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Amore e Guinness

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Illustrazione di Agrin Amedì
È seduto finalmente, il suo sgabello un disco di legno fissato su lunghe gambe sottili, i gomiti sul bancone, scorre le mani sul legno accarezzandolo. Adora farlo, dal ventre al dorso e ancora al ventre, come se spalmasse la crema più buona del mondo,

È seduto finalmente, il suo sgabello un disco di legno fissato su lunghe gambe sottili, i gomiti sul bancone, scorre le mani sul legno accarezzandolo. Adora farlo, dal ventre al dorso e ancora al ventre, come se spalmasse la crema più buona del mondo, Dicono che abbracciare un albero plachi ansia e depressione, se lo fai per più di mezz’ora, uno stato di benessere pervade il corpo in ogni sua fibra, come se l’albero parlasse: silvoterapia, non ricordava.
Il legno, né freddo né caldo, lievemente rugoso ma anche liscio al tatto.
Scorrere quello del bancone con i polpastrelli, lo calma e lo rilassa, lo farebbe ancora per ore, questa sera poi sembra proprio la pelle di una bella donna, la pelle di Laura…
Quel natale una festa indigesta, una festa comandata, il primo da solo da quando lei se n’è andata..
«Ecco la tua Guinness, caro.»
«Grazie.»
«Enjoy!»
Il liquido è denso scuro, compatto, tranne per la superficie dove una striscia di un bianco sporco non più alta di un centimetro disegna quella che è una pinta perfetta, lo fronteggia paziente nel suo involucro di vetro.
Vi appoggia le labbra e una potente sorsata, avida, lo scaraventa nel suo mondo alcolico, il gusto è amaro , sentori di orzo, vaghe memorie di chissà quali coltivazioni.
Lo assapora a lungo.
Una malinconica ballata irlandese si diffonde pigra nel locale, sulle parole di quella famosa canzone dublinese… I kiss my girl at the factory wall… dirty old town… dirty old town… È piacevole ascoltarla, lasciare che le note vibrino con lui portandolo lontano.
Un giro in centro piacevole ma troppo lungo, qualche vetrina, tanti volti ignoti, qualche drink di troppo, i regali rimandati, il pensiero di lei. L’aria di quella notte romana, un alito fresco, leggero finalmente, prima che l’insegna al neon verde, ultimo faro in una notte scura, lo inghiottisse nel locale.
Il suo locale, non lo cambierebbe per nulla al mondo, Druid’s den, la tana del druido, un lurido vecchio pub irlandese nel cuore di Monti.
L’odore è stantio, residuo di antiche sigarette e alcool misto a umori recenti, sudore acre, probabile memoria delle notti precedenti.
Un altro sorso, più profondo di prima, l’amaro della birra gli riempie la bocca ed esplode nel palato in mille piccoli puntini pulsanti, scende per l’esofago, lo stomaco, ritorna diverso alla mente.
Già intravede la fine del boccale, un tunnel di vetro che guardandolo da vicino ti verrebbe voglia di oltrepassare di tuffartici, quasi fosse un canale privilegiato, quel passaggio tra vita reale e dolore e ciò che invece non c’è.
«Un’altra caro? Sempre Guinness?»
«Ancora una, sì.»
Colm è indaffarato dietro al bancone, traffica con scontrini e il registratore di cassa, tin tin tin, rumori consueti, rumori a cui è abituato. Inizia a rilassarsi, nonostante tutto.
La nuova Guinness è già sul bancone. Apparsa dal nulla, come un fungo si erge solitaria sulla distesa di legno. Nota delle screziature rossastre, rimbalzi audaci nei riflessi del bicchiere, piccoli fari sembrano guidarlo, introdurlo, lo attraggono, avrebbe giurato che in quella di prima non ci fossero.
La affronta deciso, si lascia sedurre, vigorosamente scaraventa in bocca il liquido scuro; gola e boccale un tutt’uno, pregni di violenza amarognola leggermente acida, il sapore di lei…
«Un’altra Colm.»
«Sempre Guinness?»
«No, voglio una IPA, quella nuova, quella triplo malto, quella forte.»
«Ok, arriva subito.»
Colm sorride mentre spilla le ultime gocce del suo ordine.
«Ecco la tua IPA, caro.»
«Grazie.»
Il boccale è gonfio di biondo nettare adesso, brilla di un giallo luminoso, ne percepisce l’alone alcolico già a distanza, un odore dolciastro persistente.
La mano avvolge come un guanto quel vetro freddo, liscio; adora quella sensazione fragile, pulita, gelida.
Laura amava il vetro e le trasparenze.
Porta il boccale alle labbra. Lo bacia. Se ne nutre. Lo divora. L’amaro del luppolo nel palato esplode nella mente e lo oltrepassa guardandone il fondo, ci entra dentro e nuota; è felice, ebbro di bionda lussuria.
È una manta adesso, le grandi pinne come ali libere, e le mante danzano eleganti.

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