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Un amore di bambola


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Illustrazione di Agrin Amedì
Li per lì abbassai timidamente lo sguardo e cominciai a tormentare il pavimento con un Lego che mi porto sempre appresso. La mia copertina di Linus. Sentivo i suoi occhi su di me ma non avevo il coraggio di incrociarli con i miei.

Li per lì abbassai timidamente lo sguardo e cominciai a tormentare il pavimento con un Lego che mi porto sempre appresso. La mia copertina di Linus. Sentivo i suoi occhi su di me ma non avevo il coraggio di incrociarli con i miei. A parte il fatto che avrà avuto almeno il doppio della mia età ma sei vai in giro a dire che una bambola ti fissa come minimo ti prendono per scemo.
Alla fine ho ceduto. È cominciato tutto così. Da allora, ogni lunedì, mercoledì e venerdì, approfittando delle lezioni di danza di mia sorella, passo a prenderla, l’aiuto a scegliere un vestito e la porto a fare un giro della casa. Facciamo merenda insieme e poi la riaccompagno nella sua stanza, sul centrino del ripiano del comò.
L’altro pomeriggio, al ritorno dalla sua lezione, mia sorella ci ha quasi sorpresi. Era salita su per le scale senza farsi sentire. È stata Barbie ad accorgersene, le femminucce sono più attente di noi maschietti, l’ho sentito dire alla mamma. Abbiamo fatto appena in tempo a ricomporci, io a giocherellare sul pavimento con il solito Lego, lei impettita sul centrino, come se non si fosse mai mossa da lì. Quando la porta si è aperta, trovandomi seduto nella sua stanza, mia sorella mi ha lanciato uno sguardo della serie: che ci fai qui, nano? Già, nano. Barbie non mi chiama mai così, nemmeno quando litighiamo.
Ieri, dopo il solito giro-casa-merenda mi sono fatto coraggio. L’ho baciata. Me lo immaginavo diverso. Più umido. Al primo anno di materna c’era quella bambina terribile con le trecce rosse che a ricreazione non faceva altro che rincorrermi in giardino, afferrarmi per il collo e piantarmi il suo naso moccioloso e le sue labbrone sulla guancia. Che schifo! Avevo giurato che mai e poi mai l’avrei rifatto. Ma con Barbie è stato diverso, lei non mi insegue e non mi afferra per il collo.
Erano giorni che la sentivo diversa, aveva quasi un’aria quasi di rimprovero. Ho provato a parlarle ma si è chiusa in un mutismo insopportabile! Papà dice sempre che è inutile sforzarsi di capire una donna. Allora ho saltato un incontro, così, per vedere l’effetto, ma sembrava che tra i due fossi io a stare peggio. Perciò l’ho affrontata e l’ho messa alle strette. La verità, con fatica, è saltata fuori: Barbie è gelosa!
Non pensavo di essere osservato il giorno che Campanellino aveva fatto il suo ingresso in casa, esibita da mia sorella come un trofeo. Forse avevo indugiato troppo sul suo abitino minuscolo ma in realtà mi stavo chiedendo come sarebbe stato addosso a Barbie. Ma lei ha frainteso, pensava che la mia attenzione si stesse spostando altrove. Quando ho compreso il suo dolore ho rotto il giuramento. Ricordo che eravamo sul letto e le ho accarezzato con dolcezza i capelli. Ho sentito un fremito sotto i polpastrelli. L’ho attratta a me. Le sue braccia si sono istintivamente allungate per respingermi. Ho schiacciato il bottone sulla sua schiena e si sono abbassate in un gesto di resa. Era fatta. Ho avvicinato con lentezza la mia bocca alla sua e ho visto le sue ciglia abbassarsi. Allora ho chiuso gli occhi e ho spinto le mie labbra sulle sue come fanno nei film. Che strano, una ragazza, fidanzata da anni, che bacia come una bambina. È rimasta con le labbra contratte, secche, a parte un po’ di rossetto, forse un ricordo dei giochi di mia sorella. Quando ho riaperto gli occhi, mentre ci sollevavamo, ho incrociato il suo sguardo, di nuovo dolce.
Oggi siamo usciti fuori casa per la prima volta! Lei era contraria, ma alla fine il desiderio di novità ha prevalso. Ha raccolto i capelli con un foulard e ha nascosto il viso dietro enormi occhiali scuri. Dopo i primi passi incerti, per via dei tacchi, ho capito che preferiva essere portata da me. Ho inforcato la bici e lei ha preso posto sul cestino di fronte al manubrio. Ho fatto e rifatto il giro dell’isolato, soffermandomi più volte davanti alla pasticceria. Alla fine sono entrato e le ho preso un dolcetto al cioccolato a forma di cuore. La sua faccia era stupefatta. Era come se le avessi dato chissà quale prova d’amore. Era così felice che le si è chiuso lo stomaco. Ovviamente ho dovuto mangiare il dolce da solo. Ha insistito.
Al nostro rientro però si è consumata la tragedia. Come ho infilato il vialetto di casa l’ho vista. Era lì sulla porta, rossa in viso, direi congestionata. Mia sorella! L’insegnante di danza aveva annullato la lezione. Ho frenato di botto sulla ghiaia e io, Barbie e la bici siamo scivolati via. Quando mi sono alzato, con il sangue che mi colava dalle ginocchia, ho pensato solo a lei. Il cuore mi si è stretto. Il suo corpo era lì per terra, il vestito strappato, ma la testa non c’era più. Forse era rimasta in mezzo ai raggi della bici ed era schizzata chissà dove. Non sentivo nemmeno le urla di mia sorella, che nel frattempo aveva afferrato il corpo di Barbie e lo brandiva minacciosa. In quel momento, il mio unico scopo era ritrovare la sua testa. Ho battuto il giardino palmo a palmo ma niente. Sparita, volatilizzata. Ho smesso solo quando ha cominciato a piovere a dirotto. Allora sono entrato in casa e sono rimasto col naso attaccato alla finestra. La testa mi si è affollata di pensieri. Ho ripercorso mentalmente ogni giorno trascorso con lei. Il primo sguardo, il primo bacio, quei silenzi così densi. Fino all’ultima maledetta passeggiata. Il nostro epilogo, il suo ultimo sguardo. Le lacrime hanno cominciato a colare sul mio viso, prima lentamente poi sempre più veloci, fino a trasformarsi in un pianto disperato e irrefrenabile. Alla fine, dopo essermi completamente svuotato, le emozioni della giornata hanno preso il sopravvento e mi sono addormentato. Al risveglio, la mattina dopo, mi sono ritrovato non so come nel mio letto e alzandomi di scatto sono corso a vedere se per caso non si fosse trattato solo di un brutto sogno. Con mano esitante ho aperto la porta della stanza di mia sorella e ho guardato sul ripiano sul comò. Barbie non c’era più. Al suo posto spiccava trionfante Campanellino. Mentre richiudevo la porta ho avuto l’impressione che i suoi occhi si fossero posati su di me. Allora mi sono appoggiato allo stipite e ho pensato che in fondo con Barbie non sarebbe potuta durare a lungo. Lei era già impegnata. E poi, la differenza di età era pure troppa.

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