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La mangiatrice

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Illustrazione di Agrin Amedì
La luce delle tre del pomeriggio entra obliqua nella tavola calda, si riflette pigramente sul mio vassoio di plastica dura e si diffonde nella sala, rimanendo quasi sospesa a mezz’aria.

La luce delle tre del pomeriggio entra obliqua nella tavola calda, si riflette pigramente sul mio vassoio di plastica dura e si diffonde nella sala, rimanendo quasi sospesa a mezz’aria. Per un attimo fermo lo sguardo, ma poi il cervello ricomincia a marciare: è terribilmente tardi. Infilo in bocca il mio cibo distrattamente e guardo di nuovo l’orologio appeso al muro, mentre con l’altra mano cerco il telefono nella borsa. L’ho perso di nuovo. Mi agito, ma poi afferro lo schermo tra le dita e mi tranquillizzo; faccio per alzarmi e andarmene ma la mia borsa cade a terra e il contenuto si sparge sul pavimento. Ci mancava solo questa, penso, mentre mi chino a recuperare le mie cose. Perché sei sempre così maldestra? Raccolgo i miei oggetti: le pillole per l’insonnia, quelle per il mal di testa, gli auricolari, una merendina iniziata e mai finita (da quanto tempo sarà lì?), un libro che volevo leggere ma non ho mai letto (ecco perché ’sta borsa pesava tanto, devo ricordarmi di toglierlo, tanto chi ha il tempo), assorbenti sparsi, sigarette, spicci, scontrini. Tutto è di nuovo al suo posto, mi alzo di scatto; per un attimo la testa mi gira e sono costretta ad appoggiarmi al tavolo. Ci risiamo… Il braccio sinistro perde forza, la testa mi ronza e la vista si appanna. Sento improvvisamente caldo, comincio a sudare. Mi risiedo e respiro a fondo, faccio come mi ha detto l’insegnante di yoga (ho pagato tre mesi di corso e ci sono andata due volte, i soldi peggio spesi della mia vita), inspiro ed espiro, inspiro ed espiro. Niente, non passa, allora provo a concentrarmi su una qualunque cosa ed è allora che la vedo.
C’è una vecchietta seduta a un tavolo, poco lontana da me. Una vecchietta piccola, curva sul cibo, con uno scialle giallo sbiadito sulle spalle; una vecchietta con i capelli bianchi fini, raccolti in uno chignon morbido; una vecchietta con delle mani piccole e bianche, ma lunghe, tra le cui dita brilla una forchetta d’acciaio. Mangia da sola. Porta il cibo alla bocca sottile, con una lentezza quasi religiosa. Ha gli occhi socchiusi, fissi sul piatto di fronte a lei. Con movimenti precisi e misurati ripartisce il suo pasto in minuscoli pezzetti. Di tanto in tanto si ferma, sembra pensare a qualcosa di importante, poi riprende la sua opera di sminuzzamento. Davanti a lei c’è un bicchiere di vino bianco pieno a metà. Allunga la mano sottile – una mano di carta velina ingiallita, con venature violacee – la allunga davanti a sé, mentre con l’altra tiene a mezz’aria un pezzo di quello che sembra pesce. Prende il bicchiere di vino, lo porta alla bocca, manda giù un sorso così piccolo che il livello del liquido sembra non scendere. Fuori, si susseguono i rumori, la luce è cambiata, si è fatta più densa adesso. Credo che stia piovendo, non ho con me l’ombrello, ma non riesco a preoccuparmene, perché ho gli occhi puntati sulla vecchietta che mangia lentamente. Mi chiedo da quanto tempo sia seduta lì. Forse c’è sempre stata, ancora prima che tirassero su le mura di questo posto, e continuerà ad esserci, anche dopo, quando saremo tutti solo polvere. Mentre penso a questo, la osservo spinare il suo pesce. Ha un’ottima tecnica, è tenace e ordinata, raggruppa le spine da una parte e la carne dall’altra, senza fretta. Non le sfugge nulla. All’improvviso sento un rumore forte, intermittente. È un rumore che dovrei conoscere, è il suono del mio cellulare. La vecchietta si porta il tovagliolo di stoffa agli angoli della bocca, il telefono squilla ancora, e io comincio a non sapere più cosa significhi. Mi chiedo invece chi sia lei, la mangiatrice lenta e eterna, seduta a pochi passi da me. La mangiatrice calma, silenziosa e sola.
Il formicolio al braccio è passato, il respiro è tornato regolare. Il sudore mi si è asciugato addosso e sento improvvisamente freddo, così avvolgo le braccia attorno al corpo. Non voglio andare fuori, sussurro senza accorgermene. Lasciatemi qua, voglio sapere come va a finire, voglio sapere se perderà mai la sua calma, voglio sapere…
La vecchietta si alza, di scatto, con una fluidità di cui non l’avrei creduta capace. Si incammina alla cassa. Sorride, paga, esce. Rimango inebetita, quasi ferita dalla sua improvvisa assenza. Il telefono ha smesso di squillare, ma guardo comunque lo schermo e mi accorgo che ho perso il mio appuntamento. Raccolgo le mie cose, pago, esco. Prendo un autobus qualunque. Ho improvvisamente molto sonno e penso che forse questa notte riuscirò a dormire. Sì riuscirò a dormire, e non avrò bisogno di pillole per l’insonnia o per il mal di testa; non avrò bisogno di andare dal dottore o dallo psicanalista o dall’insegnante di yoga; non avrò bisogno di comprare libri di auto-aiuto (libri su come-curare-lo-stress, su come-farsi-meno-seghe-mentali, libri su come-fare-pace-con-sé-stessi-e-vivere-felici): mi basterà pensare a lei, tornare qui a mangiare e sminuzzare la carne nel mio piatto.

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