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La tripla

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Illustrazione di Agrin Amedì
La palla rimbalza sul ferro davanti. Il tiro è corto e sotto al canestro il gigante lituano scambiato con i Maveriks durante l’offseason taglia fuori tutti, prendendo un rimbalzo d’oro.

La palla rimbalza sul ferro davanti. Il tiro è corto e sotto al canestro il gigante lituano scambiato con i Maveriks durante l’offseason taglia fuori tutti, prendendo un rimbalzo d’oro.
Mancano ventiquattro secondi alla fine di gara sette. I Boston Celtic sono sopra di due e i padroni di casa dei Sacramento Kings li inseguono da tutta la partita.
Giocare nel Sacramento è molto spesso frustrante, essendo da sempre una squadra abituata a combattere per l’ottavo posto, l’ultimo utile per qualificarsi ai playoff.
Arrivare a gara sette delle finali per molti è già un miracolo sportivo. Giocarsi la vittoria dell’anello, nell’ultimo possesso della partita, è quasi un miracolo.

Il centro la passa a De Santa, la grande rivelazione della stagione. Una matricola, la scelta numero quarantadue dei Lakers, subito scaricato al Sacramento per uno scambio alla pari con una vecchia gloria di trentasette anni.
Nessuno avrebbe mai puntato neanche uno spicciolo sul suo talento e su quei centosettantaquattro centimetri di esile ragazzino italo-americano. 
Ma quell’anno nel giro di pochissimo tempo era riuscito a scalare le gerarchie dei Kings e già a Gennaio viaggiava a una media di undici assist a partita.
Era riuscito a entrare nei cuori dei tifosi, un pò per la spocchietta che manteneva dopo ogni azione, un pò per il suo gioco ricco di passaggi spettacolari al limite della pazzia.
Venne paragonato a un altro playmaker che calcò i parquet del Sacramento, Jason “White chocolate” Williams. Entrambi bianchi, entrambi con giocate alla Magic Johnson.
Ma De Santa questa volta la pressione la sente sulla pelle. Sente un formicolio allo stomaco e la sua vista si fa sfocata. È stanco e coach Santana ha finito i timeout. Tutto ciò che può fare è tenere palla fino alla fine, farla girare e cercare il varco per provare un fedaway o qualche passaggio no look dei suoi per un compagno smarcato.

Il tempo sembra fermarsi davanti ai suoi occhi. Tutto si fa lento.

Ventiquattro.
Le casacche viola dei compagni di squadra del piccolo playmaker sventolano mentre corrono in direzione del canestro avversario. De Santa fissa per un attimo la grande palla arancione e la scritta spalding sopra di essa, pronto per aprire il palleggio. Sugli spalti un signore con un buffo cappello e un guantone a forma di mano gigante esulta. «Forza Kings!», strilla a tutta voce.

Ventitrè.
De Santa apre il palleggio e lentamente si incammina verso la metà campo dei Celtic, sostenuto dal pubblico di casa, estasiato dalla prestazione del loro piccolo campioncino, autore – anche oggi, tanto per cambiare – di una doppia doppia. Trentadue punti, tredici assist. Roba mai vista per un diciannovenne al primo anno in Nba.

Ventidue.
Il rumore del pallone che rimbalza sul parquet e gli entra nel cervello, creando un eco di ricordi che scombussola tutti i suoi pensieri.
Ritorna ai primi rimbalzi nel parchetto dietro casa, letteralmente bullizzato sportivamente da ragazzi troppo più potenti e alti di lui.

Ventuno.
Parte la classica musichetta del Golden 1 Center dell’inizio di ogni azione, una sorta di tarantella buffa con suoni di organo elettrico: potrebbe essere l’ultima della stagione.

Venti.
De Santa supera il centrocampo ansimando e pensando alla mamma in lacrime al momento del primo stipendio da cestista professionista del figlio. Nonostante la sua fosse una famiglia numerosa, la madre non aveva mai nascosto un debole per lui. Durante la stagione, nel periodo in cui il figlio era passato dal totale anonimato al vincere il premio matricola dell’anno, l’aveva aiutato a rimanere una persona umile senza montarsi la testa.

Diciannove.
De santa avanza facendo rimbalzare la palla lentamente. I suoi compagni sono sistemati. Aspettano solo che il loro uomo squadra chiami lo schema.

Diciotto.
Il piccolo fuoriclasse alza il braccio sinistro in alto chiamando lo schema.
Davanti a lui Jamison, esperto playmaker di Houston nominato due volte difensore dell’anno in carriera, lo fissa piegato sulle ginocchia pronto a dimostrare il motivo dei premi ricevuti. Piccole goccioline di sudore scendono dalle tempie del playmaker dei Celtic, finendo sulle sue guance nere come la notte.
Il cuore di De Santa inizia a battere all’impazzata, sente che per la prima volta nell’anno sta perdendo il controllo. Il display sopra al tabellone sta cominciando a scendere troppo velocemente. De Santa sente il peso delle aspettative e il suo ghigno è sparito. Ha paura di sbagliare. Ha paura di deludere il Sacramento e il capoallenatore Santana. I Kings sono una franchigia priva di trofei, un’occasione del genere potrebbe non ricapitare mai più.

Diciasette, sedici…
Sembra assurdo ma al playmaker passano davanti agli occhi tutti gli attimi della sua vita come se stesse per morire. Rivive tutto, dalla nascita fino a quel momento così importante. I giorni belli, come le scommesse con i suoi amici su quanti tiri liberi consecutivi avrebbe realizzato, così come quelli brutti. I primi furti e gli amici morti d’overdose. La pallacanestro come passione da coltivare contro tutto e tutti. Contro la logica stessa che lo vorrebbe fuori da un ambiente dove se sei 1.74 sei automaticamente inutile. La motivazione di diventare un numero uno e l’estro buttato sul parquet. Il suo carattere di merda domato da passaggi dietro alla schiena senza guardare il compagno. Il pubblico che esplode a ogni singola giocata, così come i fischi per ogni palla persa per fare troppo il clown. Tutto si trasforma in un formicolio fastidioso.

Quindici, quattordici, tredici…
De Santa lancia un’occhiata a Litmanovic che dall’alto dei suoi 2.21 goffamente corre verso Jamison, che nel frattempo non smette di fissare la palla che rimbalza a rallentatore.

Dodici, undici, dieci…
Gli ultimi dieci secondi della stagione. Nella testa di De Santa cominciano a circolare pensieri di come chiudere l’azione. Entrare in aria a cercare il canestro libero. Scaricare su Wilkins e sperare che spari una bordata dalla media? Prendersi la responsabilità, sfruttare il blocco di Litmanovic, e provare il tiro in sospensione? Non lo sa. Sa solo che dalla scelta che prenderà la sua carriera potrà avere un’impennata o una frenata.

Nove, otto, sette…
Litmanovic porta il blocco e Jamison che, per quanto esperto, non riesce a evitare di sbattere contro la montagna lituana che lo ha appena bloccato. C’è un piccolo spiraglio, De Santa può entrare in terzo tempo.

Sei, cinque, quattro…
L’ala avversaria va a coprire lo spazio creato, ma De Santa sa sfruttare i blocchi come nessuno, complice anche la sua stazza snella e rapida. Finge un movimento di corpo sulla sinistra per poi virare velocemente a destra, dopo aver fatto passare la palla dietro alla schiena con un numero dei suoi.

Tre…
Ha sufficiente spazio tra sé e il marcatore. Prende una decisione di carattere. Fa un salto indietro uscendo dalla campana dei due punti. Vuole provare da tre, non vuole portare la partita ai supplementari. La vuole chiudere lì. È pronto a uno dei suoi tiri in sospensione imparati imitando Allen “the answer” Iverson – altro suo idolo. L’inconfondibile bip di sottofondo gli ricorda che tra tre secondi sarà tutto finito.

Due…
Sale in aria, quasi a toccare una stella invisibile. Davanti ai suoi occhi il pallone va a oscurare i riflettori dell’arena. Il pubblico si alza dalle sedie con il fiato sospeso.
Jamison, dopo aver perso momentaneamente l’equilibrio, cerca disperatamente di riprendere posizione e salta cercando di stoppare il bolide. Parte il secondo bip.

Uno…
Nel momento di maggiore elevazione De Santa scaglia la sua bomba da tre punti. La mano di Jamison si avvicina alla palla, sfiorandola proprio nel momento in cui il missile viene scagliato, ma senza riuscire a intervenire. La sfera arancione disegna un arco, una parabola angelica diretta verso il centro del cerchio. Pochi attimi e il Sacramento saprà se gioire o disperarsi.

De Santa è sempre stato un ragazzo di poche parole. Il suo modo così spavaldo e sbruffone di giocare era in realtà un modo per esorcizzare ciò che nella vita si è sempre sentito di essere: un ragazzino acerbo e con un talento troppo grande da gestire. Trovarsi catapultato in una realtà così grande lo aveva reso qualcosa di diverso. Negli ultimi mesi le pressioni, le aspettative del pubblico, gli sponsor, gli autografi dopo ogni prestazione da alieno lo stavano uccidendo. Aveva sognato tutta la vita di diventare il nuovo Jason Williams del Sacramento e ora, nel momento in cui il pallone viaggia alla velocità di un cuore sul punto di fermarsi, sogna solo casa.
Sogna di tornare nella cascina del nonno paterno in Basilicata, fra il profumo degli ulivi del giardino e la tranquillità di un paesino di poche anime troppo interessate al calcio per pensare a un cestista, per giunta così basso. Ma è realmente quello che vuole? Essere una superstar costantemente sotto i riflettori ed eternamente paragonato ai grandi playmaker bianchi del passato?
De Santa non è Jason Williams. Non è Steve Nash o John Stokton. Non è nemmeno Jerry West. È solo un ragazzino di diciannove anni con il dono di saper infilare palloni in un cesto, e lui sente di non meritare nemmeno questo.

Mentre suona la sgraziata sirena che segna la fine della partita, la palla rimbalza sul primo anello e si solleva lentamente fluttuando in aria tra gli sguardi speranzosi e preoccupati di tutta l’arena. Resta lì, immobile, mentre tutta la panchina salta in piedi nell’attesa. De Santa inizia a scendere dal cielo mentre i suoi capelli nero corvino sventolano per via della mano di Jamison, passatagli così vicino da fargli rischiare contatto e fallo.
Quante volte, durante la sua infanzia, si era visto davanti mani più grandi della sua a bloccarlo e a dirgli di no con il dito come Mutumbo dopo ogni azione troppo azzardata. I colpi sotto canestro, il primo dito insaccato dopo un rimbalzo, le gomitate, il sapore del sangue in bocca quando il gioco diventava troppo maschio per un mingherlino come lui.
Sbagliare questo tiro può significare il declino di una carriera. Un ragazzo così giovane che prende una responsabilità così grande. Cosa può succedere a una mente così fragile davanti a un insuccesso di tale portata?
Girare a testa bassa con la paura di incrociare i volti dei fans delusi. Respirare il disappunto e percepire una cappa di amarezza attorno. Magari sentirsi fare i complimenti per la grande prestazione, ma rimanere nell’immaginario collettivo come quello che ha sbagliato la tripla decisiva. Sarebbe perdere un’occasione. Sarebbe perdere L’OCCASIONE. Sentire l’adrenalina sparire in un soffio e vederla mutare in una sadica forma diversa. Quella di un laccio di filo spinato che avvinghia un cuore infranto. Sarebbe buttare al macero un intero anno di trasferte e di vittorie. Ogni singolo punto, dal tiro libero insignificante dell’ultimo dei gregari alle sue prestazioni da quaranta punti, hanno portato a questi pochi e intensi attimi di infinito.
E se invece segnasse? Può la psiche di un ragazzino così acerbo reggere una simile vittoria?
Immagina il campetto polveroso, il cane della vicina che abbaia in lontananza e il suono del pallone che rimbalza sul cemento armato con l’odore di polvere e il freddo gelido invernale che entra nelle ossa di un ragazzino dodicenne che non si rende conto che il sole è tramontato ed è l’unico rimasto a parlare con il canestro. Che sogna in grande e che sbaglia cento tiri di fila prima di metterne uno, ma che sa, che vuole e che si prenderà ciò che desidera.
Un bambino che sogna i parquet che contano, nonostante l’altezza e le prese per il culo di quelli quasi mezzo metro più alti di lui. Non sa se vuole diventare la divinità di un’intera città a poco più di diciannove anni. De santa vuole solo giocare a basket. De Santa vuole solo la tranquillità e continuare a imitare Jason “white chocolate” Williams.

Il mondo lo sta fissando, sta fissando la palla sospesa a mezz’aria. Il giovane playmaker immagina divani, mani che prendono pop corn, il risucchio della cannuccia dentro alla Coca Cola di uno spettatore e l’enorme pupazzo che lancia magliette durante i timeout. Vede cheerleader che ballano, lui a quattordici anni con una caviglia slogata dopo una finta riuscita male. E ancora i palloni persi cercando di fare il buffone e i conseguenti fischi dell’ingrato pubblico. Le lacrime di gioia per le vittorie e quelle di dolore per le sconfitte. Le serate mondane e le donne disponibili perché lui è “De Santa”, così come la solitudine di un ragazzo travolto da qualcosa di troppo grande che gli ha avvicinato tanti amici, ma solo di facciata. Sagome bidimensionali sorridenti pronte a fare da sanguisughe sue un ragazzo che si diverte a giocare a basket. E che vorrebbe solo quello.

Chiude gli occhi e gira la testa, non vuole vedere. Ha paura. Sa solo che a prescindere dall’esito di questo tiro la sua vita non sarà mai più la stessa.

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