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Storia del Pirata Beruk e della sua ciurma

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Illustrazione di Agrin Amedì
Dal giardino dell’ Astrocasa n. 27, nella zona degli uccelli storditi, l’intera banda di marinai spaziali si godeva il tramonto numero 184 del sole viola della costellazione Amelia.

Dal giardino dell’ Astrocasa n. 27, nella zona degli uccelli storditi, l’intera banda di marinai spaziali si godeva il tramonto numero 184 del sole viola della costellazione Amelia.
Alcuni erano distesi sulla monoerba, altri volavano sospesi fra terra e alberi o gozzovigliavano fra getti di mistoacqua e cespugli d’ittizie. Erano trenta alieni della miseria, di trenta specie diverse della galassia, vivevano in quel paradiso da quando il Capo aveva deciso di metterli a dieta forzata di razzie interplanetarie. Non era cosa che potesse piacere ai ragazzi, la vita da signori, lontana dal sapore della battaglia.
Quando, tutti euforici per l’ultima rapina – una predazione a una costellazione di nastronavi del pianeta Mirror – erano atterrati sul satellite, avevano sentito la voce ruvida e ombrosa del Pirata, saltato giù per primo, che gracchiava: «Ci fermeremo per un bel po’, stavolta, alla base. Siete tutti avvisati».
Scontrosi, imbronciati, tacquero. Dalla spiroporta della nastronave spalancata potevano vedere il passosentiero che puntava verso l’Astrocasa. Mentre il mondovento sollevava il suo mantello di mandango, Beruk li aveva guardati uno a uno con sguardo fiero. I trenta si incamminarono dietro di lui come microscolari obbedienti. Una volta arrivati all’Astrocasa, prima di scomparire nel suo alloggio, il Pirata dette appuntamento alla banda di scalmanati la mattina dopo. Poi aggiunse:
«Mettete qualcosa di decente prima di venire a convocazione, e fatevi un bagno. Manuiz vi farà vedere la stanza che vi è stata assegnata e, vi assicuro, c’è tanta mistoacqua, sapone di rabarbaro e di seta da farvi profumare come femminelle che si preparano a una festa, barbagianni scapestrati!».
Alto, corpo robusto da umano alterato da inserti trapiantati da trofei dei combattimenti. Un’antenna particellare innestata sopra l’orecchio rivestito da pelle di serpente. Due ali vibranti nere e candide sulla schiena possente, ricordo di un duello con un’aquila balinata sul pianeta Thul: Beruk, viso tondo, occhi di berullo, emanava autorevolezza da ogni brano di pelle; portava i capelli lunghi fino alla vita, arrotolati in trecce scure che durante il combattimento li stringeva sotto uno stoffacappello perché i nemici non potessero appigliarsi alla chioma e avere la meglio. Pur possedendo armi ciclopiche che potevano disintegrare una costellazione di micropianeti in un colpo solo, amava progettare la battaglia, cospirare lentamente, conquistare il terreno di un pianeta brano a brano. Aveva letto sin da microumano nei particellalibri le storie dei corsari di tutti i tempi, e sognato di imitarli. Aveva ucciso molti nemici, in cento anni di scorrerie su e giù per il cosmo. Aveva accumulato un bottino di valore incalcolabile…
Beruk truccava le sopracciglia aggiugendone altre due in parallelo, e ciò conferiva al volto una maggiore aura da predatore. Con la bocca carnosa e il suo eloquio formidabile era sempre piaciuto alle creature femminili d’ogni specie. Durante i viaggi ne portava sempre una diversa con sé per intrattenerla in conversazioni divertenti e giochi sessuali complicati e allegri. Ma era un umano fondamentalmente solitario: la compagna della traversata la faceva dormire e vivere assistita e riverita da personale specializzato perché si divertisse in sua assenza e non gli recasse noia.
Con le creature della banda si fermava a parlare solo per brevi momenti calcolati ad arte. In passato era stato più accomodante, e ne aveva pagato il prezzo. Non avrebbe più accordato la sua segreta confidenza a un marinaio del mare spaziale. Anche una creatura femmina non avrebbe più conosciuto la sua vera faccia. Così aveva deciso cinquanta anni prima, e adesso le cose filavano lisce come il corallo.
Pensava alle sue battaglie trascorse e da venire davanti alla specchiera volante: un sorriso di soddisfazione gli alzò due sopracciglia. Le ali sbatterono con veemenza, facendo volare via lo stoffacappello dal gancio d’oro a cui era appeso.
Si era alzato prima degli altri, nella stanza degli alberi freddi. per consultare  l’oracolo sospeso, per sapere se la decisione di partire fosse quella che l’impresa, la più grande che avesse mai concepito, meritasse. Ogni volta che, dopo una lunga pausa, riprendeva a pensare alla battaglia si guardava le mani. Erano robuste, pallide, unghie di zetanio.  Lunghe mani ipersensibili, artificiali, predate da una galassia celebre per la rigenerazione di qualsiasi organo o pezzo di corpo che si  desiderasse perfezionare. Solide per l’abitudine alla lama e ai pugni, come nessuno nella galassia più sapeva fare: tutti gli altri pirati che conosceva usavano armi sapienti, leggere come l’aria. Lui aveva bisogno di contare sulle mani, prima che sulle proprie braccia. Ripartire dal suo corpo, prima di arrivare alla forma di un’idea: predare il Pianeta più prestigioso, più potente del cosmo.
Il vecchio Manuiz, che era stato l’educatore di Beruk fin da quando era un microumano alto una spanna di guarifoglio, accompagnò la plebaglia marcia in un tunnecorridoio. Prima li contò, come se fosse un magister della primoscuola. Ognuno fu costretto a dire il suo nome nella lingua del pianeta d’origine. Quelli avevano sempre l’aria di stare pensando ad altro, l’espressione del viso – su chi lo aveva – era scocciata, arruffata, ingrugnita, sbalestrata. Manuiz pensò come sempre, quando li vedeva tornare sull’Astrocasa, che erano ormai passati cinquant’anni da quando, oltre lui e Beruk, non calcava la polvere del satellite nessun altro umano, ma solo alieni delle specie più rare, alcune ancora sconosciute sulla Terra. Ormai si era abituato alle pelli verdastre, argento riflettenti la luce, ai tentacoli, alle multibraccia e alle multigambe, alle bocche occhiute, ai serpentelli al posto dei capelli, alle altezze smisurate di quattro dei trenta maledetti della ciurma dell’inestimabile Pirata Beruk. Per quelli altissimi aveva fatto costruire capsule per dormire speciali dalla forma allungata, vasche oblunghe, specchiere volanti adatte, tutto su misura, perché una larga cortesia era la prima qualità che esigeva Beruk da lui, che aveva eletto rappresentante della casa. L’Astrocasa aveva centinaia di stanze di ogni dimensione a pianoterra. L’appartamento del Pirata, sontuoso come una reggia, occupava tutto il primo piano. Un immenso giardino circondava le mura, con getti di mistoacqua, alberi del suono e papaveri volanti. Beruk, prima di tornare dall’ultima missione di guerra spaziale gli aveva commissionato nuovi lavori che avevano mutato la faccia dello spazio esterno: trenta ruote del combattimento, dieci poligoni di tiro  fiammanti, dieci templi dell’atleta, corde, cordami, pilastri e pilastrini, trenta vestiti mimetici di fattura elegante. Gli aveva chiesto di controllare personalmente il deposito delle polveri di mezzogiorno nel sotterraneo e di ordinare dal pianeta Mokok altre armi di nuova concezione e molti particellalibri.
184 soli e 50 lune si erano susseguite intorno all’orbita dondolante di Miraviglia. I trenta svogliati attaccabrighe avevano ricevuto una tabella di marcia pesante, comunicata dal fido Manuiz il secondo giorno di permanenza sull’Astrocasa: sveglia all’ora del fenicottero; prima colazione da far svenire per il piacere e distrarre la ciurma dai cattivi pensieri, nel salone delle feste preparato con tavole lunghe di sink, coppe di diamante, tralci di uva sottile; trasferimento della ciurmaglia nel giardino, zona est; esercizi di riscaldamento di muscoli, antenne, vibratili, zampette. Due ore. Pausa con ristoro al centro del prato grande; combattimenti di primo grado a coppie; ritrovo per il pranzo nel Salone delle Feste. Dopo le bevande di fine pasto, lezioni di filosofia della guerra, di anatomia, storia di strategie mitomilitari, cartogeudetica galattica; breve pausa fumo nel cantiere della civiltà, a ovest della fontana grande. Per il resto della giornata, combattimenti di secondo e ultimo grado, da sfiorare la propria fortuna di mortali; combattimenti a squadre, con premio finale. La squadra vincitrice del giorno avrebbe ricevuto una mezz’ora di pausa in più nella stanza del fumo il giorno dopo.

I giorni passavano uguali e contrari sull’Astrocasa.
Il Pirata Beruk andava sovente a visitare la sua truppa di arraffagioielli, di ammazzatori. Arrivava senza preavviso, con la zampata veloce del passo, celebre fra i marinai dello spazio per dignità e per silenziosità. Controllava la postura, la forma fisica della ciurma.
Si arrivò alla fine della permanenza sul satellite. Si era prossimi al giorno della partenza per la missione che avrebbe dato al Pirata lustro e fama per i prossimi trisecoli. Manuiz, dopo la colazione, portò alla ciurmaglia la convocazione del Capo.
«L’onesto, eccellentissimo, glorioso Pirata illustrerà a lorsignori l’impresa che si avesse da compiere di lì a poche mestolune, viaggiando a fior di nebbia cosmica, sottocoperta, per non farsi notare.»

Mitantanni prima il Pirata aveva dato l’ordine ai suoi migliori alieni di rapire Saratussa, il mago dal suo rifugio sull’asteroide Sator. Il vecchio ingegnoso aveva, in cambio della vita salvata, dotato la nastronave di Beruk del potere unico dell’invisibilità, manipolando la materia che la componeva come argilla bagnata. Si era servito di un siero speciale.  Aveva anche raddoppiato le armi in dotazione della nave, provveduto a inserire luci vigilanti e costruito una sala per i giochi dove la ciurma si radunava, e così lo scontento dei trenta non faceva tempo a radicarsi, e le cose andavano davvero bene, da allora. I trenta degenerati, grazie a Sarataussa, andavano a stendersi quando volevano su microcapsule predisposte per viaggi astrali dove incontravano le più belle creature del cosmo, che li intrattenevano in giochi amorosi, portandoli al piacere e stordendoli di profumi astratti e pungenti.
I trenta banditi di Beruk si presentarono nella Sala grande dei Cervi Gomiti, in tenuta competa da combattimento, come da cerimoniale.
Il Pirata li fece disporre a semicerchio. Quando uno di loro aprì bocca senza che gli fosse consentito, dal polso del Capo partì una striscia sottile di flessibile che lo percosse ferocemente sulle anche piumate.
«E se non ti basta, ti colpirò più forte, e nelle parti basse, pezzo di succhialatta figlio di vacca.»
Il silenzio suggellò la sala. Anche le gocce di fintacqua che ravvivavano le piante si udirono cadere distintamente sulle foglie larghe di bastone.
«Brutta masnada di caccheri di oltremondo, oggi è l’ultimo giorno che calcate il pavimento dell’Astrocasa.»
Il Pirata si raschiò la voce roca e sputò sul pavimento. L’antenna sopra l’orecchio vibrava di eccitazione.
«Domani, all’ora gemella di questa, saremo già arrivati alle porte della stella di Astrol.»
I trenta criminali guardarono Beruk con qualcosa che assomigliava a un sorriso; perfino quello che era stato colpito aprì a dismisura i quattro bulbi oculari in segno di approvazione.
«Ciurmaglia, prendete nota delle istruzioni per la spedizione che viene. Non le ripeterò una seconda volta.»
Nella sala si avvertì un trambusto di gambe, ortomani, gabbie e gabbiette, lingue striscianti, zampette che cercavano la postanota delle battaglie che Manuiz aveva solertemente distribuito ai trenta debosciati quella mattina al risveglio.
«Siamo pronti, Signore.»
Urlò un coraggioso.
Il Pirata si schiarì di nuovo la voce, e cominciò. Il berullo degli occhi splendeva come il mare di Duruk.
Non c’era nulla di meglio della felicità che dava il prepararsi a un’impresa. Ma non lo disse a quegli animali da guerriglia. Non lo disse a nessuno. Era un umano abituato a non parlare che a sé stesso, delle cose importanti.
Non era stato così quando c’era lei. Con lei parlavi di tutto, Pirata. Questo pensiero interruppe la concentrazione del Pirata in modo violento. Persino la ciurmaglia fu scossa dall’insolita esitazione di Beruk, dal suo alzare gli occhi al soffitto in un momento in cui era solito sfoderare le armi dell’eloquenza e stordirli di parole di incitamento all’azione.
Era stata la parolasezione. Aveva fatto incorporare da qualche tempo, nella sua corteccia neurocentrica una presenza multivoce che lo assisteva nel lavoro di Pirata, lo correggeva quando si dedicava alla contemplazione degli astri rammemorandogli l’anagrafe completa delle stelle. Un supporto all’intelligenza già spiccata di cui era dotato. Ma non aveva considerato, fino a quel momento, che poteva intervenire a correggergli un’incongruenza nel ragionamento logico.
Lui aveva pensato, con leggerezza: Non parlo mai con qualcuno delle cose importanti.
Il sistema di correzione, inserito in profondità nelle sue neurocellule memoriali, gli aveva ricordato un tempo in cui era solito confidare tutto a Lela, un’aliena del pianeta delle zattere. La creatura che aveva amato prima che tutto cambiasse.
Il Pirata, con gesto furibondo, rovesciò il piano di lavoro che aveva davanti con gli incartamenti e le mappe dell’impresa, con schianto di vasi, cristalleri, manicotti.
Dietro la schiena, che si incurvò come un’onda alta dell’oceano, le ali strariparono in un battere frenetico, con ampie volute, fendendo l’aria.
Pensò: Farò strappare dalla corteccia quell’assistente maledetto, che non possa dirmi più una parola.
La sua ciurmaglia tacque, scese un silenzio di gelo nel salone.
Lela. Il corpo di un’umana fino alla vita, lunghi capelli d’oro fino, corone di fiori parlanti sul capo, dalla vita in giù somigliante a una tigre del bengala. La creatura più bella e intelligente che, nel corso della sua lunga vita da pirata, avesse mai incontrato.
L’unico pugnale che l’avesse mai trafitto, quasi ucciso.
Appariva quasi reale, in quel momento, davanti a lui, che l’aveva cancellata  da tempo con un atto di volontà. Risplendeva di bellezza, con gli occhi severi e tristi.
Dopo lunghi minuti di silenzio, il Pirata riuscì a riprendere il controllo di sé stesso.
Come se nulla fosse accaduto riprese il discorso. Manuiz, intanto, con somma discrezione aveva rimesso a posto tavolo e carte, spazzato via i cocci.
«Partiremo alle zeno esatte. Manuiz ha preparato già ogni cosa. Se non ci fosse lui, questa sarebbe una baracca di pezzenti, perchè lui è l’unico che sa quello che fa. Non certo voi, plebaglia.
Noi rapineremo ciò che non è stato mai rapinato, ruberemo qualcosa che nessuno è stato mai in grado di strappare alla sua casa. L’oggetto è custodito a Iris, e noi ce lo prenderemo.»
Beruk finì il discorso con una risata amara e acuta che si perse nell’eco della grande sala. I trenta della banda di Beruk non trattennero un rumorio di proteste soffuse e stupefatte. Nessuno che fosse stato sano di mente avrebbe mai pensato di compiere una predazione a Iris, la celebre teratopoli che copriva per intero un grande pianeta.
«Lo so, volgari truffatori, lo so cosa state rimuginando nelle vostre testacce vuote. Nessuno riesce a sbarcare a Iris. Nessuno ha mai individuato gli astroporti, che sono clandestini, noti solo al governo centrale e ai governi dei pianeti di tutte le galassie. Inoltre, se pure si potessero scovare, sono controllati da squadre di alieni formidabili che accompagnano ogni visitatore alla meta stabilita. Potete parlare, suvvia. Vi dò il permesso.»
Fece un passo in avanti il più anziano della ciurma, tale Orobis, del pianeta delle città viventi, galassia di Mordur.
«Mio eccellente capitano, mi permetto di ricordare che mai, sotto la sua guida, fallimmo in qualche impresa, il bottino sempre portammo al riparo, nella nastronave. Nessuno può mettere in dubbio il valore del nostro beneamato Corsaro, Signore del Cosmo. Potevo ritirarmi già da lungo tempo, ricco e agiato, in un’isola dei mari delle stelle rapaci, con la mia parte del bottino. Ma io non posso rinunciare alla gioia di combattare fianco e fianco dei miei compagni e di Beruk il grande.»
«Orobis, vai al punto. Ti sei perso nel discorso o non sai come dire cosa stai pensando? Fai in fretta o ti affilo quella specie di naso che hai al posto della bocca con la mia nosofrusta.»
Il Pirata accompagnò queste parole mostrando per un istanti i canini ingioiellati.
Orobis si affrettò a concludere.
«Sì, sì, volevo dire solo che, quando ci fermiamo nelle stazioni degli asteroidi di ristorazione, e beviamo del vecchio mirafiori con gli avventori di passaggio, sentiamo tante storie. Ci servono per capire quali sono i pianeti migliori da predare, in genere.»
Gli altri annuirono, attentissimi come mai erano stati.
«Allora, Orobis, vuoi farmi perdere davvero la pazienza?» sibilò Beruk.
«No, ecco, ecco. Volevo dire, con tutto il rispetto per il piano del mio Signore, che il Pianeta di cui stiamo parlando è pieno zeppo di sensitivi. Maghi perniciosi, eccelsi, che leggono nel pensiero e sanno come scansare ogni ruberia, anche la meglio organizzata. Chiedo perdono per la mia audacia, Pirata mio stimabile.»
«Manica di pezzenti, credete che non lo sappia? Per questo questa sarà la nostra impresa più grande. Sono cinquant’anni che navighiamo nel cosmo, e con te Orobis anche di più, e tutto per noi è stato fin troppo facile. Abbiamo agi, ricchezza, la nostra audacia è stata sempre premiata. E non abbiamo avuto nessuna perdita, siamo tutti ancora attaccati a questa pellaccia bastarda.»
La voce nella testa si intromise di nuovo e gli sussurrò:
Non fu facile per te cinquant’anni fa, quando Lela fu costretta a partire nel mezzo della notte, quando stavi rubando il palazzo di rubanio dentro il mondo di ghiaccio, ricordi? E ci fu una perdita. Una perdita grave.
«Taci!» urlò il pirata spalancando gli occhi di berullo.
Subito si calmò, e aggiunse:
«Manuiz vi distribuirà le regole del prossimo viaggio. Per quanto riguarda il problema maghi e maghetti, della città di Iris, che come già sapete è un posto che fa gelare il sangue, pieno di musiche celestiali, poeti che vivono declamando versi davanti ai creduloni, un posto che non fa per noi – sia chiaro – ho studiato a lungo, mentre voi passavate il tempo nell’Astrocasa a grattarvi orecchie e proboscidi, il modo di raggirarli.»
Il Pirata si protese verso l’alto. Le ali scattarono veloci quasi in verticale, vibrando con velocità zusonica. L’antenna si accese di una fiamma che non si poteva sostenere con occhio nè alieno nè umano. Battè le mani bioniche:
«Manuiz, porta gli aggeggi a questi debosciati.»
Riapparve il maggiordomo con un portaoggetti volante. Si avvicinò alla ciurmaglia, che ebbe in dotazione una copertura della parte superiore del corpo, adattata come dimensione alla corporatura di ognuno.
«Si chiama cascomuro. Semplicemente, isola i vostri pensieri. I maghi non ci individueranno. Non avremmo potuto utilizzarli, perché sono vistosi e ci avrebbero subito chiesto cosa facessimo a Iris con caschi del genere. Ma il mago Saratussa ci ha lasciato il siero dell’invisibilità, quello che abbiamo usato per la nastronave. Non ce ne resta molto, ma basterà per cancellare i caschi dalla vista dei sensitivi. È tutto chiaro?»
«E per atterrare, come faremo?»
«Che domanda sciocca. La nostra nastronave è stata resa invisibile da anni, come sapete, e Saratussa l’ha sistemata alla perfezione: può atterrare anche nel mezzo di una foresta. Non abbiamo bisogno di astroporti. Teste di zucca appassita. Manica di sciocchi cosmici! E ora vorrete sapere che cosa deruberemo, a Iris, scommetto.»
In coro la ciurma rispose:
«Che cosa deruberemo, Pirata Beruk?»
«Deruberemo la pietra del tempo.»
Un coro di ohhhh e di ihhhhhhh seguì questa affermazione, a cui seguì trapestio di piedi e zampette che si muovevano, tintinnio di campanelle, clic, clam, zam, zum. Beruk alzò la voce e proseguì:
«La pietra del tempo mi darà, se è vero ciò che si racconta, i doni della telepatia, della telecinesi, della preveggenza. Naturalmente non è roba per voi, masnada di canaglie; soltanto io la potrò utilizzare. Ma ci saranno vantaggi immensi per tutti. Cosa ci fermerà, dopo? Non avremo limiti. Saremo invincibili.
Ora mi avete stancato. Andatevene, devo studiare ancora i dettagli del palazzo dove è custodita la pietra. Li apprenderete durante il viaggio. Via!»

All’alba del giorno numero 185 trenta banditi e un Pirata presero il volo con la nastronave invisibile. Manuiz salutò il suo padrone con le lacrime agli occhi, agitando un cenciofiamma con cui poi se le asciugò.
Questa volta il Pirata non si fermò da un pianeta di passaggio per invitare una bella sconosciuta ad accompagnarlo. I suoi banditi, quando si ritrovavano a banchettare, alla fine del giorno,  commentavano  a bassa voce il comportamento di Beruk.
«Non è mai successo che non si prendesse un’aliena per il viaggio.»
«Secondo me, questa storia di Iris gli ha dato alla testa.»
«Non l’ho mai visto così. Mettersi poi a sfidare i maghi, non si è mai sentito prima.»

Dopo alcuni mesi di traversata trascorso in bisbocce, risse e  sedute nella sala giochi, avvistarono finalmente il pianeta, che brillava quieto nella sua aura viola e turchina, circondato da due soli e due lune. La sua bellezza colpì persino la sensibilità dei più cinici della compagnia. Il Pirata si presentò nella sala di comando; un applauso si levò spontaneo da chi aveva le mani per poterlo eseguire, alla vista della città di Iris e dei suoi pinnacoli svettanti, rosa e mirra, che tutti potevano osservare dalla grande lastra di cristallico della nave.
Il capitano in seconda individuò un porticciolo su un lago dove sembrava non ci fosse nessuno di guardia, ma abbastanza spazio per l’imponente nastronave.
Ridusse tutti i rumori a un semplice fruscio per non destare l’attenzione degli abili guardiani del Pianeta. Tutto andò bene. La nastronave approdò su polvere candida e luccicante, fra foglie di platino e alberi di bambuca. Uno dei soli di Iris era già tramontato, l’altro occhieggiava fra le cupole del bosco. Il lago si stendeva calmo, opaco, mostrando una superficie cangiante.
Come sempre fu il Pirata a balzare per primo dalla nave, provvisto di cascomuro e ancora più silenzioso del solito. Aveva provveduto per sé stesso e ordinato alla squadra di eliminare ogni odore dal corpo.
Appena sceso, mentre si avvolgeva strettamente nel mantello di porpora e bambù che aveva scelto per la missione, notò subito una barcamenta che tra le nebbioline del lago si avvicinava lentamente al molo. Una figura abbigliata di nerotenebra stava diritta nel centro del piccolo veliero, senza risentire dell’ondeggiare dell’acqua, maestosa e fiera.
Il Pirata pensò fosse un pescatore, un innocuo abitante del Pianeta che non si sarebbe interessato ai fatti suoi, ma quando la barcamenta annullò le distanze, avanzando a tratti rapidi e disomogenei, non in modo naturale, un brivido di gelo attraversò la sua gola e il petto fino a rendere le sue ali rigide come il metallo vedovo.
Ora riusciva a distinguere il volto dello sconosciuto. E seppe che non era uno sconosciuto. Era Marlo. Era tornato.
Per la prima volta nel corso della sua lunga esistenza, Beruk ebbe voglia di fuggire. Sì, voleva risalire sulla nastronave di corsa, prendere il largo, andare a predare con la sua banda di stroppiati il primo pianeta incontrato sulla rotta, ridendo e godendosi la vita come sempre. Aveva voglia di abbracciare uno a uno i componenti del suo equipaggio. Ma poi, perché tardavano a scendere? Cosa stavano combinando sulla nastronave quando lui aveva già dato l’ordine di sbarco? Incompetenti, inconcludenti avanzi di galera. Se gli garbava, ne avrebbe appeso uno qualsiasi a un cappio di alzavola. Avrebbero ricordato, poi, chi comandava. Ci avrebbe scommesso la pietra del tempo, e anche tutte le ricchezze di Iris, e si sarebbero ricordati, dopo, chi fosse il capo della banda.
Marlo era arrivato vicino al molo. Beruk guardò il lungo mantello scuro che si abbandonava al vento, senza smettere di fissare gli occhi iridescenti puntati su di lui.
Il Pirata era diventato di gelo. Non si mosse, aspettò il suo destino, quasi rassegnato. Marlo si arrampicò sulla terraferma con calma e lentezza, calpestò con alti stivali di pandemonio la polvere del sentiero e si avvicinò a lui senza proferir parola.
«Marlo, – disse Beruk con voce bassa – come è possibile che tu sia qui?»
Marlo sospirò per diverse volte. Poi il Pirata risentì la sua voce, chiara e ridente.
«Allora non sai proprio dove sei sbarcato, amico mio.»
«Cosa vuoi dirmi? Cosa vuol dire tutto questo? È una magia di questi sensitivi della maledetta teratopoli?»
«Beruk, questo pianeta non è come tutti gli altri. È il Pianeta delle Occasioni perdute. Questo vale solo per gli umani, beninteso. I terrestri che atterrano su questa terra, seguendo uno speciale programma del governo, trovano la loro Occasione mancata appena sbarcati. E tu non lo sapevi?»
Il Pirata era talmente scombussolato che la sua antenna cominciò a vibrare, nonostante conosceva il rischio a cui si esponeva se l’avessero scoperto gli irisiani. Non riuscì a fermarla.
«Marlo, dimmi subito cosa vuoi fare. Vuoi vendicarti? Vuoi uccidermi? D’accordo. Facciamola finita.»
Beruk aprì il mantello, estrasse il pugnale da assalitore di pianeti e, avvicinandosi a Marlo glielo porse, esponendo al tempo stesso al suo vecchio amico la giugulare sintetica.
Poi chiuse gli occhi, aspettando la fine. Si sentì libero, finalmente, di pensare a Lela. Tutta la storia che aveva seppellito nel profondo della coscienza ritornò a galla. Lela nella sua capsula, con i capelli sciolti prima di acconciarsi, che lo fissava. Lela, negli abiti principeschi, quando la portava con la nave vascello a sorvolare i mondi. Le piaceva volare, perché era una creatura di un mondo acquatico che desiderava conoscere il cielo. Allora al comando della nastronave c’erano lui e Marlo, colui che divideva le sue imprese a pari merito, e insieme celebravano un’amicizia degna degli dei.
Un giorno, entrando nella sala dei comandi, aveva visto Lela abbracciata a Marlo. Se ne era andato via, scivolando di nuovo nella sua capsula. I giorni erano diventati oscuri, la sua vita era finita. Si era colmato d’odio, di rabbia, di gelo. Durante la spedizione per predare un asteroide ghiacciato, quando stavano penetrando nella zona del Palazzo di Rubanio, Beruk aveva colpito con il pugnale Marlo, alle spalle. L’amico era caduto sulla neve, fissandolo per sempre con gli occhi sbarrati. Negli occhi una domanda. La sera stessa aveva messo Lela su una scialuppa volante, destinazione il pianeta dei monasteri del Monte. Non l’aveva uccisa, ma non riusciva più neppure a guardarla.
Il Pirata aprì gli occhi e vide l’inaspettato. Marlo emetteva un rumore sconnesso. Sembrava piangesse, come se singhiozzasse. Invece, rideva. Forse non lo odiava. La cosa certa è che non voleva ucciderlo. Non ne aveva l’intenzione.
«Amico mio.»
La frase risuonò nella mente di Beruk con forza.
«Non ricordo da quanto tempo vivo su Iris. Quando si sta abita sul Pianeta delle Occasioni Perdute, tutto cambia. Non potrei odiarti, mai. Ho assaggiato il gusto del perdono: è dolce.
Ma ora puoi sapere la verità: Lela ti amava, e anch’io ti amavo. Quando ci hai visti nella sala di comandi la gelosia ti ha oscurato la vista. Era solo un abbraccio fra amici. Stavamo parlando di te, dei progetti che avevamo. Volevamo dirti che si aveva voglia di cambiar vita, di trovare un rifugio nella lontana galassia di Astor, per goderci i nostri anni migliori. Un posto dove stare tutti insieme, senza più la voglia di rapinare i pianeti. Non sapevamo come persuaderti, lei mi chiedeva aiuto, e io promisi di fare tutto il possibile. L’abbraccio suggellò il nostro accordo. Scoppiavamo di affetto per te. E tu non eri così cambiato, non eri come sei ora. Eri il nostro Beruk, che rideva e raccontava storie per fare il gradasso, innamorato di Lela e dei suoi occhi di cenere. Amavi la vita, credevi in me.»
Nel petto del Pirata il ghiaccio che si era formato da cinquant’anni cominciò a sciogliersi. Lacrime ripetute caddero dai suoi occhi di berullo. Cadde per terra, le ali piegate, sconsolate, la fronte nelle mani.
Fu in quel momento che la ciurma scese sul molo, provvista di caschimuro. I trenta circondarono Marlo e il Pirata, tesi, disorientati. Nessuno di loro aveva mai visto il Pirata piangere. Nessuno lo aveva visto così triste.
Orobis, l’unico della ciurma che c’era stato, ai tempi in cui tutto si era consumato, riconobbe Marlo.
Dopo averci pensato un po’ chiamò i compagni a raccolta e con un cenno si fece intendere: era meglio risalire in fretta a bordo della nastronave.
Aveva sentito parlare dell’Occasione perduta, nei bistrot dell’ontocosmo, ma non ci aveva creduto. E invece era verità. Un vecchio lupaccio grigio delle galassie come lui poteva credere che i morti potessero tornare in vita? E che, ritornati a vivere, riuscissero anche a perdonare il proprio assassino? Quel pianeta non gli piaceva per niente, quella storia non gli era garbata sin dal primo momento. Il suo Pirata non esisteva più, la loro vecchia vita cancellata di colpo. Nessuno avrebbe più obbedito ai comandi di un umano che piange come una bimbetta ai piedi di un altro umano.
Il grande pirata Beruk per tutti loro era  morto e sepolto nel Pianeta delle Occasioni Perdute.
«Vecchia ciurmaglia, il nostro Pirata non tornerà. Assumo, come anziano della banda, il comando della nastronave. Tornate alle vostre postazioni, si va. Liberiamoci dalla puzza di questo Pianeta abitato dal diavolo.»
I trenta guardarono per l’ultima volta Beruk, il grande dalla lastra di cristallico. Accovacciato nella polvere bianco brillante, accanto a Marlo, li stava osservando. Non mosse un arto per richiamarli, non tentò di fermarli in nessun modo. E la nave partì.

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