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Perché ho smesso di ballare?

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Illustrazione di Agrin Amedì
Eccomi lì, sulla porta, in posizione eretta con tutti i muscoli in tiro e una sorta di paralisi facciale forse dovuta ai diversi strati di trucco che mi sono stati applicati sul viso

Eccomi lì, sulla porta, in posizione eretta con tutti i muscoli in tiro e una sorta di paralisi facciale forse dovuta ai diversi strati di trucco che mi sono stati applicati sul viso. Un’intera mattinata di preparazione per apparire bella come una principessa, un’intera adolescenza in attesa di questo unico grande giorno.
Alla mia destra mio padre, più teso di me, ingessato nel suo nuovo vestito blu. Allunga il braccio e mi prende per mano. «Sei pronta?»
Mi vedo bambina, in fila indiana dietro una tenda nera. Stiamo aspettando il nostro turno per entrare, ancora inconsapevoli di quello che ci aspetta. Pochi minuti e starà a noi esibirci. Piccole donne che a soli sei anni giocano a fare le ballerine, vestite e truccate come delle vere artiste.
«Sì, sono pronta.» Stringo forte la mano di mio padre, tanto che ho paura di rompergli qualche ossicino.
«Stai tranquilla, sei bellissima.» Dolcemente con l’altra mano si libera dalla mia morsa fatale e mi offre il suo braccio sinistro. Lo afferro prontamente come se senza il suo appoggio rischiassi di cadere a terra. Cerco di distendere il viso, respiro e sorrido fino alle lacrime che mi sforzo di trattenere con tutta me stessa per non rovinare il trucco.
L’organo inizia a suonare, le note vibrano lungo l’atrio e si rompono contro le pareti. Una voce ci attira a sé come il canto delle sirene. È il nostro turno.
«Bambine, avanti, è il vostro turno. Mantenete la fila, entrate in scena e prendete posizione come avete fatto durante le prove.»
Cammina lentamente, guarda avanti e mantieni il bouquet verso il basso; questi i consigli della fotografa. Ma mio padre e io, storditi dall’emozione, avanziamo precipitosi lungo la navata e in pochi secondi siamo già arrivati a destinazione. Pochi secondi per amici e parenti che ci osservano beati dalle loro panche, un’eternità per me, che in un bagno di sudore passo dopo passo raggiungo il mio posto in scena, e per mio padre, che ha rischiato di perdere un braccio.
Silenzio. Le luci si abbassano e per un istante si fa buio. Mi posiziono in prima linea e di colpo vengo accecata da fasci luminosi che mi puntano dritto negli occhi. «Che ci faccio qui?» Ho un vuoto, non ricordo più i passi della coreografia. Eppure l’abbiamo provata e riprovata fino allo sfinimento. Inizia a mancarmi la terra sotto i piedi. Cerco disperatamente il suo viso tra milioni di visi: «Papà, dove sei?». Flash da ogni angolazione aumentano la mia tensione. Le mie mani tremano. Parte la musica e io vorrei scappare lontano. Eccolo là, acconto a mia madre, in prima fila, e con a seguito una mandria tra parenti e amici, tutti rigorosamente alla sinistra della sposa. E al mio fianco ora c’è lui, l’uomo che ho scelto per il viaggio di una vita intera. Mi sorride e sussurra: «Sei davvero bellissima». Mi guardo a destra e a sinistra e goffamente inizio a copiare i movimenti delle mie compagne. Mi bacia sulla guancia e mi aiuta a sedermi. Indosso un corpetto strettissimo, così stretto da togliermi il fiato, seguito da una vaporosa gonna a balze che mi impedisce di assumere una posizione comoda. Vedo mio padre che mi sorride e mi fa un cenno di incoraggiamento con la testa. Ed ecco che la memoria torna. «Tutto bene tesoro?» Ora ricordo l’intera coreografia. I movimenti escono spontanei, fluidi, come se danzassi da sempre. «Benissimo amore mio.» Il prete ci saluta e inizia la cerimonia. «Brave! Bravissime tutte! Le mie piccole ballerine, avete danzato divinamente.» L’intera platea inizia ad applaudire. «Forza, tornate in scena e prendetevi i meritati applausi!» «E vi dichiaro marito e moglie. Puoi baciare la sposa.» Gli applausi continuano a scrosciare incessanti, sempre più forti. Le nostre labbra si incontrano, i nostri corpi si incastrano e si stringono in un abbraccio come fossero un passo di danza.
Chissà perché ho smesso di ballare…

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