Condividi su facebook
Condividi su twitter

Lo specchio

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
07.15. La sveglia suonò ma lei aveva ancora sonno, aveva dormito male. Non riusciva a ricordare i sogni che faceva ma di certo non erano “angelici”, eppure ce la metteva tutta a essere positiva, ad amarsi e soprattutto a “porgere l’altra guancia” come le aveva insegnato sua nonna, morta a 90 anni serena, nel sonno.

07.15. La sveglia suonò ma lei aveva ancora sonno, aveva dormito male.
Non riusciva a ricordare i sogni che faceva ma di certo non erano “angelici”, eppure ce la metteva tutta a essere positiva, ad amarsi e soprattutto a “porgere l’altra guancia” come le aveva insegnato sua nonna, morta a 90 anni serena, nel sonno. “Una morte “santa” dissero, così avrebbe voluto fosse la sua.
Si alzò, andò in cucina e seguì il suo rito mattutino: vitamine, magnesio, acqua e limone per purificarsi. Guardò il vaso di fiori e sorrise serena, il loro bianco illuminava la stanza.
Arrivò lo stimolo, andò in bagno. Si sedette pensando a un detto popolare che la faceva sempre sorridere: «Chi entra qui dentro ne esce contento», ed era così che si sentiva. Si diresse verso il lavabo, si guardò allo specchio e lanciò un urlo, il cuore le pulsava forte nelle orecchie. Davanti a lei un volto pallido color cenere, occhi arrossati, occhiaie blu profonde e labbra stirate in un ghigno sardonico.
«Che cazzo ti urli? Sei impazzita?»
La voce era quella roca di una fumatrice, i capelli con ciuffi bianchi. Guardò il viso inebetita, con la bocca ancora aperta, del resto non era famosa per le sue reazioni pronte. Sollevò infine una mano per toccarsi la guancia, l’immagine non si mosse, si limitava a fissarla dritta negli occhi. Si sentì nuda e indifesa davanti a lei.
«Non appena ti riprendi e connetti il cervello parliamo, ok?»
Chiuse con forza le palpebre e trattenne il respiro. Riaprì gli occhi e vide la sua faccia. Si toccò i capelli, ancora incredula, e la sua immagine le restituì il gesto. Riprese a respirare; aveva proprio dormito male, forse era stato solo uno strascico dei sogni notturni. Chiuse di nuovo gli occhi e li riaprì piano piano, si guardò ancora, con cautela, osservò i capelli bianchi che le cominciavano a striare le tempie, le piccole rughe intorno agli occhi. Era tutto come doveva essere, ma le rimase addosso un’inquietudine potente.

Mancavano quattro fermate e ancora non era riuscita a sedersi vista la folla che la circondava. Ognuno era assorto nelle sue cose: cuffie, telefono, cruciverba e libri. Si apprestò a sedersi in un posto che si era appena liberato, ma una ragazza al suo fianco glielo soffiò proprio sotto il naso, tant’è che per un attimo si ritrovò seduta sul suo grembo invece che sul sedile. Si risollevò in fretta, infastidita dal contatto.
«Che cazzo fai, non hai visto che ci sono io?» la apostrofò la ragazza.
Era talmente sorpresa dalla velocità con cui si era svolto il tutto che a malapena riuscì a dire:
«Mi scusi non l’avevo vista…», rammaricandosi con sé stessa per non aver avuto la risposta pronta e non essere riuscita a farsi rispettare dalla maleducata sconosciuta.
Continuò a ripensare all’episodio mentre cercava di rispondere in maniera gentile e diplomatica a tutte le richieste che le vennero fatte al lavoro. In cuor suo bacchettava sé stessa e la sua mancanza di prontezza unita a una sana cattiveria.

07.15. La sveglia suonò cogliendola impreparata, si rese conto di aver fatto la guerra nel letto. Andò in cucina, prese le vitamine, dimenticò il magnesio e si chiese se l’acqua con limone l’avrebbe purificata. Guardò il vaso con i fiori e pensò che forse doveva cambiare l’acqua e tagliare gli steli così sarebbero durati un’altra settimana.
Arrivò lo stimolo, andò in bagno e si lavò il viso. Iniziò ad asciugarsi e si guardò allo specchio.
«Buongiorno fallita del cazzo! Come ti senti oggi? Che ne dici di prendere il controllo della tua vita e smettere di subire?»
Guardò l’immagine infastidita, non rispose. Di giorno in giorno le pareva sempre meno brutta.
«Che fai, non rispondi? Hai deciso di continuare ad essere la donna di merda che sei stata fino ad oggi o vogliamo darci un taglio? Che mi dici della tua risposta furba all’aumento di 100 euro che ti hanno proposto? Meno male hai capito che significa farti il culo quadrato per una miseria. E per cosa poi? Per sostituire il tuo collega che ti ha fregato la promozione, per poi andarsene sei mesi dopo? Beh, almeno hai ottenuto un avanzamento vero, altro che i tuoi sogni di gloria, mica si campa cercando di essere utile al mondo! E ti ricordi di quel simpatico vecchio che ti ha dipinto il parabrezza con la schiuma da barba per aver parcheggiato vicino casa sua? Devo dire che gli hai risposto proprio bene, anche se sono certa che in cuor tuo avresti voluto spaccargli la macchina a randellate e vedere che effetto gli faceva. Sono convinta che ti saresti sentita meglio. E poi vogliamo parlare di quella vecchia cretina che alle poste ti ha ignorata continuando a fissare lo schermo, fino a quando sei sbroccata e le hai urlato contro insultandola? Là mi sei proprio piaciuta, peccato solo che poi ti sei scusata.»
Continuava a domandarsi come facesse quella faccia di merda a sapere tutto quello che aveva provato in un angolo remoto del suo essere, mentre andava ripetendosi come un mantra che il male portava altro male e non l’avrebbe aiutata a risolvere le cose. Chiuse gli occhi, trattenne il respiro e aspettò. Li riaprì e la vide scoppiare a ridere urlando sguaiata: «Pensi che basti così poco?».
Respiro lungo, lento e profondo, si disse, passerà. Richiuse gli occhi, poi si guardò.
Era di nuovo lei, con qualche ruga in più e delle piccole occhiaie scure intorno agli occhi arrossati. Troppo poco sonno, si disse.

La cameriera l’interruppe per l’ennesima volta. Era nel bel mezzo di una conversazione animata con l’amica. Si era già avvicinata due volte per chiedere prima se volessero altro e poi per sparecchiare il tavolo nonostante non avessero ancora finito di bere.
«Respiro lungo lento e profondo» mormorò. Le diede una testata. Sentì il rumore delle ossa che si rompevano e rimase a guardare il sangue uscire, copioso. Vide la sua amica a bocca aperta e la cameriera portarsi una mano al naso per tamponare il sangue, lesse la paura nei suoi occhi e se ne cibò. 

07.15. Si alzò prima della sveglia, un po’ aggrovigliata ma energica. Andò in cucina a fare colazione, bevve un caffè e fumò la prima sigaretta della giornata. Guardò i fiori morti pensando che era proprio inutile spendere soldi per comprarli, tanto si seccavano.
Arrivò lo stimolo, andò in bagno e si lavò il viso. Iniziò ad asciugarsi e si guardò allo specchio, vide una donna con occhiaie blu profonde intorno agli occhi arrossati, il colorito pallido color cenere. Aveva dei ciuffi di capelli bianchi e una rete di rughe intorno agli occhi, l’espressione furba, beffarda.
«Che c’è, non parli più brutta stronza?»
Spostò una ciocca dalla fronte e l’immagine le rispose simmetrica.
Voltò le spalle allo specchio e uscì.

Ultime
Pubblicazioni

Sfoglia
MagO'