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Udite, udite…


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Illustrazione di Agrin Amedì
Ero stanco. Non so mio fratello sinistro, ma io, orecchio destro, ero saturo di parole, di rumori, di un mondo che mi frastornava. Non passava giorno che una porta sbattuta con violenza non facesse tremare anche le mani di questa poveretta.

Ero stanco. Non so mio fratello sinistro, ma io, orecchio destro, ero saturo di parole, di rumori, di un mondo che mi frastornava. Non passava giorno che una porta sbattuta con violenza non facesse tremare anche le mani di questa poveretta. Oppure quando urla improvvise la spingevano a tapparmi con un gesto di affettuosa protezione, come faceva, peraltro, anche quando il treno giungeva in galleria e lei “sentiva” la sofferenza che quel cambio di pressione ci procurava. Io “sentivo”, a mia volta, il trambusto che le parole urlate generavano nel suo animo e, a un certo punto, ho pensato che non meritasse tutto ciò. 
Alla prima avvisaglia di uno di quegli episodi decisi di non fare più il mio lavoro e di protestare anche a nome suo: avevo la facoltà di decidere cosa far passare e cosa no. Certamente, non avrei voluto essere complice di tutte quelle offese alla sua sensibilità.
Cominciai col limitarmi a registrare solo i battiti del cuore che, col suo ritmico “tam-tam”, confermava al cervello di essere vivo. Quando lei lamentava mal di testa ricorreva agli analgesici che riducevano la mia azione sulla parte destra del lobo temporale, quella a cui ero preposto. Allora si fasciava la testa, e così riduceva gli impulsi che mi sarebbero dovuti arrivare. Io registravo sempre meno le parole, e intere frasi scomparivano nel tragitto tra chi le pronunciava e la mia postazione. 
Poi siamo arrivati a un momento in cui qualcuno, costretto a ripetere per comunicare, le fece notare la mia debolezza; e lei, senza considerarla un’urgenza, ricorse dopo un po’ di tempo a un esperto. A me stava pure bene: essere al centro dell’attenzione, ogni tanto, ci dà la misura del nostro valore. C’è l’abitudine di dare tutto per scontato… Per esempio, che si debba fare il proprio lavoro per il semplice fatto di esserci. Ho dimostrato che può non essere così.
Ho dovuto subire insufflazioni, rimozione di tappi, antibiotici, squilli intermittenti da prove audiometriche che avrebbero dovuto classificare l’entità della mia protesta. Quando tutta quell’opera di convinzione nei miei confronti, perché tornassi nei parametri di una funzionalità accettabile, si è rivelata inutile e la mia vittoria confermata, ecco arrivare la protesi.
L’uomo non smette mai di sentirsi Dio e quando, per poco che sia, la sua potenza è messa in discussione, corre ai ripari. La protesi amplifica tutti i suoni contemporaneamente e, proprio per questo, il più delle volte diventa una complicazione supplementare da monitorare e riadattare continuamente. Insomma, un problema più grave della debolezza in sé.
Intanto, anche il mio omologo a sinistra ha deciso di associarsi alla protesta: non so se per invidia o per aver pensato: “chi me lo fa fare di lavorare per due?”. O, semplicemente, per l’empatia che lega i gemelli. Sta di fatto, che, a un certo punto, anche lui ha interrotto le comunicazioni e lei ha dovuto riconoscere che il suo mondo non sarebbe stato più quello di prima. Questo periodo di decantazione della realtà in una versione più attutita l’ha abituata a una generalizzata indifferenza al mondo esterno, ma non con la rassegnazione di chi si sente privato di qualcosa, perché, nel frattempo, si sono acuiti altri sensi. Noi organi di senso siamo legati da una corrente che parte dal pensiero e ci irreggimenta in una formazione che marcia compatta verso un’azione che poi la volontà decide. Mentre io mi defilavo, interrompendo i circuiti, la vista diventava più attenta alle labbra che parlavano e la postura allertava tutte le fibre del corpo per cogliere il senso dei messaggi che, per comunicare, ogni corpo invia in tante, inclassificabili, forme. Il processo che si era attivato, quindi, riduceva la portata della mia limitazione e diceva che non ero indispensabile se la sua vita poteva continuare senza scosse. 
Si era rassegnata a fare a meno di me, ma quando voleva “ascoltare”, libera scelta, più che sentire, azione fisiologica, ricorreva alla protesi. Anche quando si affacciava la nostalgia per la musica, la sua volontà scopriva le cuffie con le quali mi riportava prepotentemente in campo. E allora, non le facevo perdere una nota. E la pioggia? Le piace sempre fermarsi alla finestra a guardarla, non più scrosciante, certo, ma neanche turbata dal frastuono improvviso del tuono; come e più di prima, adesso si sofferma col naso per aria a “sentire” il profumo che la prima pioggia tira su dalla terra. Ma c’è un altro risultato tra quelli dovuti al mio limitante dissenso, che solo io posso attestare: le mancate risposte. Quando non sentiva le parole di chi, sapendola limitata in questo senso, parlottava alle sue spalle, il più delle volte metteva in campo un sorriso che spiazzava le cattiverie. Così,  ho vinto io. Perché è di gran lunga maggiore il tempo che lei sceglie di trascorrere senza ausilio.

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