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Santa Hood

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Illustrazione di Agrin Amedì
Caro Babbo Natale, quest’anno sono più grande, ho imparato a scrivere, e ti scriverò da solo! Volevo dirti che sono molto arrabbiato! Quando avevo 3 anni ti ho chiesto l’orso Joghy di peluche, 2 macchinine, una ruspa, il pulcino canterino, la maschera da tigre e la palla che suona quando rimbalza, e tu non mi hai portato il pulcino ballerino!

Caro Babbo Natale, quest’anno sono più grande, ho imparato a scrivere, e ti scriverò da solo!
Volevo dirti che sono molto arrabbiato!
Quando avevo 3 anni ti ho chiesto l’orso Joghy di peluche, 2 macchinine, una ruspa, il pulcino canterino, la maschera da tigre e la palla che suona quando rimbalza, e tu non mi hai portato il pulcino ballerino!
A quattro anni ti ho chiesto la maschera di Zorro, un Lego duplo dei Pompieri e uno della Polizia, una scavatrice della Brouder, una macchina telecomandata, e tu non mi hai portato la maschera di Zorro!
A cinque anni ti ho chiesto la Millennium Falcon di Lego Star Wars, i pupazzetti Lego di Huan so e del Maestro Yoda, un trenino elettrico, un Nerf zombi strike, e non mi hai portato il pupazzetto del maestro Yoda.
A sei anni ti ho chiesto la spada Star Wars che si illumina, un Nerf mega, la Play Station, un telefonino, e tu non mi hai portato il telefonino!
Quest’anno quindi, e spero che tu sia d’accordo, oltre ai regali di questo Natale, che sono una bicicletta col cambio avanti e dietro e uno skate, portarmi anche il pulcino canterino, la maschera di Zorro, il Maestro Yoda e il telefonino che non mi hai ancora portato!
Sono molto arrabbiato con te! E questa volta, ti avverto, ho scritto anche a Robin Hood! Quello che tira le frecce a tutti i cattivi nella foresta di Scherwood, perché venga a trovarti al Polo Nord, a farti mettere sulla slitta tutti i giochi che ti ho detto, compresi gli arretrati!
Scriverò grande sul davanzale della finestra: “For Santa! GEK is here.

Gek

 

 

«Oh, Oh, Oh!» sospirò benevolo, leggendo la lettera nella sua casetta al Polo Nord, quel vecchio panciuto di Babbo Natale. «Questi bambini moderni…»
Ma con ancora il sorriso tra la barba, cominciò a chiudere gli occhi, sprofondò nella poltrona su cui era seduto e si addormentò. Era il consueto pisolino serale, prima delle fatiche della Notte di Natale.
Il sonno lo portò via da quella stanza riscaldata dal camino e lo proiettò nel freddo della notte stellata, a cavallo della sua slitta.
Fu così che non si accorse di un giovane, vestito come uno dei suoi folletti, che si aggirava con fare indagatore intorno alla sua casa, né di quando quel ragazzotto cominciò a scrutare la sua slitta, quel grande carro stracolmo di sacchi tirato da strani cavalli con le corna, nè di quando vi saltò furtivamente sopra. Fu solo il famigliare tintinnio delle renne che si disponevano al traino che riuscì a penetrare i suoi sensi ovattati e a far riaprire i suoi occhi.
Rimase perplesso per una manciata di secondi, e poi realizzò… Qualcuno si era indebitamente impossessato della sua slitta e del suo carico prezioso. Corse alla finestra che la slitta gli aveva appena voltato le spalle e stava prendendo il volo.
«Almeno lasciatevi guidare dalle renne che sanno a memoria dove andare e conoscono i desideri di tutti i bambini del mondo!» gridò con tutto il fiato Babbo Natale, cercando di rincorrere con la voce l’ardito malandrino che aveva osato tanto!
Ma Robin era già lontano e intento a cercare di governare quello strano carro su cui era salito e che intanto si era alzato in volo come un uccello. La terra si allontanava e quella sconosciuta visione stava cominciando a mettere paura anche al coraggiosissimo re della foresta! E poi i cavalli con le corna non dovevano essere domati perché non rispondevano al morso, andandosene in giro dove volevano.
Alla fine, comunque, decise di lasciarsi condurre. Non era male lassù, faceva un po’ freddo perché stava calando la notte ma si vedevano in basso molti punti illuminati, forse dei fuochi, e lo spettacolo lo lasciava senza fiato.
A ogni fuoco i cavalli con le corna rallentavano e cominciavano a volare bassi, sempre più bassi, finché potevano distinguersi le capanne, qualche costruzione di pietra, alcune grandi come il Castello di Re Riccardo. Poi i cavalli con le corna più vicini al carro, si voltavano e rovistavano col muso tra i sacchi, ne sceglievano alcuni e li facevano rotolare di sotto.
«Ma questi sono per il povero Gek, per il popolo d’Inghilterra!» gridò Robin, tra la sorpresa e l’indignazione. Ma niente da fare, i cavalli con le corna proseguirono tutta la notte il loro metodico rituale.

Intanto Gek, dietro le finestre della sua cameretta, aveva già il pigiamino, aveva già messo alla finestra un cartello su cui aveva scritto con la vernice fluorescente il suo nome, e aveva già dato la buona notte a mamma e papà! Era la notte di Natale e bisognava andare a dormire presto; si sa, Babbo Natale non ama farsi vedere dai bambini. Ma lui non riusciva a dormire, un pò era arrabbiatissimo, un po’ era curioso di vedere cosa aveva portato questa volta Babbo Natale. E così era sospeso tra i suoi pensieri e il sonno.
A un certo punto, però, un sibilo rapido attraversò la finestra aperta e si piantò sul muro di fronte a lui. Una freccia! “Non era mai successo la notte di Natale!” pensò, ritornando rapidamente alla realtà.
Poi la finestra si spalancò e apparve un giovane con un cappello verde abbellito da una lunga piuma d’aquila, la faretra in spalla e l’arco in mano. 
«Robin! Sono io Gek, quello che ti ha scritto per risolvere quella faccenda con Babbo Natale, ti ricordi?»
Ma Robin, forse un po frastornato dal succedersi degli eventi, lo sentiva senza ascoltare davvero, il suo sguardo scrutava la stanza, catturato da ogni particolare.La camera era grande e robusta, aveva un grande camino, una specie di trono di fronte a un tavolo e un giaciglio morbido e bianco al fianco. C’erano casse e casse piene di oggetti a lui sconosciuti, colorati e scintillanti alla luce del fuoco. La sua mente arguta fu rapidamente attraversata da immagini e pensieri disordinati, difficili da organizzare. Dove era capitato? Ma a un certo punto lo sguardo si schiarì e riuscì a sciogliere l’indugio senza pensarci ulteriormente e, con l’impeto della gioventù, tuonò: «Ser, mi vedo costretto ad appropriarmi di ogni vostro possesso in nome del popolo di Notthingam derubato e affamato!» E cominciò a svuotare la stanza, a eccezione del tappeto su cui starnazzava battendo i piedi quel mocciosetto, caricando sul carro l’intero bottino.
«Ma che fai Robin, fermati, sono io che ti ho chiesto giustizia! Sono Gek, sono io che ti ho chiamato! Ricordi?»
«Ser, voi siete un indegno impostore, e sicuramente Gek è da qualche parte là fuori che mi sta aspettando, e che attende che gli sia resa giustizia!»

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