e cosa no: serve un comandante che li guidi verso la vittoria.
Giovanni dice sempre che il Padreterno ha fatto prima il maschio e poi la femmina perché questo è l’ordine di importanza. All’inizio io non ero proprio d’accordo, anche se non glielo ho mai detto per non farlo infuriare. I maschi si arrabbiano molto se li contraddici.
Ho anche provato a parlarne con Don Emilio di questa cosa di Gesù e le donne e anche lui pensava che Giovanni sbagliasse. Un giorno finalmente ho capito: un prete, non essendo un marito, non è in grado di capire bene; Giovanni invece sì.
Mi guardo nello specchio e mi piaccio molto. Mi stanno proprio bene i capelli nero corvino, fanno risaltare la mia carnagione chiarissima e soprattutto le labbra rosso fuoco.
Chissà, forse potrei anche comprarmi un tailleur, uno di quelli fascianti. Me lo potrei anche permettere! Ho 35 anni, e la mia figura è ancora da ragazzina. Le donne, però, non dovrebbero uscire con abiti provocanti, a meno che non siano con il marito, e io in televisione ci andrò senza Giovanni. Non vorrei sembrare una di quelle là, come Jessica, la tabaccaia.
Quattro anni fa Giovanni aveva avuto una storia con quella Jessica, lo avevo scoperto per caso un giorno che avevo pensato di fargli una sorpresa ed ero andata a trovarlo in officina. Era da poco diventato il titolare perché Giovanni, da gran lavoratore qual è, era riuscito a comprarsela l’officina quando il vecchio proprietario era morto, e mi era sembrato bello andare là a fare la moglie del padrone anche se, a dire la verità, non c’era nessuno che potesse vedermi visto Giovanni lavorava da solo.
Non lo avevo trovato a trafficare tra le macchine ma non mi ero stupita, avevo pensato che fosse al bar. Era stato un grugnito a farmi capire che doveva esserci qualcuno in ufficio, anche se guardando attraverso i vetri sembrava vuoto. Giovanni era sdraiato sul pavimento, incastrato tra la scrivania e lo schedario, e aveva quella Jessica avvinghiata al corpo. Ero rimasta senza parole ed ero tornata a casa di corsa.
La sera Giovanni era tornato dal lavoro e mi aveva portato una scatola di cioccolatini. Si era arrabbiato perché non dovevo andare in officina a perdere tempo, dovevo restare a casa a cucinare invece, e aveva ragione, non avevo preparato la pasta all’uovo per poter uscire.
Poi mi spiegò che quella donnaccia lo aveva sedotto e costretto a fare sesso con lei, perché si sa che gli uomini sono fatti così, se non sono focosi nemmeno sono uomini. Alla fine mi perdonò e mi fece giurare che non mi sarei mai comportata come quella sgualdrinella. Andammo a letto e mi abbracciò, ero davvero felice che lui amasse proprio me.

Forse, però, anche con un tailleur potrei restare la brava moglie che sono. Non ho mai visto la tabaccaia con un tailleur, quella porta solo minigonne e tacchi altissimi. E ho deciso: me lo prendo. Lo voglio tutto nero con le paillettes sui reverse in modo da essere luccicante sotto i riflettori.
Torno a casa e mi provo il nuovo acquisto. Sembro davvero un’altra, così vestita e acconciata. Però, mica male, farò davvero una bella figura.
Riesco quasi a immaginarmi la scena: tutti che mi si accalcano intorno e io che, con quell’aria sofisticata che hanno tutte quelle che sono in TV, rispondo alle loro domande e sorridendo dritta all’obiettivo dico: «Sì, sono io Antonella Rositelli».
Vorrei che mi vedesse Giovanni e che, dando di gomito agli amici al bar, dicesse in modo ammiccante: «Quella figa lì è mia moglie».
Siamo sposati da quindici anni e devo dire che il nostro è proprio un matrimonio felice. So che Giovanni è contento di me e io ne sono fiera, sono una buona moglie, che è quello che si chiede a una donna; e sono anche bella.
Anche Giovanni è un buon marito, tutto sommato, mi ama e non mi ha mai picchiato, quasi mai, e non c’è nulla che io non apprezzi di lui. A parte quel suo dondolare ritmicamente la gamba in continuazione.
Mi ha sempre infastidito un po’, soprattutto a tavola. Riesce a muoverla così intensamente che l’acqua della bottiglia ondeggia, come se fossimo su una nave. I primi mesi di matrimonio ridevo e gli chiedevo come si trovava a pranzare su un transatlantico. Lui smetteva per qualche secondo e poi riprendeva. Trovavo sempre più irritante quella gamba che si muoveva in continuazione, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno. Sognavo che si fermasse, che all’improvviso smettesse di muoverla. Ma a ogni cavolo di pasto era sempre la stessa cosa, avevo iniziato a trovare indigesto il cibo mangiato in compagnia di quel movimento. D’estate si sentiva anche il rumore della pelle sudata che urtava contro la gamba del tavolo. Avevo persino l’impressione che quella gamba si muovesse sotto il tavolo anche quando lui non era in casa.
Più di una volta avevo cercato di fargli capire che mi innervosiva, magari accarezzandogli il ginocchio mentre pranzavamo o semplicemente mettendo il mio polpaccio contro il suo. Ma non c’era niente da fare, ondeggiava sempre.

Ieri sera a cena avevo trovato il coraggio di dirgli apertamente che mi urtava i nervi quel movimento ripetuto della sua gamba, e mi aveva risposto in malo modo che ero isterica, che anche suo padre “faceva andare la gamba” e che sua madre non aveva mai avuto niente da ridire.

Oggi è tornato per pranzo e ha iniziato a muovere la gamba intanto che scodellavo la minestra nel piatto. Quando è nervoso il movimento è più frenetico e oggi è talmente nervoso che il brodo è uscito dal piatto.
Ma io non sono nervosa oggi, sono tranquillissima.
È tutto pronto, l’arrosto, le patate, una torta e anche la motosega.
Non aspettavo altro, quando ho visto il liquido caldo che usciva dal piatto e sporcava la tovaglia che avevo appena stirato sono andata nello stanzino, ho preso la motosega, l’ho accesa e sono tornata in cucina. Giovanni ha spalancato gli occhi, non riusciva a capire cosa stava succedendo.  Mi sono avvicinata e gli ho segato via la gamba. Non ha potuto reagire, è svenuto subito. Meglio così, avrebbe avuto da ridire perché si stava sporcando il pavimento. Ho preso la gamba, l’ho tagliata in tre pezzi e l’ho messa nel congelatore a pozzetto.

Ora sono pronta, sono bella, elegante e sofisticata, posso fare quella telefonata.
Peccato che Giovanni non possa vedermi ora e nemmeno potrà vedermi quando finalmente trasmetteranno la mia faccia in televisione.
Peccato davvero, ma Giovanni e di là, in un lago di sangue.
Ed è per quello che tra poco sarò in TV.

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