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Cappuccetto Nero

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Illustrazione di Agrin Amedì
C’era una volta, non tanto tempo fa, un grande bosco fitto di abeti dentro il quale viveva un lupo molto cattivo che la faceva da padrone. Nella sua consueta passeggiata nel bosco alla ricerca di qualcosa da mangiare, il lupo incontrò una strana fanciulla, nel fiorire degli anni.

C’era una volta, non tanto tempo fa, un grande bosco fitto di abeti dentro il quale viveva un lupo molto cattivo che la faceva da padrone. Nella sua consueta passeggiata nel bosco alla ricerca di qualcosa da mangiare, il lupo incontrò una strana fanciulla, nel fiorire degli anni. Finalmente un bel bocconcino di carne tenera si era materializzato alla sua vista. Doveva solo avvicinarla senza insospettirla. Azzardò lentamente qualche passo verso di lei, prima di compiere il balzo fatale e inghiottirla in un boccone. E così, da vicino, ebbero modo di scrutarsi a lungo. La fanciulla aveva il viso imbiancato e gli occhi cerchiati di nero, indossava un paio di stivaletti borchiati e una felpona col cappuccio, rigorosamente tinta di nero. Sarebbe stato un gioco da ragazzi. Ma la fanciulla continuava a fissarlo dritto negli occhi, con quei due occhioni grandi, tondi e neri. E questo cominciò a confondere le idee al lupo. L’acquolina cominciava a colare dalle sue fauci, ma i suoi occhi continuavano a guardarla sempre più rotondi, fino ad assomigliare a quelli di lei, e il balzo fatale restava bloccato nelle zampe. Non era mai successo.
«Ma questa è proprio bona!» pensò a un certo punto. «Anvedi che bestia!» pensava lei nel frattempo. E il viso imbiancato della fanciulla accennò un sorriso malizioso dal quale il lupo si sentiva irresistibilmente attratto. Fu lui per primo ad affrontare l’imbarazzo del silenzio, e con tono galante la invitò a vedere la sua collezione di farfalle.
«Ancora co’ ‘ste farfalle!» rispose la fanciulla sbiascicando una gomma in bocca. «Nun c’ho tempo pe’ ‘ste cazzate, vado de fretta. Devo sbrigarmi a porta’ ‘sta focaccia a quella rompicoglioni de mi nonna, che dopo c’ho ‘n’ appuntamento coll’amici, pe’ fasse ‘na biretta.»
Alle orecchie del lupo quelle parole risuonarono come un irresistibile, sensuale, ululato. Si scordò del bocconcino, mise in evidenza i pettorali con il resto della prestante muscolatura e disse: «Te ce porto io da tu’ nonna! Er bosco è pieno de pericoli, questo è territorio mio, con me nissuno se permetterà de toccatte nimmeno con un dito!».
Cappuccetto Nero – così la chiamavano gli amici – illuminò il viso e trattenne il solito malizioso sorrisetto.
La passeggiata era lunga e il lupo era un macho ormai fatto, semplice, di campagna, ma pur sempre un macho, e cercava di essere galante e all’altezza della conversazione.
«Che nipote de core che sei… Anch’io c’ho ‘na nonna! E’ ‘na cuoca sopraffina, e ogni domenica che la vado a trova’ me fa ‘na cofana de spaghi a la matriciana. Ormai ner bosco nun ce vie’ più nissuno e sto giorni e giorni co’ la pancia vòta.»
«Ma che stai a di’! – sbiascicò lei – Ma magari morisse qua’ vecchia! Me so rotta ‘e palle d’annà su e giù co’ ‘sta focaccia!»
Il lupo era sempre più intrigato. Dev’esse ‘na dura com’a me, pensava, e le camminava al fianco pendendo dalle sue labbra. Così capì che Cappuccetto Nero aveva molti amici in città, tutti colorati di nero, ma anche non capì tante altre cose “Panca, Metal, Dark.” Ma che vor di’? pensava. Lui non era mai uscito dal bosco e non era mai stato in città purtroppo, ma annuiva come se fosse tutto molto chiaro e continuava a camminarle al fianco fissandola con due occhi da pesce lesso.
«Che occhi grandi che hai! – esclamò Cappuccetto – Ma che te sei impippato pure tu?» Il povero lupo non capiva affatto di cosa stesse parlando ma, sempre più affascinato, restò comunque a bocca aperta. «Anvedi che bocca grande che c’hai! Ma te sei fatto de robba proprio bona…»
Il lupo si riebbe, richiuse subito la bocca e accennò uno sguardo languido ma più controllato.
Così facendo, tra una squisita chiacchiera e l’altra, arrivarono alla casetta della nonna, bussarono, entrarono, e salutarono la nonna sdraiata sul letto.
Preceduto da un attimo di esitazione, a quella vista il lupo sentì risvegliare in lui il suo istinto predatorio. Certo, si trattava della nonna di quella accattivante fanciulla, e provò e riprovò a resistere alla fame. Così dentro di lui cominciò a svolgersi una discussione senza fine.
Era pur sempre il lupo, aveva un nome da difendere e non è che si potesse rammollire così. Ma Cappuccetto cosa avrebbe pensato? La sua nuova, deliziosa, unica amica sarebbe scappata da lui. Non poteva sopportarlo. Ma proprio a lui doveva capitare un dilemma simile?
Provò nuovamente a resistere. Ma la fame lo assaliva e lo assaliva finché lo obbligò a capitolare e, d’un balzo, saltò sul letto e si mangiò la nonna in un boccone.
Cappuccetto Nero lo guardò trasecolata, impietrì, e per un po’ non riuscì a proferire parola. Non ci poteva credere. Non sarebbe più andata su e giù a trasportare focacce. Il lupo, invece, la guardava a occhi bassi pronto a ricevere la giusta punizione.
Rimasero così per un po’. Uno di fronte all’altra a scrutarsi negli occhi. Finché all’improvviso Cappuccetto si strappò il collare di borchie appuntite che aveva intorno al collo e lo strinse ben stretto al collo del lupo, dalla parte del metallo appuntito, poi si sfilò la cinta e la agganciò al collare. E in silenzio lo trascinò fuori di casa.
Era ormai il tramonto. Le deve piacere il masochismo, pensò lui, me piace!, e si lascio docilmente incatenare al guinzaglio.
Dal canto suo, Cappuccetto Nero sfoderò un sorriso trionfante. Nessuno dei suoi amici avrebbe mai potuto vantare una panca bestia simile.
E stagliati nella luce rossastra del crepuscolo, si avviarono insieme, felici e contenti, verso le luci lontane della città.

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