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Dissolvenze

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Illustrazione di Agrin Amedì
Quando era più giovane le bastava pulire una volta sola dopo aver cucinato. Ma ora che la sua energia non era più all’altezza di quel compito, era necessario sgrassare ogni piano cottura a dovere, anche prima di usare i fornelli, per essere sicura del risultato.

Quando era più giovane le bastava pulire una volta sola dopo aver cucinato. Ma ora che la sua energia non era più all’altezza di quel compito, era necessario sgrassare ogni piano cottura a dovere, anche prima di usare i fornelli, per essere sicura del risultato. Avrebbe regolato la fiamma in modo che nemmeno uno schizzo accidentale uscisse mai dalle sue pentole. E poi avrebbe pulito ancora.
Non si sedeva a tavola con il figlio e nemmeno con suo marito, che comunque non c’era mai. Detestava quel suo modo di gettarsi sul cibo come un cinghiale sopra l’immondizia inghiottendo qualsiasi cosa avesse davanti.
Lei lo rimpinzava pensando solo che più in fretta faceva e più in fretta sarebbe finita.
Cominciava a pulire subito, appena lui e il figlio iniziavano a mangiare.
Era scrupolosa, attenta a cancellare ogni traccia. Usava dei guanti in lattice lunghi fino al gomito. Immergeva le stoviglie in una vaschetta a parte col sapone e poi le passava una per una sotto il getto del rubinetto sul lavandino; un unico lavandino grande in cui appoggiava le pentole sciacquate una sopra l’altra a scolare. Poi, quando aveva pulito tutte le mattonelle intorno ai fornelli e quelle delle pareti, tornava dalle pentole e con un panno morbido le asciugava energicamente per lucidarne la superficie.
Prima di riappendere sulla parete le pentole in alluminio le valutava minuziosamente, poiché ogni opacità andava rimossa con decisione.
Una sera che il figlio le aveva risparmiato la vista della solita pagina di compiti inutili, si era finalmente potuta concentrare sulla lucentezza. Voleva che a parità di illuminazione ogni punto della cucina riflettesse nello stesso modo: pentole appese, piani di lavoro, fornelli e mattonelle dovevano avere lo stesso grado di riverbero della luce. Almeno per quel giorno, prima di ricominciare.
Nel contemplare quel risultato eccellente, andava specchiandosi in ogni superficie, poiché anche la cura di sé stessa seguiva la regola di pulizia e ordine: i capelli raccolti con cura sotto una fascia che ne impedisse la caduta accidentale, il viso sempre pulito e senza trucco, le ciglia e le sopracciglia ravvivate con una tintura permanente che le evitasse di usare mascara e matite, permettendole così di essere a posto in ogni momento.
Lo stato di perfezione nella lucentezza in cui era immersa le dava un senso di pace e protezione.
Specchiandosi nel fondo della pentola grande appesa di fronte a lei proprio all’altezza del viso, cominciò a notare dei solchi che non aveva mai visto. Guardava quella immagine come se non le appartenesse. Ripulì la pentola con maggiore attenzione; dovevano esserci rimasti dei segni che distorcevano il riflesso. Quando la riappese esitò prima di specchiarsi. Poi lo fece. Ancora quei solchi neri.
Per la prima volta fu lei ad appannare volutamente la superficie di quello strano specchio, soffiandoci sopra il suo alito caldo e umido. Quel debole appannamento mostrava un volto integro, non ancora deturpato da quei segni. Era come scivolare in un tempo passato, e lentamente si lasciò cullare dal ricordo finché rivide quel giorno.
Suo figlio non ha niente signora. È solo un po’ introverso, ecco perché non la bacia. Non glie lo imponga, vedrà che col tempo…
La condensa sulla pentola era svanita e il suo sguardo restava fisso sulle rughe intorno alle labbra, testimoni silenziose di quel rifiuto.
Non riusciva a sopportare quella vista e si voltò verso la parete alla sua destra. Le mattonelle erano talmente lucenti da restituirle il suo viso così com’era in ogni dettaglio. Si voltò ancora e ancora, ma era circondata di luce, di quella perfezione che lei stessa aveva generato e che adesso la faceva sentire in trappola.
La testa le girava e si appoggiò con le mani alla parete di fronte alla fila di pentole appese in ordine crescente. Soffiò ancora sulle superfici, questa volta più forte e più a lungo. L’appannamento era denso e i ricordi affondavano ancora di più nel passato.
Suo figlio ha un livello di introversione di per sé non patologico, signora. Ma soffre molto se costretto a comportamenti sociali per cui non è naturalmente portato. Rimproverandolo lei rischia, in questa fase delicata di sviluppo della personalità, di arrecargli un danno grave…
Svanito il velo del ricordo, vedeva netto il riflesso dei solchi in mezzo alla fronte, nati dal pianto di quello e di molti altri giorni. E le rughe al bordo delle narici andavano giù, dove scendono tutte le lacrime.
Durò a lungo quel pianto, ma quando riprese contatto col presente osservò che le pareti dove si era appoggiata avevano perso la loro lucentezza e sulle mattonelle spiccavano nitide le impronte delle sue mani. Si vedevano persino i solchi delle linee della vita. E all’improvviso, mentre si specchiava, osservò che quelle impronte si amalgamavano con la sua immagine, formando altri segni e confondendo quelli che c’erano già, in un modo che per la prima volta non la faceva sentire giudicata. Provò ad accentuare l’effetto bagnandosi le mani e passandole nella polvere di caffè. Continuò a premerle sulle pentole lucide, una volta tutto il palmo e poi il pugno stretto, prima le nocche e poi il bordo esterno. Le figure che creava le sembravano come maschere in cui poteva rileggersi. In particolare una, sovrapponendosi alla sua bocca, con un gioco di ombre disegnava delle fossette proprio nell’incavo tra il labbro superiore e quello inferiore, mimando un timido sorriso. Continuò a specchiarsi, giocando con le infinite possibilità che quelle composizioni davano al suo aspetto, immaginando per la prima volta un futuro in cui ogni ruga fosse l’impronta di un desiderio espresso: l’impronta di un figlio che non ti bacia ma ti mostra ogni sera una pagina dei suoi compiti.
Sperimentò una risata piena e incontrollata premendo tutto il corpo sulle pareti, lasciando impronte ovunque.
Poi si lasciò scivolare giù esausta, in quella cucina tutta impregnata di lei.
E smise. Smise per sempre di cancellare.

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