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La sua voce in ogni cellula

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Illustrazione di Agrin Amedì
Sono passati appena nove mesi da quando ho fatto l’impianto cocleare e ancora devo calibrare, regolazione dopo regolazione, le mie protesi. Non amo i luoghi affollati, soprattutto alla sera, quando il buio sfuma il paesaggio e così anche la messa a fuoco del mio obbiettivo sonoro.

Sono passati appena nove mesi da quando ho fatto l’impianto cocleare e ancora devo calibrare, regolazione dopo regolazione, le mie protesi. Non amo i luoghi affollati, soprattutto alla sera, quando il buio sfuma il paesaggio e così anche la messa a fuoco del mio obbiettivo sonoro. Mio zio però ha tanto insistito: «Non puoi mancare proprio tu al gran gala per il ventennale della nostra azienda!».

Sfavillii di paillettes e shantung, suole che sgranocchiano i ciottoli dei viali, profumo di formaggi e salumi, calici di bollicine, pile di piatti e arabeschi di cera morbida. Tutto sfila davanti ai miei occhi come pennellate cangianti in una cornice sontuosa, confondendosi.
Per alcuni istanti mi sento il regista della festa: stringo mani energiche o sudaticce, leggo ringraziamenti su labbra baffute o truccate, sorrido a volti sconosciuti, invento voci.
«Lieta di conoscerti, come hai detto che ti chiami?» Mano molle, labbra al botulino, postura civettuola. Una fastidiosa voce di gesso. Sorrido, ringrazio, fingo di dover salutare un conoscente, mi allontano.
«Complimenti ragazzo, sei il degno erede di quella buon’anima di tuo padre.» Stretta energica, camicia e pullover, sorriso aperto e cordiale. Una voce rauca di frolla e zucchero.
Continua così tutta la sera. Cambio portate, cambio volti, cambio interlocutore in una giostra pulsante che sembra non fermarsi mai. Finché la giostra mi fa girare la testa e decido di allentarmi la cravatta che mi toglie il respiro e blocca le vibrazioni in entrata in un nodo di seta: penso che sia tempo di tornarmene a casa. 

Il profumo pungente dei pini inonda a folate il porticato. È già buio pesto oltre al cono di luce dei candelabri, non vedo nulla. Dev’essersi alzato il vento perché le tende rabbrividiscono in una sensuale carezza e la pioggia arriva nebulizzata sul mio viso. Cerco mio zio, lo strappo per un attimo allo stormo ciarliero che gli si è fatto intorno.
«Ma come? Te ne vai di già?» mi dice dispiaciuto. «Non vorrai perderti lo spettacolo pirotecnico?»
«Perdonami. Sono stanco.»
Lui mi guarda e con la sua grande mano mi stringe la spalla. Sa e capisce al volo. Si scusa con il gruppetto e ci allontaniamo. Passiamo in una sala dove le nostre scatole sono disposte a formare un arabesco tra statue di marmo e bouquet profumati. Ogni scatola contiene un carillon, un dono per gli ospiti. Al piano superiore mio zio apre un vecchio scrittoio. Mi porge una scatola e intravedo nei suoi occhi una luce diversa.
«Ho aspettato tanto. Vai a casa adesso, sono sicuro che sarà meglio dei miei fuochi d’artificio.»
La sue narici si allargano, divorano aria, una geometria malinconica si disegna sulle sue labbra che si muovono ora lentamente. Percepisco un vibrato più basso. Sorrido e rigiro tra le mani quella scatola, ricordo di averla vista anni addietro, una vecchia produzione passata di moda. Cerco di carpirgli qualche indizio ma non ho gioco facile. Ci rinuncio, lo abbraccio e lascio la festa. Mi giro verso la villa che si staglia sul cielo scuro, spettatore di un film muto al quale io do voce e colore. 

Quando finalmente arrivo a casa vengo avvolto dal tepore di quella tranquillità silenziosa. Anna dev’essere andata a dormire da poco perché nel camino la legna ancora zampilla in faville luminose. Rimango in quella piacevole penombra. Mi tolgo l’apparecchio, l’interruttore del caos, come lo chiamo io, e lo poggio sulla credenza. Ha emesso fastidiosissimi fischi durante la serata, dovrò regolarlo meglio al prossimo controllo. Mi libero dal vestito, scivolo nel pigiama, mi verso un goccio di Genepì e mi siedo sulla panca appoggiandomi alla parete calda. Godo di questo momento, e chiudo per un attimo gli occhi ormai stanchi di ascoltare. Ma qualcosa cade dietro alla mia schiena, dev’essere un ciocco di legno distesosi sulle braci, e quando li riapro vedo la scatola. Sarà meglio dei miei fuochi d’artificio, mi ripeto, mentre la prendo distrattamente.
Progetto scatole da sempre. Dalla prima volta in cui mio padre mi portò con lui in azienda; le chiamo scatole dei desideri. Chi le compra ci mette dentro calzature, gioielli, dolci, persino medicine. Realizzo scrigni fatti di carta. Mi piacciono le scatole eleganti delle camicie o quelle sofisticate degli orafi. Feste e sorprese. Profumano di buono. Hanno il rumore silenzioso di un sorriso. Mi è sempre piaciuto aprirle e annusarle. Mi raccontano la loro storia: immagino il fragore delle risate gioiose dei bambini quando scartano un regalo, il ticchettio ritmico di una corsa coi tacchi verso una macchina accesa, lo schiocco di un bacio sulle labbra. Immagino una vibrazione per ogni scrigno.

Comincio a sfilare il nastro di raso che chiude la scatola e lo lascio scivolare a terra. Non appena apro il coperchio, un’onda di legni e spezie mi investe. Affondo le mani e trovo la sciarpa di lana di mio padre. La indossava sempre quando andavamo a sciare. Bastoncini tesi verso di me e io che scendevo a spazzaneve verso di lui disegnando serpenti sulla neve. Come una piccola e innocua valanga mi scioglievo nel suo abbraccio e, mentre affondavo la testa in quella lana pungente e profumata, sentivo vibrare sul suo petto, come fusa, i suoi incoraggiamenti.
Mi raggomitolo nella sciarpa e ritorno a frugare nella scatola: una cosa rigida e fredda sbatte contro le sue pareti. Una vecchia VHS! Non ci credo, saranno vent’anni che non ne vedo una. Me la rigiro tra le mani come fosse un osso di pterodattilo finché non vedo sull’etichetta adesiva la grafia di mio padre che mi parla. Inverno 1996 – Cortina.
L’emozione è così grande che dimentico l’apparecchio e mi accorgo di avere un interruttore impalpabile dentro. E quell’interruttore adesso è on sul caos che mi sta esplodendo in ogni cellula. In salotto, per pigrizia o per passione vintage, c’è ancora il videoregistratore. Devo solo fare un cambio di spine e sperare che questi anni da soprammobile non ne abbiano intaccato la funzionalità.
La cassetta viene presto fagocitata, le due bobine si devono essere incastrate nei rulli, l’aletta si apre e il nastro scorre sulle testine. Percepisco degli scatti, poi lo schermo da nero diventa un formicolio grigio. Continua così per qualche minuto, mentre io premo ripetutamente il tasto play sperando in un miracolo tecnologico.
Ed eccolo, all’improvviso, il faccione giovane e rotondo di mio padre mentre spala la neve attorno al camper. Spero che Anna non si svegli perché non riesco a trattenere le risate per come siamo conciati: tute imbottite e Moon Boot stile astronauta. Le corse di noi bambini si sovrappongono alla pala che gratta la neve ghiacciata, i rumori si fondono. Ma è uno spettacolo inaspettato e commovente che mi godo senza troppe pretese. Poi però la neve scompare e rimane solo mio padre, rintanato nel caldo del camper. I miei occhi sulle sue labbra, come mi ha insegnato a fare quando ero piccolo. La mano sul petto, quella purtroppo non la posso mettere più.
Le labbra si muovono, le seguo con la naturalezza di un respiro. Poi, senza alcuna tensione, senza dover girare la testa verso le casse, la sua voce mi entra nelle vene come un liquore caldo e una spuma di bolle mi esplode dentro.
«Complimenti campione!»

Il camino si è assopito, ma le braci ardono ancora sotto la coperta di cenere. La casa è avvolta nel buio adesso. Un pizzico dell’aria, un cambio di pressione e la mia guancia diventa calda.  Mi giro ma non c’è nessuno; Anna dorme. Affondo il viso nella sciarpa di papà.
Nove mesi e il mio interruttore del caos si è sintonizzato sulla sua voce che ora vibra, finalmente, in ogni cellula del mio corpo.

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