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Linee rette

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Illustrazione di Agrin Amedì
Parcheggio il motorino sul marciapiede di fronte allo stabilimento balneare e con passo svelto mi dirigo verso la spiaggia. Cerco con lo sguardo il bagnino e sorridendo gli chiedo a gran voce un lettino, il più possibile vicino al mare per favore.

Parcheggio il motorino sul marciapiede di fronte allo stabilimento balneare e con passo svelto mi dirigo verso la spiaggia. Cerco con lo sguardo il bagnino e sorridendo gli chiedo a gran voce un lettino, il più possibile vicino al mare per favore.
Subito mi spoglio e corro a infilare i piedi dentro l’acqua. È sempre stato così, da quando da bambina andavo al mare con mamma e la prima cosa che facevamo insieme era correre a riva a bagnarsi i piedini. E stavamo minuti interminabili a respirare l’aria fresca di mare, quella che ti pizzica il naso, e ad ascoltare il rumore delle onde fino a farlo diventare un tutt’uno con il respiro. Restavamo lì, vicine, in silenzio, a guardare la linea retta del cielo confondersi con la linea retta del mare.
Pochi minuti sono sufficienti per rigenerarmi e riassaporare attimi di felicità passata.
Oggi è il mio compleanno, compio 23 anni. Vedere il cielo diffondersi sul mare non mi da la serenità che speravo. Una lacrima mi riga il volto. Abbasso gli occhi ai piedi e lentamente torno al lettino. Mi stendo e mentre con cura mi spalmo la crema abbronzante cerco di pensare ad altro. Ho poco tempo per abbronzarmi. Sono arrivata tardi al mare. Arrivo tardi sempre e ovunque. Mamma mi sgridava continuamente per questo. Prendo il telefonino dalla borsa, mi infilo gli auricolari nelle orecchie e mentre ascolto distrattamente la mia playlist preferita mi concentro sulla serata che mi aspetta. I miei amici hanno insistito tanto per organizzarmi una festa e anche se a me non va proprio di festeggiare ormai l’ho promesso. Alzo il volume e stanca chiudo gli occhi. Quando li riapro mi accorgo che il sole non scotta più. Guardo l’ora incredula, sono già le 19:30. Panico. Mi alzo di scatto. Mi vesto in tutta fretta e corro verso il motorino. Lo metto in moto e prontamente mi butto in strada. Sono le 19:35. Casa dista 15 minuti. Se incrocio tutti i semafori verdi e se vado a una media degli 80 km orari posso recuperare dai 3 ai 5 minuti. Arrivo previsto per le 19:45. Mi doccio al volo senza lavarmi i capelli, se li spazzolo per bene e li passo con la piastra sembreranno come appena lavati. Ore 20:10 mi infilo un tubino nero super aderente, sandalo tacco 12, un velo di trucco e massimo per le 20:30 sono pronta, con solo 30 minuti di ritardo.
E mentre calcolo ogni minimo movimento, cavalco il mio motorino percorrendo la linea retta della statale tutta in sorpasso.
Meglio il tubino nero o un vestitino bianco che mi risalta l’abbronzatura?
Continuo a sfrecciare al lato sinistro delle auto, tutto va secondo i piani, ancora pochi minuti e sarò a casa.
Meglio il tubino nero, in fondo non sono tanto abbronzata.
E mentre annuisco soddisfatta per l’ottima scelta, un automobile proveniente dal senso opposto di marcia improvvisamente gira a destra.
Ma che fa? Così mi taglia la strada.
Se tocco i freni salto in aria. Se vado dritto divento un tutt’uno con la macchina.
Se sterzo a sinistra finisco schiacciata nella corsia di marcia opposta. Se sterzo a destra mi frantumo contro il fiume di auto che percorrono la mia stessa corsia.
Questo è l’imprevisto che mamma mi diceva continuamente di calcolare. La vedo in cucina mentre controlla la cottura della torta di mele che tanto mi piace -Sara inizia a preparati altrimenti arriviamo tardi da nonna- e io totalmente indifferente resto attacca alla TV. E la sento che mi urla dal corridoio -Sara quanto ti manca ancora in bagno? Dai tesoro veloce, sei sempre l’ultima!- E io che non curante mi fisso allo specchio, controllandomi quegli odiosi punti neri sul naso. E ancora, quando con la giacca in mano e un piede fuori dalla porta mi dice con voce rassegnata -Ok io vado, raggiungimi da nonna. E vai piano con quel motorino, intesi?- e io che neanche le rispondo, arrabbiata con lei, con me stessa e con il mondo intero per la costante e inutile ricerca di un qualcosa di decente da indossare.
L’auto è lì, a pochi metri da me, in procinto di girare.
«Sara intesi?»
«Mamma stai tranquilla» le urlo scocciata dalla camera. «Lo sai che sono una super pilota!»
«Sì, lo sei» mi prende in giro. «Ma ricordati che l’imprevisto è sempre dietro l’angolo.»
La porta si chiude. Piano. Senza un bacio, senza un sorriso, senza un “a tra poco”.
Devo decidere, giro a sinistra o vado dritto?
Vado dalla nonna e mentre guido già assaporo la torta di mele appena sfornata e il nostro pomeriggio di chiacchiere in famiglia.
L’auto è solo a un paio di metri da me.
La fila per andare da nonna, che cosa strana. È la prima volta che mi succede. Arriverò tardissimo, questa volta mamma si arrabbia sul serio.
Sono a meno di un metro, di fronte a me lo sportello anteriore lato passeggero.
Dai accelera pirata della strada! Fai questa maledetta curva!
Una curva. Ma perché non esistono solo linee rette? Niente curve. Solo linee rette, come quella che divide il cielo dal mare, te la ricordi mamma? La linea più lunga che abbia mai visto. E il rumore delle onde. Ti ricordi mamma quanto ci piaceva ascoltare il rumore delle onde? Entrava dentro di noi, assecondava il ritmo del nostro respiro. O era il nostro respiro ad assecondare il ritmo delle onde? Il mare, il cielo, i piedi a bagno e noi a guardare linee rette perdersi nell’orizzonte. Te lo ricordi mamma?
Un brivido mi percorre la schiena, come quando gradatamente entri in mare e l’acqua è talmente fredda da gelarti le ossa. Così mi sento mamma, con le ossa gelate, gelate dalla paura di andare in frantumi e trasformarmi in polvere. Alzo gli occhi al cielo ancora una volta in cerca della nostra linea retta e tu sei lì, ti nascondi tra le nuvole, forse giochi. Mi pizzica il naso e non riesco a non sorridere. Lentamente la tua immagine si fa più nitida, ritrovo i tuoi occhioni tondi e gentili, le tue labbra a formare quel tuo dolce sorriso e i tuoi lunghissimi boccoli, leggeri e soffici come le nuvole che ti compongono. Come curve, che si perdono all’orizzonte lungo linee rette.

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