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Il divano blu

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Illustrazione di Agrin Amedì
La guardò di sottecchi per qualche secondo dalla finestra del giardino. Gli sembrava dormisse, accovacciata sul divano blu. Devo fare piano, pensò.

La guardò di sottecchi per qualche secondo dalla finestra del giardino. Gli sembrava dormisse, accovacciata sul divano blu.
Devo fare piano, pensò.
La chiave girò senza difficoltà nella toppa della porta del soggiorno. In un attimo fu dentro, le scarpe in mano e gli occhi strizzati in attesa di abituarsi all’oscurità, resa meno densa dalla luce giallognola del lampione sulla strada.
«Non serve strisciare come un ladro, mi gai svegliata comunque.»
La voce di sua moglie lo raggiunse di sorpresa. Porca puttana, pensò.
«È che non volevo svegliarti. Mi dispiace aver fatto tardi, spero tu non ti sia preoccupata per me.» 
«E perché avrei dovuto? Le quattro del mattino sono un’ora normale per rientrare da una partitina tra amici, no?» disse Claudia in falsetto, nello sforzo di controllare la collera. Nel buio si portò le mani al volto, e percepì il pulsare ritmico della solita vena sulla tempia destra, quella che compariva sempre quando la tensione saliva.
«Dai Claudia, ti ho chiesto scusa. Non discutiamo adesso…» rispose Giacomo mentre cercava a tantoni l’interruttore della luce sopra il mobile bar.
Non aveva voglia di imbarcarsi in una delle solite discussioni dal finale scontato: lui che inventava bugie, lei che alla fine fingeva di crederci. In quel momento voleva solo andarsene a letto.
«Non accendere la luce. Non è di quella luce che abbiamo bisogno noi due. Piuttosto dimmi, quando abbiamo smesso di essere in due?»
«Che dici?» rispose Giacomo lasciando cadere giacca e chiavi per terra. «Quanto hai bevuto stasera?»
«Quanto basta per affrontare la verità. Quanto basta per dimenticare i mille scontrini della lavanderia dove porti le tue camicie macchiate di rossetto, mentre a me lasci le tue mutande sporche in lavatrice. Ma quanto cretina pensavi fossi, eh! Annebbiato dal tuo ego smisurato.»
«Ma che stai dicendo…» cercò di obiettare senza convinzione.
Nel tono di Claudia Giacomo percepì qualcosa di diverso, un’urgenza dolorosa di parole definitive. Così si sedette sul divano, vicino a lei.
Nella penombra riusciva a scorgere il suo profilo, non guardava in basso, come sempre, ma dritto davanti a sé. C’era qualcosa di allarmante nella sua fermezza. Le guardò le mani, non se le tormentava come al solito. Erano tranquillamente posate in grembo.
«Quando abbiamo smesso di essere in due Giacomo?», ripetè Claudia
Se lo erano giurati a quella festa di Carnevale di venti anni fa. Lui, il figo del Liceo vestito da moschettiere, cappello di piume e spada; lei vestita da cortigiana, con una bellezza sfacciata. Finirono per scontrarsi nel primo ballo della serata, a lui si ruppe una piuma, a lei una calza. «Piacere Giacomo.» «Piacere Claudia». E poi, tanta vita in mezzo.
«Non lo sai perché è successo? Sei sicura di volerlo sapere?»
«Certo, voglio sapere quanto ancora puoi essere stronzo» disse con una voce leggermente incerta.
«Beh, sono cinque anni che mi sveglio ogni giorno con una sconosciuta. Dimmelo tu, che ne è stato della donna che ho sposato? Dov’è quella Claudia che ogni mattina mi svegliava con un bacio, che rideva a crepapelle alle mie battute e la sera mi aspettava con un bicchiere in mano? Uno, hai capito Claudia? Non una bottiglia. Guardati adesso. Sempre cupa e arrabbiata. Come può un uomo avere il desiderio di guardarti? non hai più un briciolo di femminilità, e poi…»
«Vuoi che ti dica perché?» urlò Claudia. «Sei stato un succhialinfa, hai preso tutto ciò che di vitale avevo, senza ritegno. Ho lavorato come una schiava per mantenerti all’Università quando i tuoi non ti davano una lira, ho lavorato come una schiava per pagarti il Master, per farti fare carriera. Tu salivi, salivi sempre più in alto senza preoccuparti di ciò che mi accadeva. Per me eravamo noi, per te esistevi solo tu. Mi parli di risate mentre io ho rinunciato ai miei sogni, alla mia di carriera. O te lo sei dimenticato il posto da ricercatrice che mi hai chiesto di rifiutare al National Cancer Institute a Bethesda?»
«Ecco» rispose Giacomo. «Finalmente la serpe è venuta allo scoperto. Sei invidiosa di me! Sai cosa credo? Che ti fa tanto comodo pensare di aver rinunciato a un futuro grandioso solo perché questo ti ha dato l’alibi per nascondere la tua mediocrità.»
«Vaffanculo Giacomo.»
«Sì, non vedo l’ora di andarci, perché non ce la faccio più a guardare come sei diventata, cosa sei diventata. Non mi solleciti alcun desiderio, non ti toccherei con un dito. Ecco perché mi vado a cercare fuori delle storie.»
Ah sì?. Ah ah ah…» Rise amaro Claudia. «Non sai quanto tutto ciò mi abbia fatto felice. Perché pensi che io non mi sia mai lamentata che non mi toccavi più, eh? Te lo dico io, ora. Negli ultimi anni il sesso con te era diventato un incubo. Non sei mai stato un campione, ma mi sforzavo di non fartelo capire, per non ferirti. Pensa che scema. Quando mi toccavi mi annoiavo. Grazie a te ho capito pienamente il significato delle parole “dovere coniugale”. Nessuno mi guarderebbe più, hai detto. Te le spiego io un paio di cose caro Giacomo: questa donna inguardabile ha una storia da due anni. Ed è da due anni che tutte le mattine appena varcavi la soglia di casa mi mettevo a studiare. Ho ottenuto il Master in oncologia pediatrica, e pensa, la mia mediocrità è tale che mi hanno offerto un posto all’Istituto  Gustave Roussy di Villejuif. Tra pochi giorni mi trasferisco. Per la cronaca, la casa l’ho venduta, era intestata a me, ricordi? Non volevi pagare le tasse sul secondo immobile.»
«Che hai fatto?» urlò Giacomo.
«Hai sentito benissimo. Fatti ospitare da qualcuna delle tue amichette.»

Claudia accese la luce e solo allora Giacomo si accorse delle valigie vicino alla porta di casa. Erano le sue.
Poi lei si alzò dal divano blu e lentamente salì le scale per andare in camera da letto, richiudendosi la porta alle spalle.

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