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Vorrei essere una mosca

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Illustrazione di Agrin Amedì
L’estate romana sembrava non dover finire mai. In un piccolo appartamento del Quartiere Africano il giovane Aurelio guardava il cielo blu, limpido e immobile, aprirsi un varco tra le inferriate della finestra a piano terra.

L’estate romana sembrava non dover finire mai. In un piccolo appartamento del Quartiere Africano il giovane Aurelio guardava il cielo blu, limpido e immobile, aprirsi un varco tra le inferriate della finestra a piano terra. Stava allungato sul divano, troppo corto per lui. Una gamba a cavallo di un bracciolo, l’altra ripiegata sotto la prima. La schiena nuda affondava in un grosso cuscino quadrato che sembrava ormai averne assunto il contorno. Una sottile nube di fumo si allargava nell’ambiente, partendo come un filo sottile dalle labbra appena socchiuse, disegnate dalla barba bionda, incolta. La mano destra si muoveva come in un rituale. Dall’elastico delle mutande, boxer attillati, incollati al corpo magro, raggiungeva le labbra, passava per il posacenere, in bilico sul ventre, e tornava giù. Tra una boccata e la successiva ritmicamente il pollice giocava con l’elastico tanto che un lieve rossore si era formato sulla pelle chiara. Aurelio spense la sigaretta pigiandola con forza, senza neppure guardare il posacenere, contraendo gli addominali quel tanto che bastava a tenerlo fermo. Il suo sguardo azzurro pareva perso in un azzurro più grande e incomprensibile. D’un tratto iniziò a sbattere più rapidamente le palpebre arrossate. Una mosca era entrata nel suo campo visivo. Era piccola e veloce, piena di un’energia vitale che si manifestava in improvvisi scatti e cambi di direzione. Nel suo volo disegnava traiettorie spigolose e imprevedibili. Aurelio prese a seguirne le evoluzioni senza muovere la testa. Calcolò che la mosca riusciva ad attraversare l’intero soggiorno, nonchè camera da letto, in pochissimo tempo. Precisamente passando dal mappamondo anni Sessanta della scrivania ai jeans stinti appallottolati sulla sedia in meno di un secondo. Quanto meno di un secondo fu la questione che iniziò a tormentare Aurelio. Meno di mezzo secondo o più di mezzo secondo? Quantificarlo a mente sarebbe stato impossibile. Si alzò di scatto. Il posacenere si rovesciò sul tappeto a geometrie anni settanta. Raccolse il telefono dal tavolo basso in mezzo alla stanza, barcollando sulle gambe anchilosate, e avviò il cronometro. La mosca si trovava ora sulle lenzuola del letto sfatto. Per ben dieci secondi e quindici decimi rimase ben distinguibile, una macchiolina nera sul bianco del cotone. Poi planò, ad un’andatura non troppo sostenuta, sui libri affastellati sulla mensola, senza fermarsi. Dopo quattro secondi e ventidue decimi atterrò sulla locandina di Star Trek, confondendosi nel nero del caschetto lucido di Spock. Fu una sosta breve. Due secondi e trentasette decimi. Con un volo rettilineo, estremamente rapido, fu sul lato opposto. Aurelio fece appena in tempo a far ripartire il cronometro che subito dovette fermarlo. Ottantadue decimi di secondo. Più di mezzo secondo. Anche se forse avrebbe dovuto considerare una certa approssimazione nella misura, data dai suoi riflessi. La mosca passeggiava ora senza meta sul “Quantum Mechanics” di Ramamurti Shanka. La copertina del volume, abbandonato sulla scrivania, le doveva apparire come una distesa grigia scura intervallata dagli spazi bianchi del titolo e dell’autore. Vi si fermò per ben trentadue secondi e sessantuno decimi. Un tempo che ad Aurelio, costretto a fissare la copertina, parve incalcolabile. Si avvicinò alla scrivania quasi con timore, attratto e spaventato da quello che altro non era, se lo ripeteva costantemente, che un insieme di cellulosa e inchiostro. Passò dapprima l’indice sulle grosse lettere bianche, poi le altre dita, una alla volta. Ed infine, con un colpo improvviso, lo aprì, arretrando istintivamente di fronte alla pagina. Una forza magnetica sembrava averlo catturato. Nel caos immobile della stanza, interrotto dal ronzio sottile e discreto della mosca, la dedica di Laura gli apparve nitida, fresca, ordinata. Aveva una calligrafia regolare Laura, con lettere tonde e armoniose che a lui ricordavano le forme di lei e, specialmente, i suoi sorrisi. Nessuna esitazione nello scrivere benché non ci fossero sulla pagina righe da seguire. Ma Laura non ne aveva bisogno. Lei sapeva sempre quale direzione prendere. Forse per questo l’aveva lasciato. Perché lui aveva bisogno di righe e lei no. Brandelli di ricordi gli scavavano ora il petto e glielo accartocciavano in pieghe di straccio. Un senso di panico lo invase mentre si sentiva scivolare alla deriva delle proprie emozioni. Anche la mosca aveva smesso il proprio ronzio. Aurelio iniziò a cercarla con gli occhi con una lenta frenesia quasi fosse un appiglio. La cercò sul bianco del letto. Ti ricordi, Laura, le domeniche d’inverno e il sole pallido sulle lenzuola e i vecchi film che scorrevano, non visti?La cercò sul mappamondo. Il mappamondo dei nostri viaggi, quelli che mancano all’appello. La cercò persino sul caschetto di Spock. Hai le orecchie come quelle di Spock, e io pensavo che era una cosa stupida da dirmi, ma che importava. La cercò ovunque. Ma l’aveva persa. L’aveva persa e non capiva come. L’aveva persa. E questo, per la prima volta nei mesi dell’abbandono, lo fece piangere, seduto sulla cenere sparsa sul tappeto dalle geometrie anni settanta. Pianse a lungo a petto nudo e largo e aperto, scosso da singhiozzi che toglievano e restituivano aria. Quando smise, il cronometro segnava un’ora: trentadue minuti, venticinque secondi e due decimi. Aurelio lo fermò. Si alzò e si sciacquò il viso. Si mise i jeans stinti, una t-shirt mai stirata. E così, spiegazzato e barcollante, uscì di casa. La mosca, non vista, inebriata dal sole, rimase immobile sulla finestra: una macchiolina nera su una nuvola bianca.

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