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La prima bugia

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Illustrazione di Agrin Amedì
Ho scoperto che anche gli adulti possono mentire. Ho sempre creduto che dicessero la verità, non ne ho mai dubitato, persino quella volta che mi convinsero che se continuavo a fare le boccacce sarei rimasta con la faccia paralizzata. Oggi invece ho capito quanto sono stata ingenua.

Ho scoperto che anche gli adulti possono mentire. Ho sempre creduto che dicessero la verità, non ne ho mai dubitato, persino quella volta che mi convinsero che se continuavo a fare le boccacce sarei rimasta con la faccia paralizzata. Oggi invece ho capito quanto sono stata ingenua.
Da circa una settimana uno dei miei canini ha cominciato a traballare in maniera evidente, anche se ho tentato in tutti i modi di nasconderlo. Mi era già capitato di perdere qualche dente e non era stato affatto piacevole. Certo, c’è la storia del topino dei denti, ma davvero non capisco che gusto ci sia nel perdere una parte di sé stessi in cambio di soldi. E poi d’altra parte sarà una bugia anche quella. Ormai non ci credo più.
Avere quei buchi in bocca mi fa sempre vergognare. La volta peggiore è stata quando è toccato agli incisivi e quella cretina di Marta mi ha preso in giro per una settimana. Credevo che fosse tutto finito adesso, che la mia bocca avesse smesso di ricordarmi che sto crescendo., invece una settimana fa mi sono accorta che il mio canino sinistro si muoveva. Appena sveglia ho sentito qualcosa di strano e ho passato la lingua sui denti per controllare che fossero tutti ancora al loro posto. Lo erano, ma mi è sembrato di sentire un lieve, impercettibile, movimento. Così sono corsa in bagno e ho spalancato la bocca sporgendomi in avanti sul lavandino, per avvicinarmi il più possibile allo specchio. Con l’indice ho toccato leggermente il dente sospetto, e questo si è spostato di poco. Mi sono arrabbiata così tanto che non sono riuscita nemmeno a piangere. Sono andata in cucina, mia nonna stava preparando la pizza in silenzio, con i suoi soliti gesti lenti ma energici. Mi sono seduta al tavolo e l’ho guardata lavorare, cercando di fare l’indifferente. Lei dev’essersi accorta di qualcosa, anche se non ha detto nulla. Ha sollevato il canovaccio a quadretti sotto al quale riposava una fetta di pizza ripiena, appena sfornata. Mi ha fatto segno di mangiarla, che era ancora calda. Era calda davvero; e così profumata da farmi dimenticare qualunque dispiacere. L’ho addentata senza pensarci due volte: un dolore fortissimo mi è arrivato dritto al cervello, mi sono dovuta fermare. Il dente era molto più traballante di quanto avessi immaginato, se non avessi fatto attenzione l’avrei lasciato lì, conficcato nella pizza ripiena.
Ho deciso che avrei fatto finta di niente. Forse se non lo toccavo, se mangiavo il meno possibile, il dente ci avrebbe messo molti anni per cadere, anzi, forse non sarebbe caduto affatto. In fondo non mi sembrava così impossibile. Per un’intera settimana ho rifiutato ostinatamente il cibo prelibato di mia nonna, ho finto di avere mal di gola e di voler mangiare solo brodo di pollo, ho smesso di giocare con i miei amici (non potevo certo rischiare di cadere o sbattere da qualche parte, l’urto avrebbe irrimediabilmente messo in pericolo il mio piano perfetto). 

«Che c’è, ti hanno tagliato la lingua?» ha detto nonna, al terzo giorno di silenzio ostinato. In quel momento aveva appena finito di spennare un pollo, e adesso lo stava tagliando con una mannaia. Di solito ero terrorizzata quando lo faceva, mi impressionava vederla fare a pezzi il povero animale e tirare fuori le interiora. Non mi facevo mai trovare in cucina in quei momenti, ma non avevo nient’altro da fare quel giorno visto che non potevo raggiungere i miei amici a giocare.
«Allora?» mi ha detto di nuovo, girandosi a guardarmi e lasciando stare per un attimo il povero animale.
«Non ho voglia di parlare» ho risposto, guardando altrove.
«Ah no? E nemmeno ti va di giocare con gli altri?» ha continuato, indicando la finestra. Aveva un’espressione indecifrabile, mi faceva un po’ paura con quella mannaia in mano. Mi sono limitata a fare no con la testa. Lei ha fatto uno strano sorriso, e ha detto: «Be’, allora vieni ad aiutarmi. Non vorrai mica startene con le mani in mano tutto il giorno?». Ho strabuzzato gli occhi e per un momento ho avuto la tentazione di dirle tutto. Forse mi avrebbe capita, o almeno mi avrebbe risparmiato la tortura del pollo.
«Non fare quella faccia! Scherzavo» ha detto lei, ridendo. Ho tirato un lungo sospiro di sollievo e ho pensato che mia nonna aveva proprio uno strano senso dell’umorismo.  «Però davvero, non puoi startene lì senza far nulla. Vammi a ritirare i panni va’…». Sono corsa via e ho sentito nonna sghignazzare. Io non l’ho trovato affatto divertente. 

E poi la sera del settimo giorno ho avuto una brutta sorpresa. Come al solito non avevo mangiato quasi nulla ed ero scappata subito in bagno a controllare nello specchio che fosse tutto sotto controllo. Con mio grande stupore, ho scoperto che nonostante i miei sforzi il dente traballava molto più di prima. Com’era possibile? Ero stata così attenta, mi ero privata di tutte le cose che mi piacevano, eppure quel maledetto non stava al suo posto. Così sono scoppiata a piangere. Ho pianto così forte che nonna si è affacciata alla porta del bagno, preoccupata.
Mi ha chiesto perché mi disperavo tanto. Non ce l’ho fatta più a mantenere il segreto, le ho mostrato il canino.
«Ho provato a farlo stare fermo ma non funziona» ho detto, tirando su col naso. Lei ha sorriso e si è chinata per guardarmi negli occhi. Mi ha chiesto se era per quello che non mangiavo più. Io ho annuito silenziosamente.
«Meno male, pensavo che ti stessi seriamente ammalando» ha detto con aria sollevata. Quel suo sollievo mi ha disorientata. Io mi sentivo malissimo, perdere quel dente era la cosa peggiore che potesse accadermi, peggiore di qualunque malattia immaginabile.
«Posso guardare meglio?» ha detto, e io mi sono ritratta istintivamente. «Non te lo levo, te lo prometto».

Pensavo che le promesse dei grandi non potessero mai essere delle bugie, così ho aperto la bocca lentamente, chiudendo gli occhi, ma ho subito ho sentito uno strappo, che mi ha costretta ad aprirli di nuovo. Il mio dente era lì, nella mano di mia nonna. «Hai detto che non me lo avresti tolto!» ho urlato incredula, bruciante di delusione più che di dolore.
«Non stai meglio adesso? Via il dente, via il dolore».
È stato come se insieme a quel dente mia nonna avesse strappato qualcos’altro, la convinzione che gli adulti fossero esseri perfetti, incapaci di mentire. 

E adesso sono qui, con un altro buco nel sorriso. Aveva ragione mia madre, sto crescendo. E chissà se imparerò anche io a mentire come loro.

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