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Navi e tulipani

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Illustrazione di Agrin Amedì
La prima volta che vidi i campi dei tulipani rimasi così, occhi sgranati e bocca aperta. Papà mi aveva detto: «Vieni con me».

La prima volta che vidi i campi dei tulipani rimasi così, occhi sgranati e bocca aperta.
Papà mi aveva detto: «Vieni con me». E io salii sulla Bianchina verde scuro, la cappotta col telo grigio plastificato, le marce che grattavano, e arrivammo al bordo del paese, lasciandoci dietro le ultime case coi tetti spioventi incrostati di muschio, sfiorando la ruggine del paracarro che proteggeva la strada dai fianchi aperti della collina argillosa, sopra le vigne d’uva bianca, sopra gli olivi potati a febbraio, e in faccia si apriva lo spazio aperto di fronte a noi, che sembrava non ci fosse l’orizzonte, e invece in basso veniva un fondovalle piano e sterminato, dove correva il Tevere gonfiato dalle piogge d’aprile, formando anse, gomiti e poi rettilinei marroni e limacciosi, minacciando i campi arati, sollevando fino ai bordi delle rive le barchette dei pescatori di lucci, di anguille sinuose.
«Guarda là» mi disse, indicando una porzione enorme di terreno compresa tra il fiume malmostoso e la strada statale che tracciava un nastro dritto e nero nella pianura ancora impigrita dai ricordi delle gelate dell’inverno, dalla primavera incerta. E improvvisamente vidi, in mezzo a tutto quel piattume ordinato e senza fantasia, una macchia di colore immensa, che sembrava come se un arcobaleno fosse caduto sulla terra, adagiandosi tra le zolle, delimitato dai fossi, tagliato dalle strade sterrate che dividevano le proprietà, collegavano i campi al fiume, o ai laghetti artificiali. Erano i fiori dei tulipani, le teste ovali, ordinate, tutte alla stessa altezza, che svettavano dai gambi verdi, le foglie allungate verso l’alto a cercare il cielo. C’era la striscia bianca, quella rossa, quella gialla, quella screziata, le teste rosa e quelle aranciate. C’erano i fiori che nei petali mischiavano tutti questi colori insieme, e ondeggiavano seguendo il vento, in una danza ordinata, flettendosi, abbassando la testa e rialzandola, come se ci fosse stato un direttore d’orchestra con la sua bacchetta a dirigere i movimenti. E perfino da lassù, mi sembrava di sentire il fruscio del vento che passava attraverso foglie e steli e fiori aperti, a trasportare il polline, a incuriosire le api, a rompere la calma della pianura monotona e rassegnata.
«Lo sai che li butteranno tutti a fiume, quei fiori lì?» disse mio padre.
Strabuzzai gli occhi, senza rispondere.
«I proprietari sono certi signori olandesi. Sai niente dell’Olanda tu?»
Parlava fissando i campi, mentre le nuvole in cielo correvano veloci lasciando chiazze di bianco sul celeste sopra di noi, come il mantello bicolore delle mucche.
«A loro interessa solo la radice, la patata che sta sotto. Sì, esatto, il bulbo. Hai sempre la parola giusta, tu, eh?»
Aveva fatto come un sorrisino stirato.
«Dicono che qui cresce meglio che da loro. Comunque, stammi a sentire. Il sindaco del paese vuole fare una festa. Una cosa grande, mai vista. Una gara di carri trainati dai trattori. A chi costruisce quello più bello. Insomma, come i carri di Carnevale, quelli con i pupazzi e tutto quanto, che li vediamo alla televisione. Però, tutti ricoperti di tulipani. Visto che li devono buttare, ce li facciamo regalare, no? E mi ha detto se voglio partecipare. Io, e pure l’altro fabbro, quello che sta giù vicino al capolinea delle corriere, sì. E due o tre compaesani, che sanno pure loro usare le mani e gli attrezzi, e hanno un’officina, come noi. Ci starà una giuria per il carro vincitore, la banda, i chioschi della porchetta, lo zucchero filato.  Un sacco di gente che viene da Roma. Che te ne pare?»
Avevo fatto una faccia neanche fosse spuntato Babbo Natale da dietro la curva della strada.
«Ma veramente?» risposi, e fu l’unica cosa che mi venne da dire.
«Veramente» disse lui. E aggiunse:
«Abbiamo due settimane di tempo, poi li tagliano e li buttano a fiume.»
Allora, pensai a tutti quei fiori colorati galleggiare sull’acqua, tra le sponde, ricoprire la superficie, spinti dalla corrente. Me li immaginai arrivare al mare, mi immaginai i pesci che sarebbero affiorati per guardare meglio, le branchie ancora dentro l’acqua ma gli occhi piatti, a fior di squame, fuori all’aria. E forse perché m’era arrivata una folata di vento che sapeva proprio di acqua di fiume e tulipano, pure se non ne avevo mai annusato uno, che mi venne in mente ancora una volta Luisella, i capelli lunghi sciolti sulle spalle, le unghie corte sulle dita delicate. E sognai che stavamo sdraiati sulla riva, a guardare i petali di tutti i colori scivolare verso il mare, le teste a sfiorarsi, le gambe così attaccate che si sentiva il calore della pelle attraverso la stoffa dei pantaloni e le stavo sbirciando la curva del collo, verso la camicia aperta sul davanti, quando qualcuno mi scrollò ed era mio padre che mi batteva forte su una spalla.
«Ma che ti sei imbambolato, eh? Hai capito che ti ho detto? Due settimane sole. Ma io me le faccio bastare. Ci ho già un’idea, di quelle forti. Che fai, mi aiuti?» strillò mio padre, facendo svanire la riva del fiume e soprattutto la bocca rossa di Luisella. Lo guardai nella faccia, gli occhi traversati dalla luce di primavera, i peli bianchicci e grigi della barba incolta, pensando che era uno che quando si metteva a costruire qualche cosa, che fosse legno, ferro o pietra, veniva sempre fuori un capolavoro, che lo chiamavano Archimede proprio per questo. E così, presi a saltare tutto intorno alla Bianchina, tanto ero eccitato dalla notizia.
«Mi serve pure qualche amichetto dei tuoi. Più siamo, prima finiamo. Ce l’hai, qualcuno da portare, che non sta con le mani in mano?»
Certo che ce l’avevo, risposi. Ce l’avevo sì.

*

Alla fine, ad aiutare mio padre, eravamo in quattro. Cioè, in tre, perché quello scansafatiche di Gino l’avevo fatto venire solo perché era il fratello di Luisella, e speravo che magari, con la scusa di passare a salutarlo, lei facesse capolino in officina, scrollando la matassa di seta castana sulle spalle, muovendo le dita lunghe delle mani affondate nelle tasche, spalancando il verde degli occhi e accorgendosi di me. Perciò, al pomeriggio, dopo la scuola, nella primavera odorosa che avanzava rapida, cominciammo a ritrovarci tutti là, a pestarci i piedi nell’officina che sapeva di fumo di saldatura, a terra il cemento sbrecciato e pieno di limatura e scarti di ferro, alle pareti le mensole coi tondini, le lamiere, certi quadrelli enormi d’acciaio. Mio padre aveva preparato una specie di pavimento di legno incorniciato da ferri solidi, grezzi, grande e rettangolare, lungo quasi come l’officina stessa. Sotto ci aveva piazzato delle ruote a carrarmato smontate di sicuro da qualche rimorchio per le botti. E noi iniziammo così, prima a inchiodare le tavole di legno, poi a imbullonarle al telaio di ferro per renderle solidali e calpestabili, così da formare una superficie liscia come una pista da ballo e sicura come una roccia nella terra. E mentre Gino trovava sempre una scusa per non lavorare, una volta gli faceva male un piede, un’altra s’era perso chissà dove il cacciavite a spacco, un’altra ancora era arrivato tardi perché la madre gli aveva dato una commissione, la pianta orizzontale e la struttura prendeva forma, come le fondazioni di una casa. Mio padre, non ci aveva detto niente su cosa aveva in mente, teneva tutto in segretezza, non voleva dare qualche vantaggio agli altri concorrenti. Così, ogni pomeriggio si aggiungeva un pezzo nuovo e misterioso al carro dei tulipani. Un giorno trovavamo a terra dei fogli di lamiera, che a spostarli facevano tutto un rumore di tuoni di tempesta. Il giorno dopo, compariva un tubo di metallo alto fino a toccare il soffitto scalcinato e così largo che potevamo pure arrampicarci dentro. Il giorno dopo ancora, si metteva a piegare e sagomare le lamiere, gesticolando con la fiamma di un cannello tenuto tra le mani, la luce azzurrina e incandescente che usciva dalla punta arroventata come i gas di scarico dei razzi interplanetari, come le scie luminose e remote delle comete nelle fredde notti d’inverno. E se doveva unire e rinforzare tutti quei ferri arrugginiti, o le lamiere arrotolate, usava la saldatrice elettrica e ci dava un pezzo di vetro nero, affumicato, per guardarci in mezzo, sennò ci si sarebbero bruciati gli occhi e pure chiudendoli avremmo visto per giorni, nel buio della notte, sdraiati a letto, col soffitto bianco sopra di noi, tutta la radiazione ultravioletta, i lampi incandescenti degli elettrodi, le fiamme bianche come quelle della creazione del Mondo, e le mamme ci avrebbero dovuto mettere sulle palpebre arrossate le fette sottili di patata cruda, a rinfrescare quei bollori, a spegnere le luci, a dare sollievo alla pelle scottata dai bagliori. E ce ne stavamo seduti sui secchi di ferro rovesciati, il pezzo di vetro nero nella mano, a rimirare il miracolo dell’elettricità che diventava ferro fuso e saldava, univa, rendeva solidali cose un attimo prima estranee e separate. Era come una magia, avvolta da un’aurea azzurra e fumigante, l’odore di solfureo, i lampi di un temporale. Gino, invece, lui usava il vetro nero per guardare il sole. Alzava il braccio e col dito indicava il disco rotondo, lattiginoso dietro la lastra, innocuo e freddo. Del carro, non gli importava niente. Ma lui, si sa, l’avevo chiamato solo per attirare la sorella. E ogni tanto, dalla bottega di papà, mi affacciavo sulla piazza, non appeno sentivo un vociare, un rumore di tacchetti, un’idea di passi sul selciato a sampietrini. E rimanevo deluso, perché era solo il lattaio, o il postino, o le signore con le sporte della spesa, i ciuffi di verdura fuori, le buste marroni del pane, gli incarti del prosciutto. Ma i lavori del carro proseguivano, eccome, pure se non si capiva niente, pure se per noi era solo uno spostare di lamiere e tubolari, stando attenti a non scottarci con le saldature calde, gli occhi pieni di riverberi metallici, il freddo grigio dell’acciaio, le orecchie graffiate dal rumore di trapani e molette. E infine, a metà della seconda settimana di lavoro, trovammo al pomeriggio mio padre armeggiare con una catena tutta occhielli e un gancio pieno di ingranaggi, molle e ruote dentate tutto fissato al centro del soffitto grezzo, in mezzo all’officina polverosa. Guardava le lamiere lavorate a terra.
«Adesso con questo paranco tiriamo su le pareti. Una per volta. State attenti, eh?» Aveva detto le pareti. Di cosa, pensai stringendo le labbra. Poi, il paranco come lo chiamava lui sgranò uno per uno, come un rosario, tutti gli occhielli della catena e girarono molle ed ingranaggi tirando su, tirando su, fino a quando la lamiera saldata e rinforzata si alzò, ondeggiando sospesa nel vuoto, come una lama gigantesca, ricurva da una parte. E noi la sostenevamo, e piano piano, senza fatica, che lo sforzo lo faceva il paranco misterioso, l’appoggiamo su certe guide, che il giorno prima non c’erano, fissate sul legno del pianale. La parete di lamiera, adesso alzata in verticale, il semicerchio sfacciato e proiettato di fuori, verso il mondo, stava in piedi. Fletteva in alto, perché sopra non era legata, ma stava in piedi. Papà ci disse:
«Non toccatela, adesso.»
Non lo facemmo. Invece, sollevammo l’altra lamiera, ripetemmo le stesse manovre e anche l’altra parete fu adagiata sulle guide dalla parte opposta. Adesso, tra le due pareti, c’era tutto il pavimento di legno del pianale. Sul davanti, invece, i semicerchi s’erano accostati, combaciavano perfettamente, e le due pareti sembravano una superficie sola, stabile, definita. Anzi, ora che li guardavo meglio, non erano proprio dei semicerchi, ma più aperti, quasi a punta arrotondata, e quelle pareti slanciate verso l’alto, color ferro, adesso le avrei chiamate in altro modo, le avrei chiamate, chissà perché, paratie o fiancate. E come si mi avessero dato uno schiaffo a tradimento o un pugno nella pancia, la soluzione del mistero mi arrivò così, forte e inattesa, suggerita dalla parola stessa, e quando mio padre disse:
«Allora, la riconoscete sì o no? È la…»
«Prua! Sì, sì, è la prua di una nave!» esclamai io saltando in piedi; la luce forte delle lampade a gas dell’officina che mi si rifletteva dentro gli occhi, a schiarirmi il celeste, a rimbalzarmi nella testa. E mio padre si arrabbiò, glielo vidi nella piega della bocca, non tanto perché gli avessi rovinato la sorpresa, ma perché lui avrebbe detto:
«È la parte davanti di una nave!» e basta, senza troppi fronzoli nel mezzo, senza la fatica della parola esatta che mi sforzavo sempre di trovare. 

*

Il tubo era il fumaiolo, e venne fissato al pavimento del carro, dritto in mezzo alle pareti verticali. Poi, mio padre col cannello incandescente aprì un buco in alto, su una delle pareti, disegnando con la fiamma uno zero quasi perfetto. Levigò gli spigoli, lo arrotondò, e quando si freddò il ferro ci calò nel mezzo una corda di spago, grossa proprio come quelle delle navi vere che avevo visto l’estate prima a Civitavecchia, legata alla quale stava un’àncora di legno che aveva costruito di nascosto. Muoveva la corda, e l’àncora verniciata di nero scendeva o saliva dal buco e ne rimanevamo affascinati, pure Gino, ci sembrava come di sentire il rumore dell’impatto nell’acqua profonda, i pesci che si scansavano, e ci schermavamo la faccia per non bagnarci con gli spruzzi di schiuma salata. Poi legammo tutto attorno alle pareti della nave, alla corda di spago, al tubo-fumaiolo, una retina leggera di metallo come quelle delle gabbie per le galline, perché in mezzo ai buchi fitti avremmo infilato i gambi dei tulipani, che avrebbero ricoperto tutta la struttura, tutta l’invenzione di mio padre e così, improvvisamente, il carro era finito e mancavano solo i fiori. E arrivarono, il giorno prima della festa, sopra certi camioncini aperti dietro, i cassoni straripanti, le ruote schiacciate dal peso. Ci mettemmo a guardarli dalla parte alta del paese, e li vedevamo salire i tornanti della strada, arrancando per la salita, sputando fumo azzurro di nafta bruciata, le cassette piene a ballare sui pianali, i fiori recisi ancora bagnati di rugiada, un serpente colorato che si snodava frenando alle curve, accelerando sui rettilinei. Quando arrivarono all’officina, mi accorsi che le targhe dei camioncini erano straniere, e non le conoscevo. Scesero due uomini alti, altissimi, la pelle diafana della faccia, occhi e bocche enormi e noi rimanemmo impalati neanche avessimo visto gli orchi delle favole. Papà gli andò incontro, stringendogli la mano dal basso verso l’alto, e cominciarono a parlare. Ma quelli, dalla bocca, gli uscivano tutti versi strani, pieni di vocali raddoppiate, consonanti che stridevano tra loro, e mio padre gli rispondeva in italiano, sembravano comprendere, ma non era vero perché gli olandesi si guardavano tra loro grattandosi la testa, e allora con pazienza mio padre ripeteva, alzando forte la voce, come se così si potesse capire meglio. Ma tanto, c’era poco da capire, e alla fine, tra una risata (la loro cavernosa, proprio come quella di un gigante) e tante pacche sulle spalle, scaricammo le nostre casse davanti al marciapiede e loro ripartirono, per le altre officine, alzando la mano a salutare, enorme pure quella, un sorriso pieno di denti, e noi rispondemmo subito, tutti contenti, perché almeno su quello c’eravamo capiti al volo. Ma di loro, ce ne scordammo subito, perché c’era da infilare come pazzi i gambi dei tulipani nella maglia della rete da galline, e nel bianco degli occhi ci si riflettevano i colori dei fiori, e starnutivamo il polline poco odoroso, e le mani ci diventavano verdi di foglie e alla fine, quando vedemmo la nave completata, che poi era solo mezza, le fiancate e il fumaiolo, tutte le strutture e gli spigoli arrotondati dalle teste docili e appuntite dei tulipani, ci sentimmo che un po’ ci facevano male le braccia per lo sforzo del lavoro, e un po’ avevamo come un sasso nella gola, che c’eravamo emozionati, e rimanemmo così, vicini uno con l’altro, per il gusto di toccarci, le teste incassate rivolte verso l’alto, noi quattro e pure papà, che s’era messo dalla parte mia a rimirare tutto quel lavoro, e poi arrivò un momento che dalla finestra dietro, quella più ombrosa dell’officina, spuntò il raggio del sole a mezzogiorno, illuminò il carro e tutti i colori dei tulipani ci esplosero nella faccia, come un fuoco d’artificio, e fu come guardare controluce dentro quel tubo coi pezzi di plastica rossi, blu ,gialli, verdi, tutti mischiati dentro, che a muoverlo cambiava sempre le figure ma il nome del tubo, quello era complicato, e non m’era mai riuscito di impararlo.

*

La domenica dei carri era arrivata, senza neanche un’apparizione di Luisella, magari da lontano, un cenno con la testa sotto un portico, una mossa dei fianchi dietro una serranda. Ma nel paese c’era un fermento, una trepidazione che non avevo visto mai. I vicoli sconnessi risuonavano di passi e di risate, alle finestre le vecchie sporgevano le teste dondolandole come piccioni, dalla pianura salivano le macchine forestiere, i carretti dei panini, dei dolciumi. Papà era andato a prendere il trattore per tirare il carro, e quando arrivò in officina ci trovò tutti lì, pure Gino, nervosi come il giorno della Prima Comunione. Attaccò il trattore al carro con una traversa di ferro rigida, preparò con poche assi di legno un palchetto fissandolo sul pianale, per issarci in piedi sulle fiancate della nave, e infine lo aiutammo a caricarci sopra delle cassette coi fiori avanzati e ci spiegò che li avremmo potuti lanciare sulla testa della gente, una cosa che a Gino piacque tanto. Fu in quel momento lì, proprio un attimo prima di mettersi alla guida del trattore e partire in un rombo di marmitta puzzolente, che mio padre mi prese da parte con una scusa, girando attorno al tubo-fumaiolo, per farmi vedere qualcosa che aveva sistemato alla base attaccata sul pianale. Mi stringeva le spalle con le mani forti, gli occhi accesi saettare a destra e sinistra, e con la voce di chi deve condividere un segreto universale mi disse:
«Allora, questa cosa qua la devi fare solo te lo dico io. Hai capito? Quando arriveremo davanti alla giuria, vediamo come va, però stammi a guardare, va bene? Se ti dico “Vai!” corri qui e giri questa levetta colore acciaio. Sì, è un interruttore elettrico. E poi, vedi questo filo di cotone? Sì, sì, è una miccia, non farti sentire, parla piano. Ecco, prendi questo accendino, e gli dài fuoco. Dopo che hai girato la levetta, va bene? No, non è pericoloso. Però tieniti un po’ indietro. Hai capito tutto? Prima la levetta, poi la miccia. Solo se ti dico “Vai!”. Va bene?»
Dissi di sì, tante volte, con le spalle che mi facevano male perché papà me le aveva strette forte, chissà perché. Poi, come se avesse tuonato il cielo, papà mise in moto il trattore, e uscimmo dall’officina in un cigolio di assi e lamiere, scrocchi di metallo, bulloni che gemevano, le ruote gommate del trattore a ghermire le pietre dei vicoletti, i porfidi del marciapiede. Papà guidava piano, che il pianale traballava e rischiavamo di cadere, e noi prendemmo confidenza con le vibrazioni, le buche del terreno, il palchetto improvvisato. A mano a mano che ci si avvicinava al centro del paese, aumentava la gente, si sentivano più forti le grancasse, i tromboni della banda, i carillon dei banchetti col mangiare. Nell’aria c’era tutta una fragranza di tulipano e polvere di polline filtrato in controluce dal sole della primavera. Tiravamo i fiori a destra e sinistra, Gino era quello più maldestro, e sotto vedevamo le mani tutte protese, le bocche ridenti. Guardavo tra le facce, qualcuna ne riconoscevo, tante non le avevo viste mai, ma Luisella, di lei non c’era traccia, neanche di sfuggita, neppure l’ombra castana dei capelli. Quindi, m’accorsi che davanti a noi c’erano tre carri. Papà li guardava, gli occhi serrati, ma si vedeva che non li prendeva in considerazione. Uno, aveva la forma di una fontana, ma l’ovale era sgraziato, l’architettura sproporzionata e fuori piano. Un altro, era una specie di trono enorme e pacchiano, dove sopra sedeva una ragazza, il rossetto sulla bocca, uno scettro da regina tra le mani. Il terzo, non si capiva se fosse una specie di televisore gigantesco, dove dalla cornice dello schermo spuntavano ragazzini come noi che lanciavano anche loro tulipani, le maschere sulla faccia, le giacchette coi lustrini. Per la strada, la gente aveva occhi solo per noi, si capiva. Ci indicavano, si mettevano le mani sulla bocca, sgranavano gli occhi, ci chiedevano i fiori, toccavano l’àncora di legno. Ma mio padre non si fidava, perché mancava ancora il quinto carro, quello dell’altro fabbro. E proprio in quel momento, alle spalle nostre, si sentì il clacson di un trattore e ci voltammo, insieme a tutta la gente. L’ultimo carro aveva la forma di un aeroplano. La fusoliera non era proprio aggraziata, ma si inclinava ammiccando verso il cielo, e aveva proprio l’aria di poter decollare veramente da un momento all’altro. Le ali, quelle sembravano di misura diversa l’una dall’altra, dando un senso di posticcio, ma ricoperte di fiori nessuno se ne accorgeva. E dentro la carlinga, ci si era messo lui, il fabbro stesso, con gli occhiali da aviatore, il berretto da pilota, le braccia appoggiate come alla portiera di una macchina. E sul muso l’aereo aveva un’elica di ferro, pure quella fatta alla meno peggio, coi raggi disassati, ma girava per davvero, sollevando polvere e petali di fiori. La gente adesso era combattuta. C’era ancora chi ci batteva le mani, ma tanti avevano cambiato idea e i nasi s’erano voltati all’indietro, verso il fabbro-pilota, gli indici puntati, la fedeltà verso di noi subito rinnegata. Mio padre s’era fatto scuro in volto, e così arrivammo alla tribuna con la nave tutta avvolta in un senso di incertezza. I carri schierati, la banda che suonava, la giuria e il sindaco con la coppa in mano: erano cominciate le votazioni. I tre carri, quelli brutti, non se li filò nessuno dei giurati. Tra di loro c’era, invece, tutto un movimento di sguardi verso la nave e l’aereo. Chi indicava noi, con cenni d’assenso. Chi invece storceva la faccia dell’altro per rivolgerla al carro del pilota. Chi prima ci guardava facendo sì con la testa e poi, osservando l’elica girare, parlava nell’orecchio del vicino. La folla s’era ammutolita e seguiva quei rimpalli, i colli storti girarsi da una parte e poi dall’altra. Alla fine, un giurato disse qualcosa al sindaco. Questo annuì, e si mosse, la coppa a forma di tulipano nella mano, seguito dalla banda, le trombe e i tamburi muti, i clarinetti e i flauti traversi allontanati dalle bocche. Arrivarono al centro del viale, proprio in mezzo tra noi e l’aereo. Il sindaco guardò prima mio padre, alla guida del trattore, e poi il fabbro-aviatore. Esitò un attimo, poi, con passo lento, felpato ma inequivocabile, si diresse verso l’aereo, la coppa protesa, la folla a rumoreggiare, la banda di nuovo a suonare in crescendo. Mi sentii mancare, l’elica che girava sempre più forte, il fabbro-pilota col sorriso sguaiato sulla faccia, la folla che rombava. A bocca aperta, sconsolata, io e i miei amici seguivamo i passi decisi del sindaco verso l’aereo vincitore, e tenevamo le spalle abbassate, le braccia ciondolanti come marionette, le orecchie tappate dal rumore e dalla delusione. E solo perché le urla di mio padre “Vai! Vai! Vaiiiii!” era come venissero dal centro della Terra che fui strappato da quell’agonia, e mi ricordarono che c’era ancora una cosa da fare, che non era tutto perduto. Saltai, precipitai giù dal palchetto e corsi dietro il fumaiolo. Alla base c’era la levetta d’acciaio e la miccia. Quale delle due andava per prima? Non mi ricordavo. Non mi ricordavo proprio e intanto il sindaco, la banda, stavano quasi addosso all’elica, e allora non me ne importò più niente e tirai la levetta, perché era più facile da fare che manovrare l’accendino. Vidi come un guizzo bluastro d’elettricità, e subito un fischio lacerante di sirena, profondo, intenso, che sapeva come di mare e di gabbiani, di pontili e vaporetti, si alzò da qualche parte dentro la pancia della nave, sovrastando il chiasso della banda, le urla della gente traditrice, scaraventandomi a sedere, le orecchie a vibrare come lenzuola stese a tramontana. Il sindaco si bloccò con la faccia ormai vicino al cappello da pilota e si voltò verso di noi, e la banda smise di suonare e la folla si azzittì. E allora accesi l’accendino e l’accostai alla miccia, che arse subito e sentii un botto e un soffio caldo sulla faccia e il tubo-fumaiolo divenne solo fumaiolo e non più tubo, perché sputò un fiotto di fumo nero, denso, che odorava di cherosene e sala macchine, levandosi verso l’alto, cadendo sulle spalle della gente e sembrava proprio che la nave si fosse messa in moto, vibrasse, e che da qualche parte c’era un molo e non ce n’eravamo accorti,  e lo capirono tutti, la gente, il sindaco che cambiò direzione e venne da noi, la banda che attaccò a suonare una marcetta più veloce, il fabbro-aviatore che scagliò a terra occhiali e berretto da pilota, e pure la coppa, che finalmente adesso stava nelle mani di mio padre, arrampicato sul cofano del trattore. Poi, successe il finimondo. Tutti si buttarono addosso ai carri, per strappare i tulipani, per portarsi a casa un ricordo della festa, e a me dispiaceva, cercavo di fermarli, pensavo alla fatica fatta, ma era giusto così, me lo disse mio padre solo parlandomi con gli occhi che ridevano, agitando la coppa stretta tra le mani, e così rimasi a guardare dal palchetto tra la folla, le orecchie rosse e deformate dal fischio di sirena, la faccia sporca di cherosene e nerofumo, Gino e gli altri amici miei persi di vista, un tappeto di fiori, gambi e petali tutti calpestati sull’asfalto, e saliva l’odore dei tulipani e c’era ancora quello acre del fumaiolo, e nella testa mi rimbombava la sirena della nave e forse fu per quello che non sentii Luisella che sotto la fiancata della mezza nave, confusa tra la gente, mi chiamava, strillava il nome mio ma io non la riconoscevo, ma il cuore, lui sì che se ne accorse, perché cominciò ad accelerare, e la faccia mi scottava come se l’avessi appoggiata su una griglia accesa e in un attimo ero sceso giù, nella strada chiassosa, scansando le persone, pestando tulipani, e ci fu un secondo, ma avrei voluto fosse tutta la vita, che infine le arrivai così vicino al viso che non m’impressionò il verdemare degli occhi, ma le pupille nere e grandi, come quelle dei gatti, che pulsavano, si dilatavano senza rimpicciolirsi pure se aveva un po’ di sole che gli entrava di traverso, e i capelli più che stargli sulle spalle, sembrava che ci si arrampicassero, risalendole il rosa del collo, come fossero vivi, e non so perché lo feci, ma mi accorsi che in mano avevo ancora un tulipano, l’ultimo di quelli che dovevo lanciare giù dal carro, e pure se non avrei mai voluto che mi vedesse così com’ero in quel momento, le orecchie dilatate e la faccia sporca di carbone, glielo offrii tendendo le braccia, e lei con un sorriso lo accettò, sfiorandomi le dita, dandomi la scossa, inclinando un po’ la testa da una parte, schiudendo le labbra, quel tanto che gli vidi il candore dei denti e la punta della lingua, quando toccò il palato e disse: «Grazie».

E poi, annusando il fiore, batté le ciglia, una, due, tre volte, e venne come un tornado, una tromba d’aria, e i petali di tulipano si incolonnarono tutti in verticale volando verso l’alto, in un turbine improvviso, e così alzai la testa, e li seguii con lo sguardo, fino ad avere il torcicollo, fino a quando non diventarono solo dei puntini colorati in mezzo al cielo, fino a quando scomparvero, laggiù, alla fine del mondo.

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