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E che ognuno tenga per sé il proprio Io

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Il gioco si fa duro. Alla terza Lezione Magistrale della Scuola Omero, sabato pomeriggio c’è Peppe Fiore, un autore giovane, molto interessante, gli occhi scuri vivaci, le idee chiare che presto ci svela.

Il gioco si fa duro. Alla terza Lezione Magistrale della Scuola Omero, sabato pomeriggio c’è Peppe Fiore, un autore giovane, molto interessante, gli occhi scuri vivaci, le idee chiare che presto ci svela. Riveste i panni del nostro spietato compagno di banco delle elementari quello che un giorno, a bruciapelo, ci ha detto sotto il sorriso sdentato che Babbo Natale non esiste.
Che dolore! Che disperazione!  Ma sotto sotto noi lo sapevamo già.
Eppure… che sollievo! Finalmente siamo grandi.
Eh sì che vorremmo diventare grandi anche noi che dalla platea ascoltiamo Peppe Fiore leggere quei brani dai “Grandi”, quelli che lui stesso si tiene stretto nella sua biblioteca privata.

Ci legge Michel Houellebecq, David Mamet, Walter Siti e per ognuno ci fa notare le differenze, commenta il significato e illustra lo stile, la tecnica, la letteratura.

Il punto centrale è liberarsi dell’Io. Ognuno di noi ha il proprio che inevitabilmente usa per scrivere, ma forse a volte esageriamo e questo Io si espande a tal punto che pure il lettore non ne può più. Ciò non accade a chi di questo “hobby”, la scrittura, ne ha fatto il suo mestiere, lavoro, professione. Ciò non è accaduto a Michel Houellebecq, David Mamet, Walter Siti che nei loro romanzi di Io ne hanno messo parecchio e lo hanno usato in modo consapevole per renderlo di portata universale; opere che ora fanno parte della storia della letteratura moderna, esempi da studiare. Perché scrivere è un lavoro duro fatto di studio, ricerca, tecnica. Ecco. La parola “tecnica” si insinua nelle nostre teste lasciando un certo disagio in noi che stiamo qui ad ascoltare. Quindi non è tutto spontaneità e talento. Non siamo inesauribile risorsa, pozzo dal quale cogliere le idee e le storie per sempre. Prima o poi il nostro Io non ci sarà molto utile, e anche il talento e spontaneità non potranno più esserci di aiuto.Ci piace sentirci scrittori sì, uno status che accarezza il nostro narcisismo, soddisfa il nostro ideale di artista maledetto e solitario, ma non sarà questo a rendere le nostre opere indimenticabili. E non basterà chiamare Lisa la protagonista del nostro romanzo che palesemente siamo noi, che invece di nome facciamo Laura; infatti poi tutti ci chiedono se la storia è autobiografica. 
Insolente lettore! Difficile da trarre in inganno; è più attento e preparato di quanto si possa pensare e non si lascia abbindolare dai fatti nostri.

Quello che cerca è una storia, benché semplice e fatta di piccole cose, la deve sentire grande, immensa, così immensa da riempire la sua vita, la sua storia personale.
Questo Io non ci molla, lo so, sta attaccato a noi come un tatuaggio indelebile. Potremmo coprirlo con un cerotto e quando ci manca dare una sbirciatina.
Fare a meno del sé per poi usarlo con maestria e tecnica, ecco cosa dobbiamo imparare. Perché quando raccontiamo storie, anche se queste le abbiamo rubate ai giornali o amici o a sconosciuti, alla fine sarà proprio la qualità del nostro sé a rendere quella storia unica e inimitabile, frutto della nostra capacità di narrare, della nostra voglia di farci trasportare dai personaggi e portarli dove vogliamo noi. O dove vogliono loro.

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