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Borotalco

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Illustrazione di Agrin Amedì
Accade tutto in un attimo. Come sempre. Lui di colpo su di lei. Calcio. Pugno. Spigolo. Botta in testa. L’orecchio brucia. Pugno. Sangue sull’occhio. Calcio nello stomaco. Gomito che spezza la schiena. Gusto di sangue. Buio.

Accade tutto in un attimo. Come sempre. Lui di colpo su di lei. Calcio. Pugno. Spigolo. Botta in testa. L’orecchio brucia. Pugno. Sangue sull’occhio. Calcio nello stomaco. Gomito che spezza la schiena. Gusto di sangue. Buio.
Lei è rannicchiata a terra, in posizione fetale. Si difende ancora ma non capisce: lui dov’è? Sente tutto ovattato. Le sembra di essere in un acquario, non vede bene, quel bruciore dopo il colpo sull’orecchio destro, il sangue che cola dalla palpebra sinistra. Un Picasso di dolore, di dolore sproporzionato.
Prova ad appoggiarsi su un gomito ma le gira tutto intorno, quel colpo alla testa l’ha confusa, non passa. Barcollando si aggrappa al mobiletto del bagno e nello sforzo di sollevarsi fa cadere un oggetto. Nell’aria si diffonde un profumo forte di borotalco, forte forte sempre più forte. I suoi sensi dilatati dal dolore avvertono l’odore acuto, nauseante, quel borotalco è mille volte più profumato, un profumo che le penetra naso e cervello, mischiandosi al gusto del sangue, superandolo. Ora è tutto borotalco.
C’era un posto che aveva quello stesso odore, forte allo stesso modo, quasi disgustoso nella sua dolcezza finta e soffocante. 
Le immagini si snebbiano per un attimo e poi torna tutto nuvola indistinta. Al profumo di borotalco.

Era al luna park, era piccola, accanto sua sorella che ancora una volta la obbligava a salire con lei sul Crazy Round: «Sei una fifona, stai sempre sui libri, non vai neppure a pallavolo, sei una senzapalle, adesso reagisci! Vedi come si divertono gli altri bambini?». Era vero, anche quelli più piccoli di lei su quella giostra si divertivano, gridavano come pazzi, adrenalinici. Ma la paura… Lei voleva solo scendere.
Sapeva cosa la aspettava e sapeva che quei cinque minuti le sarebbero sembrati eterni. Le cinture ormai la stringevano, bloccandola contro lo schienale. «Clic» – il gettone era sceso, il giro iniziava, il suo vagoncino cominciava a scrollare; le lacrime le rigavano già il viso e la velocità aumentava, rendendole fredde e taglienti sulle guance. Veloci, veloci, sempre più veloci. Oppressione e soffocamento, giri spezzati, scatti violenti, a ogni curva la schiena e le ginocchia che sbattevano, il collo che le tirava, rigido fra le cinture. E poi il borotalco, una nebbia rosa di fumo al borotalco. Tossiva, piangeva, voleva scendere ma non poteva, qualcuno aveva deciso per lei. Qualcuno decideva sempre per lei. Maledetto, maledetto borotalco. Borotalco. Sangue. Borotalco. Sangue. Borotalco… Che schifo, basta!

Si alza ancora ubriaca nei movimenti, annebbiata come dopo uno di quei giri sul Crazy Round. Le sembra di risentire la voce di sua sorella: «Cacasotto, piscialletto, domani lo racconto a tutti». Urla di un urlo liberatorio, un gesto con la mano e se la leva di dosso. Va avanti, incurante. Si avvicina al telefono, lo prende e inizia a comporre il numero, lasciando piccole tracce di polvere bianca sui tasti neri e sulla cornetta.

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