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Chi non ama il sangue del suo sangue?

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Illustrazione di Agrin Amedì
Chi non ama il sangue del suo sangue? Chi non dice cose incredibilmente crudeli al sangue del suo sangue? Chi non pensa le cose incredibilmente crudeli che dice al sangue del suo sangue?

Chi non ama il sangue del suo sangue? Chi non dice cose incredibilmente crudeli al sangue del suo sangue? Chi non pensa le cose incredibilmente crudeli che dice al sangue del suo sangue? Chi non vorrebbe rimanere un altro po’ bambino? Chi non è diventato adulto fin troppo presto? Chi non gioisce nell’incontrare un altro essere umano un po’ simpatico e un po’ intelligente? Chi non gioisce nel conservare un po’ di prossemica mentre si incontra con un altro essere umano un po’ simpatico e un po’ intelligente? Chi non ama elogiare poco gli altri? Chi non ama elogiare tanto sé stesso? Chi non pensa di essere una nullità che viene inghiottita da milioni di individui ogni giorno e che un giorno verrà inghiottita dall’oblio? Chi non pensa che nonostante tutte le volte che è finita verrà ricordato? E chi non può far altro che ridere del tragico spettacolo che è se stesso per provare ad essere felice? Va tutto bene. O forse no.

X dice:
«Bene, questo è il nostro quarto incontro e sono pronta a sentire quali storie avete da raccontare questa settimana».

X guarda tutti negli occhi con un sorriso che vuole essere incoraggiante.
Silenzio.
X gira il capo.

X dice:
«Com’è andata A questa settimana? Iniziamo da te, vuoi?».

A porta il mento verso il petto e abbozza un sorriso timido. Si guarda intorno. Mentre C fissa il pavimento e D la guarda con la mascella serrata, B spalanca gli occhi per spingerla a parlare.
A alza la testa e sembra volersi esprimere.

X corre in suo soccorso.

X dice:
«Perché non riprendiamo la formula dei primi incontri?».

A china il capo in segno di approvazione.

A dice:
«Io sono A e ho una voce. Parlare mi serve per farmi conoscere, perché io sono una bambina interessante».

X dice:
«Sei una bambina interessante?
Dai riprova, e poi continua. Senza interruzioni».

Silenzio.

A esita. A prende un bel respiro. A chiude gli occhi.

A dice:
«Io sono A e ho una voce. Parlare mi serve per farmi conoscere, (le ciglia si aggrottano e sembra stia facendo uno sforzo fisico immenso), perché io sono una ragazza interessante. Questa settimana ho pensato di sedermi vicino a qualcuno una volta entrata in classe ma poi ho pensato che era meglio stare da sola,
perché in fondo a lezione si ascolta mica si parla, no?».

X apre la bocca per replicare ma A continua.

A dice:
«Poi però, dopo essermi seduta, un ragazzo è entrato in aula e mi ha chiesto se si poteva sedere vicino a me. Dopo essersi seduto abbiamo iniziato a parlare, abbiamo smesso quando è iniziata la lezione e ricominciato durante la pausa. Non ci siamo parlati solo quel giorno ma anche in quelli successivi».

A fissa X come un cane scodinzolante fissa il padrone e aspetta il biscottino.

X dice:
«Ma è meraviglioso».

A crede alla recitazione mediocre di X.

D interviene:
«La vera meraviglia è pensare che qualcuno abbia continuato a trovarti piacevole dopo i primi due minuti».

X già vede da lontano le lacrime pronte nella pupilla di A.

X, con parole sincere e un tono irritato, dice:
«Che bello sentire la tua voce dopo soli 10 minuti dall’inizio. Perché allora non racconti qualcosa tu adesso?».

D fissa X con una faccia da schiaffi. E poi schiaffi. E poi schiaffi.

D, (un sorriso da prendere a schiaffi sulle labbra), dice:
«Anche io ho conosciuto un ragazzo. Caruccio sì, utile per non sentirsi un cane abbandonato in autostrada.
(un sorriso da prendere di nuovo a schiaffi sulle labbra)
Ma io adoro l’autostrada. Dopo il secondo giorno gli stavo per dire, “hai mai sentito parlare di spazio personale?”. E l’ho chiamato con il nome sbagliato. Le mani sui capelli, i complimenti sugli stivaletti; per chiedermi se andava tutto bene mi ha dovuto mettere una mano sulla spalla, (lo imita) “tua sorella è carina come te?”. Non ho bisogno di questi complimenti sinceri, coglione.

A guarda, con occhi persi, davanti a sé. C continua a fissare il pavimento. B guarda D come a dire: «Perché devi fare così?».

X aspetta.

D aspetta di essere schiaffeggiata.

X dice:
«Come sta tua madre?».

D replica:
«Davvero? Ancora?».

L’espressione di X è molto seria.

D sta zitta.

D incrocia le braccia e inizia il suo teatrino, con una faccia da schiaffi.
L’altro giorno mamma ha fatto un discorso e m’ha detto “faccio questo discorso ma non prenderla sul personale”. Da lì a due minuti mi aveva cucito addosso ogni parola del suo bel discorsetto. Per farla breve mi ha raccontato del figlio di un suo amico che se ne è sbattuto il cazzo del suo papino, questo era il concetto. Un esempio pratico di quello che mamma voleva espormi. Che non m’importa niente di lei. E io le ho detto quello che pensavo.

Silenzio.

X chiede:
«Cosa le hai detto?».

D fissa X negli occhi e ha un sorriso da prendere a schiaffi sulle labbra.

D replica:
«Gli ho detto, mamma tu vuoi la mia pietà o vuoi il mio amore? Gli ho detto, mamma la pietà e l’amore sono due cose opposte. Gli ho detto, mamma io la pietà ce l’ho per i nemici, vuoi essere mia nemica, Mamma?».

A si sveglia dal suo stato comatoso.

A dice:
«Sei solo una piccola stronza che si auto celebra notte e giorno».

D ride. Ride troppo. Stavolta anche la sua recitazione è mediocre.

D dice:
«Tu invece sei proprio una bambina deliziosa».

X dice:
«Smettila».

D dice:
«Deliziosa, così educata, paziente, graziosa, dolce e calma. Sei proprio una bambina de-li-zio-sa».

A fa finta di non sentirla.

X dice:
«Smettila ora».

D dice:
«Così calma, dolce, graziosa, paziente e educata questa bambina deliziosa, è così buona lei, è così brava lei, è così bella lei».

A chiude gli occhi e inizia a piangere.

X guarda D e dice:
«Ragiona e chiedile scusa».

D continua:
«Che dà sempre i baci a mamma e a papà prima di andare a dormire, voglio vivere con voi tutta la vita».

A si porta le mani alle orecchie. 
«Se solo potessi essere sorda», sussurra.

X dice:
«Perdonati».

D dice:
«E perché la preghierina? Non vogliamo che mamma e papà muoiono in un incidente domani, voglio vivere con voi tutta la vita».

A urla con tutta la voce che non ha.

C si accorge che c’è altro oltre al pavimento. B si lancia in ginocchio davanti ad A. 

X è immobile.

A piange.

A inizia a calmarsi.

A tutto d’un tratto si azzittisce.

X pensa che per oggi va bene così e sta per parlare

ma

D aspetta che A scodinzoli davanti a X.

A dice:
«Dovresti prendere delle pasticche e ammazzarti».

D ride. Ride troppo. La sua recitazione è di nuovo mediocre.

D dice:
Eeeeeeccola, signore e signori, eeeeeeeeccola, è lei, applauso signori, è lei, dolce, genuina e pura come quando un dolore straziante vi purga.

X è ancora immobile. C guarda D in viso con l’aria di chi capisce. B guarda D in viso con l’aria di chi compatisce.

A dice:
«Solo per oggi. Solo per oggi. Non potevi lasciarmi stare?».

D non parla più.

X ruba il silenzio.

X dice:
«Anche stavolta la comunicazione è stata piuttosto scontrosa. Ma non per questo infruttuosa».

D scoppia a ridere. Forte. Forte forte.

X sta per essere infruttuosamente scontrosa con D ma B la interrompe:
«In realtà va tutto bene. Va tutto bene, davvero. Va tutto bene».

B come al solito ha ristabilito l’equilibrio.

A, con la memoria di un pesciolino rosso, riprende a respirare nella sua ampolla.

C, ripresa l’ipnosi con il pavimento, accenna almeno a una ritrovata sopportabile quota di colpevolezza.

D, con la sua faccia da schiaffi, rassicura tutti.

La dottoressa X si toglie gli occhiali da vista, con le dita si stropiccia gli occhi stanchi, mette su un sorriso che vuole essere incoraggiante, e dice:
«Andrà tutto bene miei cari, andrà tutto bene. Continuiamo la prossima settimana».

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