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La spesa

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Illustrazione di Agrin Amedì
Anche oggi, aprendo la porta di casa, sono caduto nel buio. Sono tre giorni che Luca se n’è andato, e con lui Billy. Non ho avuto necessità di accendere la luce, il sole riscaldava come sempre l’appartamento, posto al sesto e ultimo piano di un palazzo di periferia.

Anche oggi, aprendo la porta di casa, sono caduto nel buio.
Sono tre giorni che Luca se n’è andato, e con lui Billy.
Non ho avuto necessità di accendere la luce, il sole riscaldava come sempre l’appartamento, posto al sesto e ultimo piano di un palazzo di periferia. 
Era Billy che non mi aveva fatto accendere la luce, con la sua coda roteante e il suo muso immerso nelle buste della spesa in cerca di qualcosa… del regalo che gli porto ogni volta che vado al supermercato.
Sì, anche oggi tornavo dalla Conad carico come un mulo, come al solito.
Ma per chi?
Erano tre giorni che non vedevo Luca, e ho realizzato che questa volta sarà per sempre.
Ho sistemato la spesa in modo meccanico: le Haribo dentro la scatola di latta nel terzo ripiano della dispensa dove si trovano tutte quelle schifezze che a fine pasto funzionano come la ciliegina sulla torta; le Coca Cola, tassativamente Zero, distese orizzontalmente al secondo livello del frigorifero, quello appositamente stretto per lasciare l’altezza giusta agli altri che devono conservare cibi più voluminosi; i tubi delle Pringles nel punto più alto dell’armadi, quello dove tengo anche la pasta, ma davanti a questa perché più visibili e più facili da prendere quando ci si vuole coccolare il palato con gusti sfiziosi.
E poi mi sono accorto che avevo sistemato con cura solo quello che abitualmente compravo per Luca. Lo sistemavo nei posti che, con amore, gli avevo riservato perché potesse trovare subito quello che più gli piaceva.
Erano sei anni, ormai, che occupavano la stessa posizione.
«Cicciolotto! Biscottino?», mi era automaticamente uscito dalla bocca mentre sistemavo sul carrello dietro la porta della cucina – esclusivamente riservato a Billy – le tre scatole di snack a forma di osso. Ovviamente i 3×2, vista la quantità industriale di premi che gli facciamo ingerire per sopperire al poco tempo che gli dedichiamo, sempre presi dal vortice del nostro lavoro o dal diabolico Candy Crash sul nostro cellulare.
Me lo immaginavo sul letto, come al solito in attesa del suo biscotto. Ma, andato di là, ho trovato solo buio.
Magari adesso, proprio in questo preciso istante, è Luca che se lo sta coccolando facendolo giocare con uno dei giochini che io gli compravo ogni volta che andavo a fare la spesa. Era il regalo per lui, e che oggi, dopo aver sistemato la spesa, è rimasto al buio del ripiano della cucina. Perché Billy non c’è. No, non c’è.
Chissà se mi riconoscerebbe ora, dopo tre giorni che non mi vede.
Ho acceso, come faccio sempre, le candele in casa: quella in cucina, sopra il forno, e quella in sala, sul tavolino davanti al divano.
Sono funzionali a mitigare il puzzo di fumo delle sigarette di Luca. Sì, certo. Perché il mio compagno fuma in casa, tranne che in bagno e nelle camera da letto.
E poi, le candele regalano anche calore, accoglienza.
Solo quando le ho accese, anzi, solo quando le stavo accendendo, mi sono reso conto che non c’era più l’odore pregante e fastidioso delle cicche di sigaretta spente e rimaste lì nel posacenere. Non c’era più neanche il posacenere in giro per l’appartamento. E solo in quel momento, quando volevo profumare la casa, mi sono accorto dell’odore diverso: c’era una nuova puzza che inondava il mio naso da tre giorni. Era l’assenza di Luca e Billy, della mia famiglia, della mia vita. 
E neanche le calde e accoglienti fiamme delle candele hanno dato luce al buio che ho trovato dentro e fuori di me, quando oggi ho aperto la porta di casa.

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