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La nonna verde

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Illustrazione di Agrin Amedì
Le piastrelle del pavimento ricordano le costellazioni dei percorsi della fame e della soddisfazione: frigo-lavello-ciotola; barattolo-sedia-cucchiaino. Apprezzo la cura con cui sulle mattonelle dietro alla cappa si depositano le cartine geografiche dei vapori.

Le piastrelle del pavimento ricordano le costellazioni dei percorsi della fame e della soddisfazione: frigo-lavello-ciotola; barattolo-sedia-cucchiaino. Apprezzo la cura con cui sulle mattonelle dietro alla cappa si depositano le cartine geografiche dei vapori. Pentole timide, padelle gracchianti o sibilanti bricchi non fanno che arricchire, ogni sera – alla fine delle avventure gastronomiche di Marta e Sabina – quelle macchie appiccicose. Quando la voce delle bambine tace prendono l’odore della cipolla. Come adesso, sono di là a vestirsi e io ho le ginocchia troppo gonfie per portare le gambe davanti alla porta. In cucina da sola sono una regina, ma se ci sono loro mi faccio una nonna minuscola per lasciargli tutto lo spazio. Piccola quanto un cucchiaino o una zolletta di zucchero di canna; tascabile: un tappo, alta come il barattolino del pepe che adesso, se ci penso, mi fa il solletico agli occhi. I biscotti nuotano nella tazza (sembrano alghe) e sfoglio le notizie su un quotidiano. Quella pubblicità non mi colpirebbe se nello stesso istante dietro la grata della finestra non apparisse un pettirosso. È perfetto, rotondo.
Da piccola il mio bassotto cacciava ogni animale più basso di lui. Le zampe nervose degli uccellini mi piacevano, per motivi diversi da quelli di Pio, che era il nome del mio cane. Pio li seguiva appiattendosi a terra e con un salto era fatta: le penne pendevano dalla bocca. Li masticava senza mangiarli e restavano dei frammenti nascosti in giardino. Mentre penso al cane, guardo l’uccellino, ora saltella sulla ghiaia. Le grate inquadrano il movimento geometrico: destra, sinistra, alto, fermo. C’è una legge matematica? Con un gesto stizzito lui bruca un filo d’erba o più probabilmente un verme. Quel rapido gesto di piacere per quel modesto pasto mi paralizza con la tazza di tè verde in mano. Ci vedo specchiati i buchi delle mie narici dentro. La sua sicurezza nel cogliere senza esitare, sapendo precisamente la direzione successiva, mi fa precipitare. Sono posseduta, verde d’invidia. Lui vola via, scomparendo tra il rumore di altri uccelli e quello della strada. Sono qua, sulla sedia, guardo il mazzo della salvia e mi viene voglia di farmi una corona di penne da Indiana d’America.
«Sabina!», grida la nipote più piccola «hai finito?».
«Sì, ecco!»
Non ha finito ma esce dal bagno dove c’è ad accoglierla la chioma piastrata della cugina minore, sempre perfetta. Passano nel corridoio e mi guardano, vogliono parlarmi, quindi le anticipo.
«Io adesso devo telefonare.»
Appoggio il sedere sul lavandino mentre tagliuzzo un tovagliolo verde menta con un coltello.
«Con chi parla la nonna?»
Marta non risponde.
«Mi senti?»
«Perché lo chiedi a me?» Marta è una persona seria, non risponde mai mentre studia.
«Che compiti devi fare?»
«Ricalco la cartina di geografia.»
«Di che stato?»
«Il Regno Unito. Nonna, mi dai le forbici?»
Il telefono squilla a vuoto. Mi figuro questi ragazzini delle medie intenti a ricalcare quella roba a casa loro e mi chiedo chi tra di loro diventerà medico e chi invece andrà a fare il fricchettone no global a Londra. Perché le forbici? Non gliele do: «Mi servono».
Marta è preoccupata, non faccio mai così. Stende il foglio nero sporcandosi la mano e si rivolge a sua cugina: «Sabina?».
«Sì?»
«Ma tu le facevi queste cose alle elementari?»
«Anche noi ricalcavamo le cartine con la carta carbone. Puzza!»
«Che puzza!»
Marta prende un pezzettino del tovagliolo che ho vivisezionato e lo porta davanti alla bocca, spianandolo bene. Ora mi guarda con i suoi occhi grandi, la sua testa sa sempre di vaniglia e ha spesso due orecchini a forma di lanterna. Ora pendono dalle orecchie tintinnando. Che cosa vuole fare? Si gira verso la cugina più grande con la bocca tappata e gli occhi spiritati, con quel pezzo di carta sulle labbra. Sabina sta per ridere per darle soddisfazione e rassicurarla ma io non ci vedo più dalla rabbia.
«Ora basta! Non lo vedete che ho da fare?»
«Nonna, ti prego, così mi fai paura.»
«Ci fai paura»
Marta finalmente lascia cadere il tovagliolo dalla bocca.
Il telefono squilla a vuoto, io sento passare nelle mie narici un’aria che sa di biscotti. Non so più se è l’odore della colazione o la testa di mia nipote, ma più respiro più sento il mio naso allargarsi. Prendo un cucchiaio e lo metto davanti alla faccia per specchiarmi. Ho un naso gonfissimo, mi fa male, sembra che stia tirando via anche pezzi di cervello e le orbite, sì, mi strappa via tutti e due gli occhi. Le mie nipoti sono mute, non sanno che fare, non vedono bene, ma io mi sono vista e il cucchiaio mi cade dalla mano e… Suona il citofono. Non è possibile, non ora! Dannazione! Perché non mi rispondono al telefono! Loro due scattano per andare alla porta. Le sento bisbigliare, parlano di me. Sono nervose.
«Chi è?»
Dall’altra parte nessuno risponde.
«Non aprite, bambine!»
«Chi c’è?»
Non mi disubbidiscono mai, non apriranno. Devo solo sbrigarmi a finire questa telefonata, il numero è quello. Risolverò tutto, sapevo che questa storia del naso doveva essere affrontata, ecco, appena in tempo, adesso mi rispondono, dai. Mi copro con la tazza dopo aver rovesciato il tè verde nel lavandino.
«Nonna, è per te», le bambine sono pallide. Marta è appoggiata sullo stipite della porta, con in mano la matita. Sabina ha fatto strada all’ospite e ora è qui accucciata tra la parete e il pavimento della cucina. «Non è possibile, hanno aperto, chi è?»
È lui, il cane Pio. Non proprio lui, è altissimo, è un bassotto con il corpo da uomo. Ha una tuta di jeans da meccanico. Nelle tasche ha delle chiavi inglesi pulitissime e il suo pelo è lucido; è sempre stato un bel cane!
«Signora, sono venuto per i suoi tubi.»
«Certo… Si accomodi. Ecco, vede, qui è sempre intasato. La roba non va né su né giù. La prego però, faccia piano, perché io devo telefonare.»
«Mi faccia vedere.»
Il suono di campanelli oltre la cornetta del telefono si mischia con i singhiozzi di Marta, che ha la faccia nascosta tra le braccia e la porta. Sabina ha la forza di parlarmi.
«Nonna, perché hai un naso da drago?»
Ecco, non riuscivo a capire, è proprio quel tipo di muso anfibio, ora ne capisco meglio i profili e, mentre provo a toccarlo per la prima volta, sento che è squamoso e umido.
«Tesoro, non ti preoccupare, adesso lo sistemiamo. La prego, lei non faccia rumore che devo parlare al telefono!»
Il bassotto sta armeggiando, si sentono dei rumori di acciaio molto fastidiosi. Non mi rispondono al telefono. Mentre sbuffo vedo che dal naso mi esce un fumo giallo e verde.
«No!» Sabina grida «la prego, ci aiuti, non vede che mia nonna è un drago!».
Il cane esita, è molto concentrato, rispetta il mio ordine di non fare rumore. Svita e riavvita in modo meticoloso.
«Questo era il problema, venga a vedere.» Che seccatura, mi sta davvero chiedendo di collaborare, perché non finisce il suo lavoro? Mi sporgo nel lavello, vedo quello che vede lui.
«Ne prenda uno. Mi dispiace ma io mi occupo di acqua, con il fuoco non posso farci niente.»
Prendo uno di quei gomitoli rossi che sembrano delle palle di lana. Ahi! Fa malissimo! Il telefono schizza lontano e finisce per terra, vicino a Sabina. Marta si butta per terra e lo prende.
«Nonna, adesso basta!»
«Ridammi il telefono, Marta! Stai rovinando tutto!»
«Ti prego, non darglielo, dallo a me!»
Sabina vuole proteggerla e cerca complicità nel cane-idraulico. Ma lui sta rimettendo tutto in tasca. Se ne va: «Mi dispiace ma io mi occupo di acqua, con il fuoco non posso farci niente». Le fiammelle stanno volando in giro per la cucina. Quelle rimaste nel lavandino continuano ad alzarsi nell’aria».
«Arrivederci, grazie, capisco. Sono di fuoco, ha ragione…»
Sabina suda, il calore nella cucina cresce, i gomitoli di luce illuminano le lische del mio naso di drago. Il telefono è ancora in mano a Marta che ansima e mi fissa, sfidandomi. Non mi riconosce. Se solo capisse che è tutta questione di pochi minuti, devo solo finire questa telefonata e tutto si sarà sistemato.
«Tesoro, dai il telefono alla tua nonna… Ecco… Dai…»
Marta non ne vuole sapere, afferra una padella e con tutta la forza che ha me la sbatte in testa. Sono per terra, vedo solo delle briciole e le mattonelle sono bollenti. Nella foga il telefono è caduto sbattendo sul tavolo. Sabina piange disperata, Marta mi fissa con gli occhi sbarrati, la cucina è caldissima. Poi non mi ricordo più.

Ho perso i sensi, non so per quanto tempo.
«Nonna, bevi questo, tieni»
«Bevilo, nonna, bevilo tutto.»
Marta ha i capelli bagnati, puzza di fogna, sembra aver lottato con qualcosa o qualcuno. Ci sono delle tazzine che galleggiano. Sabina mi accarezza e la sua mano fa un rumore di pesce che salta. Mi accorgo che la cucina è allagata, siamo tutte e tre nell’acqua. Le mie bambine sono zuppe. E il telefono è ormai inutile.

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