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Testaccia malata

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Illustrazione di Agrin Amedì
Altra pinta, l’ennesima. Il pub ispira calore, mentre la tv proietta Scozia – Irlanda, valida per il sei nazioni di rugby. Tutti ridono, la Scozia vince e domina il prato verde dall’inizio della partita. Io no, io non domino niente.

Altra pinta, l’ennesima. Il pub ispira calore, mentre la tv proietta Scozia – Irlanda, valida per il sei nazioni di rugby. Tutti ridono, la Scozia vince e domina il prato verde dall’inizio della partita. Io no, io non domino niente. La mia vita viaggia su altre frequenze, quelle di un treno deragliato in mezzo al nulla totale. Non è facile uscire di strada e fingere che tutto vada bene. Non è facile quando l’alcolismo ti tira dentro al baratro. Sarei anche un bel ragazzo, ma ormai sono gonfio e la pancia sta deturpando il mio fisico trasandato da vizioso. I miei capelli rosso fuoco stanno iniziando a cadere troppo precocemente. Mi sento sporco, quasi quanto la mia fedina penale. Se non avessi questa testaccia malata, probabilmente ora sarei un rispettabilissimo mediano di scottish premier league. Magari, perché no, un buon gregario della nazionale Scozzese. Uno di quei calciatori dalla tecnica approssimativa ma che corre per cinque. Uno di quelli che fa il lavoro sporco ma fa vincere i campionati.
Meta dell’Irlanda…
Un tizio loschissimo alla mia destra impreca. Faccio altrettanto, così, perché così vuole la prassi quando la Scozia subisce una meta. Non ho voglia ne di ridere ne di piangere. Apatia totale. È tutto già visto, ripetitivo.
Ripenso ancora a quella serata maledetta. La mia grande occasione. Davanti a me i campioni in carica dei Glasgow ranger e io lì, a centrocampo, a combattere su ogni singola palla. Il primo tempo fu un disastro. Venni letteralmente surclassato dall’imponente fisico dei mediani avversari. Credo di aver passato più tempo con la faccia nel fango che in piedi. Più mi impegnavo e più facevo schifo. Mi innervosivo ogni minuto di gioco, così come il pubblico che fischiava per la mia indecorosa prestazione fino a quel momento. Do un sorso svogliato alla mia ipa, amara come il ricordo di qualcosa che ti è sfuggito. Le paranoie iniziarono a frullarmi dentro a questa testa bacata. Fischi, peso dell’aspettative, provocazioni continue da parte degli avversari, giovane età. Tutto mescolato sapientemente in un calderone di negatività. Troppo stressante per la mia fragile psiche. Troppo stressante per uno che non riesce nemmeno a interagire in un pub da ubriaco. Non sono mai stato uno che riesce a mantenere la calma quando è brillo. Tendo a innervosirmi e a diventare molesto. L’avrei dovuto capire già dal diciottesimo del primo tempo, quando presi quel giallo inutile per proteste dopo un tackle fuori tempo su uno stronzo ultratrentenne a fine carriera. Continuava a insultare mia madre a ogni interruzione di gioco per farmi perdere la pazienza. Sentii la calma abbandonare velocemente la mia pelle, staccandosi dal mio corpo come l’anima di un defunto.
Sotto tre a zero, nel panico. Dal decimo della ripresa non azzeccai più un singolo passaggio fino a che non vidi scaldarsi McNeil, uno della primavera che giocava con me. Uno che prendevo per il culo per i suoi piedi rozzi e la sua tecnica di gioco grossolana. Stava per sostituirmi. Probabilmente quello è stato l’istante in cui la mia carriera professionistica finì. La mia testaccia malata era ormai allo sbando, pronta a scattare al minimo intervento.
Ogni squadra ha giocatori tecnici, figuriamoci la squadra campione di Scozia. Il dieci danzava sul pallone dall’inizio della partita. Colpi di tacco, dribling, due assist e un palo colpito su punizione solo nel primo tempo. Mi puntava e saltava costantemente da tutto l’incontro. Presi dalla forza d’inerzia e da un moto di orgoglio, io e i miei compagni provammo a buttarci in avanti su calcio d’angolo, ma perdemmo palla malamente. Me lo trovai davanti, “il fenomeno,” solo io e lui e il portiere come ultimo baluardo di una difesa allo sbaraglio e sotto di tre gol al cinquantaduesimo. “No, stavolta non mi salti brutto stronzo”, ripetevo tra me e me. Mi convinsi che da quell’1 contro 1 sarebbe dipeso il futuro della mia carriera. Ero concentrato. McNeil scalpitava a bordocampo pronto a sostituirmi. Per lui era l’esordio in premier league. L’ultima azione della mia partita sarebbe dovuta essere memorabile. Avevo l’obbligo morale di lasciare almeno un piccolo ricordo positivo in quella disfatta. Doveva essere una di quelle giocate che finiscono tra i filmati di youtube con il titolo “best football tricks”. Cercavo il riscatto. Lo dovevo per me e per la mia dignità calpestata dai dribling di questo demonio in calzoncini. Era la mia meta, ma l’unica meta che vedo è quella Irlandese che mi riporta momentaneamente alla realtà. La Scozia gioca male. Il roccioso pilone avversario è diventato insuperabile.
“Sarò insuperabile”. Lo sussurravo tra me e me mentre il bastardo mi puntava. Fintò a sinistra e non ci abboccai. Fintò a destra e continuai a restargli addosso come un mastino con la bava alla bocca. Poi fintò di nuovo a sinistra e cominciai a sentire l’equilibrio diventare instabile sul terreno fangoso. Le divise verdi e blu delle due nazionali cominciano a essere talmente tanto sporche da sembrare quasi dello stesso colore della palla ovale, in più sto per finire la birra. Mi sento irritato dalla cosa, evidentemente sono più alticcio di quanto pensassi. Il temporale che si accaniva sulle nostre teste quella sera ormai aveva reso il campo di calcio una poltiglia informe di fango. L’esuberante trequartista sudamericano mi stava per saltare. Provai a quel punto con la forza della disperazione a bloccarlo per la maglia. Miracolosamente rimase in piedi, proprio come l’estremo Irlandese, ormai sulla linea dei dieci metri, pronto a puntare il centro dei pali di porta per prendersi tutta la gloria per se. “Maledetto bastardo, vuoi metterti in mostra? Pensi ancora al Barcellona. E vuoi riscatto? Questo è il mio sogno, non il tuo! Questa è la mia meta, non la tua”. Non era Ronaldo. Non era Garrincha. Era un brasiliano scartato dai top club d’Europa e venuto a fare il fenomeno in un campionato di seconda fascia. Nei ricordi della mia testaccia malata. La sua occasione l’aveva persa tre anni prima, facendo il portaborracce nella Liga spagnola. La sua esperienza nel calcio che conta si limitò a tre presenze in due stagioni con la maglia blaugrana. Fine.
Quella sera no. Quella sera era Pelè. E il pubblico scattò in piedi in un autentico boato d’ovazione. Il fenomeno mi fece passare il pallone in mezzo alle gambe dopo un doppio passo. Quel gesto fu la goccia che fece traboccare il vaso. Fu la fine della carriera per entrambi. 
Porto il boccale alle labbra e sorseggio. Sapore aspro, buono.
Mi girai di scatto vedendolo partire in solitaria. I miei occhi erano iniettati di sangue mentre digrignavo i denti rincorrendolo. Poi il silenzio. Il mio scarpino che sbatte contro il suo menisco. Il crack del ginocchio che si spezza e l’osso che fuoriesce dalla gamba. Strillò di dolore e io godetti come mai in vita mia. Fu meglio di un orgasmo. Fu uno strillo talmente forte da far calare aria di gelo nel pub. L’estremo irlandese segna la meta.
Ricordo la sua smorfia di dolore come se fosse ieri. Sorrisi mentre l’arbitro mi corse dietro sventolandomi il cartellino rosso. I compagni di squadra del bastardo vennero a spintonarmi. Con il cervello sovraeccitato e avvolto da un pesante manto di adrenalina reagì colpendo uno di loro in pieno volto, spaccandogli il labbro. Scoppiò una rissa che si concluse con io portato fuori dal campo di forza dopo aver colpito con calci e pugni tutti, compreso l’arbitro. Squalifica di tre anni, contratto strappato e fine della carriera professionistica. Da lì in poi la mia vita fu mediocre. Sballottato da una parte all’altra della Scozia in Leghe minori, dovetti lavorare in fabbrica per riuscire a sbarcare il lunario. Divenni quello che sono ora. Niente più manto verde, niente più farfalle allo stomaco mentre entro in campo. Niente più allenamenti e vita da star. Niente più gente che esulta, dal momento che mentre rimurgino l’Irlanda ha realizzato il calcio di trasformazione passando in vantaggio. La disfatta è totale e l’umiliazione completata. Quello che inizialmente era un pub in festa ora è un cimitero di ubriachi e di boccali di birra. Stranamente non mi sento male, anzi. Mi sento finalmente a mi agio in questa nuova frequenza. Una frequenza fatta di vibrazioni baritonali, gotiche, che mi fanno sentire leggermente meno inutile e solo. Finisco l’ultimo goccio della mia ipa. È paradossale ma la sento meno amara rispetto a prima e la finisco con un timido accenno di gusto leccandomi la soffice schiuma dai baffi. Probabilmente appena la televisione verrà spenta ricomincerà a scorrere alcol a fiumi e le vibrazioni del locale torneranno positive. Meglio non pensarci, meglio godersi il momento ordinando una scura dolce. Così, perché così vuole la prassi quando la Scozia subisce una meta. Perché così vuole la mia testaccia malata.

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