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Come Benji Price

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Illustrazione di Agrin Amedì
La calciatrice avversaria posizionò il pallone con cura. Il gesso, calpestato durante tutta la partita, si era ormai mescolato alla pozzolana, e il dischetto di rigore era diventato un pallido ovale a undici metri esatti dalla linea di porta. A undici metri da Flavia.

La calciatrice avversaria posizionò il pallone con cura. Il gesso, calpestato durante tutta la partita, si era ormai mescolato alla pozzolana, e il dischetto di rigore era diventato un pallido ovale a undici metri esatti dalla linea di porta. A undici metri da Flavia.
Novanta minuti di partita, trenta di tempi supplementari e nove calci di rigore non erano stati sufficienti a decretare quale fosse la squadra vincitrice del campionato regionale. Quello era l’ultimo tiro. Se l’avesse parato, avrebbero vinto loro.
Flavia guardò con la coda dell’occhio il punto sulle tribune in cui erano seduti i suoi genitori. Riusciva a distinguere la postura composta del padre e il riflesso dei suoi occhiali da sole. La madre aveva i gomiti poggiati sulle ginocchia, il volto affogato nei palmi delle mani, come se si stesse raccomandando a Dio. Tipico di sua madre.
Guardò il pallone, solitario e inconsapevole come un fagiano in un bosco, e promise a se stessa: Se lo prendo, glielo dico.
Saltellò un po’ a destra e sinistra, cercando un contatto visivo con l’avversaria. In quei  momenti tutto poteva essere utile. Fingere spavalderia poteva demoralizzare l’altra, saltare sul posto dando dei pugnetti alla traversa poteva deconcentrarla, richiamare l’attenzione dell’arbitro per un motivo qualunque poteva innervosirla.
L’altra però non guardava davanti a sé. Cercava la concentrazione fissando per terra e sputando ogni tanto in un punto che sembrava avesse scelto con cura.
Flavia aggiustò il cappello e sputò sui guanti, gli ultimi gesti di un rituale scaramantico a cui credeva poco anche lei. Gli allenamenti, quelli sì che servivano. I gomiti sanguinanti dopo pomeriggi interi passati a ripetere la stessa uscita a terra. Quelli trascorsi a tuffarsi per due ore consecutive nella stessa merdosa pozzanghera, mentre l’allenatore calciava senza pietà, e le sue amiche si vedevano a casa di qualcuna, rinchiuse in calde camerette rosa, per studiare e parlare dei ragazzi più carini.
Guardò un’ultima volta verso le tribune.
Se lo paro, stavolta glielo dico davvero.

L’arbitro fischiò.
La calciatrice avversaria si mise in movimento, come un robot che avesse finalmente ricevuto l’impulso a procedere. Percorse due passi nella direzione nel pallone, inerte protagonista. La coda di cavallo castana che le scendeva tra le scapole disegnò nell’aria attorno a lei un arco praticamente perfetto, mentre il collo del piede, impressa tutta la forza possibile sugli scacchi del pallone, liberò un tiro che si diresse fin da subito alla sinistra del portiere.
Tutto il corpo di Flavia, senza che questo fosse il risultato di alcun ragionamento consapevole, si inclinò verso il palo alla sua sinistra. Le ginocchia si piegarono, per caricare come una molla il tuffo. Quando il pallone era a metà strada, esattamente a metà corsa tra il dischetto e la porta, Flavia era in aria. Nessuna parte del suo corpo toccava il terreno. Le mani distese, il collo dritto, gli occhi fissi sul pallone.
Fu in quel momento, nel silenzio assoluto dell’attesa, che Flavia sentì un rumore. Il fruscio del vento. Del pallone che roteava. Delle sue mani protese che deviavano l’aria come gli alettoni di una macchina sportiva.
Era, quello, il rumore che faceva il pallone di Holly e Benji. Guardando quel cartone animato si era innamorata del calcio, guardando quel cartone animato aveva deciso che sarebbe stato un portiere. Come Benji Price.
Tutti i giorni, dopo la scuola, andava a casa dei nonni a pranzo. Prima di scolare la pasta, la nonna gliela faceva assaggiare. Raccoglieva con cura un rigatone dalla pentola in ebollizione, e lo poneva su un piatto; poi, con la stessa attenzione, pescava con il mestolo un po’ di sugo e lo adagiava sul rigatone fumante. Infine, pigliandolo con tre dita, ci spolverava sopra un pizzico di parmigiano. Un piccolo capolavoro estetico, un prototipo di pranzo, un piatto di maccheroni in scala.
Sul tavolo, accanto alla fruttiera, c’era un mazzo di carte piacentine consumato dalle partite a scopa tra lei ed il nonno. La scatolina c’era ancora, ma mancava la linguetta che serviva per chiuderla.
Poi i nonni riposavano un po’, mentre lei faceva i compiti nella luce delicata e silenziosa del pomeriggio. Spesso si metteva a sfogliare uno dei volumi della grande enciclopedia, aprendo una pagina caso e soffermandosi ad annusare l’odore che sprigionava. Era su quei libri che aveva studiato sua madre, molti anni prima.
Il silenzio di quella casa era rassicurante, il ticchettio dell’orologio in cucina era una presenza delicata. Non c’era niente di inquietante o angosciante. Anche la noia, in quel contesto, sembrava necessaria e in un certo senso benevola.
Alle quattro, però, era l’ora dei cartoni. La nonna si svegliava, si alzava e andava in cucina a mettere su la moka. Flavia la raggiungeva, e aveva il permesso di accendere finalmente la televisione. Già solo sentire la sigla, dopo ore di silenzio, era emozionante. La nonna intanto portava il caffè al nonno su un piccolo vassoio con i tetti di Parigi disegnati sopra, e i gatti.
Quando tornava di solito Holly e Benji era già iniziato. Le prime scene riassumevano brevemente quello che era accaduto nelle puntate precedenti. Flavia le guardava seduta sulla sedia della cucina, tra il profumo del caffè e quello delle mele che si decomponevano nella fruttiera.
Il pallone di Holly e Benji non era mai completamente sferico: quasi sempre era deformato da un calcio potentissimo, da una traiettoria impossibile, dalla velocità con la quale sfiorava l’erba. E ogni volta era accompagnato da quel rumore, come se l’aria fosse l’acqua del mare solcata dalla prua di una barca a vela.
Oliver Hutton era il protagonista indiscusso del cartone animato, ma Benji Price era il suo preferito. Soprattutto per il ruolo: il portiere aveva qualcosa di romantico, così importante, come ultimo baluardo a difendere la propria porta, eppure così solo rispetto al resto della squadra, costretto a tifare solitario quando i suoi compagni attaccavano dalla parte opposta del campo. Forse in quella diversità del portiere Flavia riconosceva inconsciamente un carattere distintivo di quella che sarebbe stata la sua vita. E forse lo riconosceva anche la nonna, l’unica che si era accorta di quella particolare propensione per le cose “da maschio” di Flavia, di quel suo modo inopportuno di sedere, dei capricci estenuanti dal parrucchiere, affinché gli tagliasse i capelli i più corti possibile.
La nonna aveva capito, ma non ne avrebbe mai parlato. Semplicemente, non aveva le parole per farlo, non conosceva il vocabolario di certe sfumature. Si limitava a prepararle pane e Nutella e a irradiare amore incondizionato, come sempre.
Flavia strizzava i due bordi della fetta di pane, in modo da concentrare la crema che vi era spalmata in una sostanziosa striscia al centro. Poi ci affondava la lingua e la lasciava risalire per tutta la lunghezza della fetta, fino a raccogliere la maggiore quantità possibile di crema di nocciole sulla sua punta. Nel frattempo, Benji era capace di volare da una parte all’altra della porta, dandosi la spinta con le gambe sul palo opposto, come una specie di monaco Shaolin.

Sentì la palla sbattere sul palmo della sua mano. Poi atterrò: riconobbe quel dolore che conosceva così bene, al gomito e al costato. Il pallone rimbalzò due o tre volte, docile, e si andò a fermare in un punto irrilevante dell’area di rigore.
Le urla di gioia la sommersero, ancor prima dell’abbraccio scomposto di tutte le sue compagne. L’arbitro fischiò la fine della partita, ma nessuno se ne accorse.
Sugli spalti anche i genitori di Flavia balzarono in aria, alzando i pugni al cielo, commossi. Flavia cercò di individuarli buttando lo sguardo oltre quella selva di braccia, capelli, ascelle, bocche. Non ci riuscì. Sopraggiunse però in lei un’improvvisa consapevolezza: i suoi genitori non potevano non sapere. Ma se aspettavano che fosse lei a dirglielo, quella sera sarebbe stata vera fino in fondo. Come a casa di sua nonna.

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