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L’ascensore

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Illustrazione di Agrin Amedì
Ho sentito un brusio venire da fuori, poi il silenzio. Deve essere successo qualcosa perché non l’ho vista uscire dalla porta stamattina e sono già le otto e trenta. Mi affaccio alla finestra che dà sul cortile.

Ho sentito un brusio venire da fuori, poi il silenzio. Deve essere successo qualcosa perché non l’ho vista uscire dalla porta stamattina e sono già le otto e trenta.
Mi affaccio alla finestra che dà sul cortile. Ci sono due auto della polizia, una del pronto intervento e una decina di persone con il naso all’insù che guardano fisso verso di me. Forse sono venuti a prendermi. Sì, lei ha capito e mi ha denunciato.
Non apro l’anta, ma all’improvviso scorgo fuori la gonna viola a fiori bianchi che indossava due giorni fa. È immobile sul cornicione ed è scalza. Per la prima volta posso osservarle i piedi nudi. Sono bellissimi, affusolati ma torniti, le unghie smaltate di rosso scuro.
Il silenzio è rotto dalle urla del marito che con la stessa voce assordante con cui la insultava ieri sera la implora ora di smetterla, di rientrare, che tutto si sistemerà. Non l’avevo riconosciuto tra la folla: è stravolto, trasformato in una sua controfigura debole.
Resto impalato dietro la finestra. Lei non si è accorta di me, nessuno può vedermi, neanche da giù. I doppi vetri non lasciano intravedere nulla e l’interno non è illuminato. Non devo spaventarla. Se aprissi ora la finestra, lei si volterebbe di scatto e prederebbe l’equilibrio. Il cornicione è esattamente largo quanto la pianta dei suoi piedi.
Vari pensieri mi attraversano la mente, fulminei e concomitanti. Poi uno più prepotente  invade ogni molecola e cancella gli altri. Sono l’ultima persona che la vede da vicino, se decide di lanciarsi. O sono quello che può salvarla. Sì, è il mio momento. No, è il nostro momento: noi due soli separati dal vetro, ma più vicini di quando ci incontriamo sul pianerottolo la mattina alle otto.
Conosco i suoi orari, le sue abitudini appena sveglia. La sua cucina confina con il mio soggiorno; ho passato ore con l’orecchio schiacciato sul muro. So che alle sette mette su la moka. Per un’ora perdo le sue tracce, non sento più i passi, perché si prepara per uscire, il bagno e la camera sono dall’altra parte della casa. Ogni tanto – lo farei tutti i giorni, ma se ne accorgerebbe – esco di casa nel suo stesso momento e la trovo davanti all’ascensore mentre guarda il cellulare o cerca in borsa le chiavi della macchina.
«Salve» le dico, con il tono volutamente trasognato. Salve è il saluto giusto, l’ho scelto tra altri possibili. Né troppo formale, né confidenziale. Non deve avvertire in alcun modo nessuna pressione. E già sufficiente la presenza di quel bastardo che ora la implora come un agnellino.
Mi risponde sempre allo stesso modo, con un sorriso che scioglierebbe il ghiacciaio sull’Himalaya: «Anche oggi senza ascensore, vero?».
«No, grazie» ribatto io. Le ho detto una volta, pochi giorni dopo che lei è venuta a vivere accanto a me, di soffrire di claustrofobia e questa cosa deve averla colpita, come può essere colpita una donna da un uomo che racconta le sue fragilità. In effetti, non potrei mai prendere l’ascensore con lei. Il suo odore è irresistibile in un luogo piccolo e chiuso. Ho passato notti insonni a immaginare ogni particolare dell’amplesso consumato lì dentro. 

Si è spostata di qualche centimetro perché ora non riesco più a vederla, restando qui dentro casa. Apro lentamente l’anta. L’aria fresca di maggio si intrufola nella stanza. Si gira verso di me, tenendosi ancora più salda con la mano sinistra al tubo dello scarico dell’acqua che corre lungo i sette piani del palazzo.
«Che vuoi?» mi chiede rabbiosa, come se fossi io la causa della sua disperazione. È audace a rivolgersi così a me, superando ogni formalità. La decisione di mettere fine a tutto deve dare una particolare forza a chi la prende, almeno quanto quella di uscire dal grembo materno.
«Mi spiace che tu non prenda l’ascensore stamattina», le rispondo immediatamente.
Tra tutte le parole che avrei voluto dirle nell’attimo in cui l’avrei avuta tutta per me, mi sfuggono queste. Sono imbarazzante nella mia incapacità di dire le cose giuste al momento giusto.
«Non posso buttarmi giù con l’ascensore, non credi?»; deve mantenere il senso dell’ironia anche adesso che è lì ferma sul cornicione, con la platea che la guarda dal basso.
«Non voglio convincerti a non farlo.»
«E allora che vuoi? Lasciami in pace.»
Ha lo stesso tono disperato di quando litiga con lui. Adesso però punta gli occhi su di me. Non sono più un intruso. Ora ci sono io a raccogliere il suo bisogno di infiammarsi. Se riesco a portarla dentro, la prenderò come lui non sa fare. È di me che ha bisogno adesso, non di lui, lo leggo nei suoi occhi. Resta ferma a guardarmi. Mi sembra di intravedere una smorfia, forse un sorriso, forse lo sforzo di restare inchiodata in quella posizione scomoda.
«Non puoi buttarti con l’ascensore, vero, ma stavolta vengo con te.»

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