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Match finale

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Illustrazione di Agrin Amedì
Uno due tre sono i cazzotti in faccia a profusione a quel ciccione di merda che mi aveva rovesciato addosso il latte. Ehi stronzo, come ti sei permesso? Le scarpe nuove me le pulisci tu. Bam! Parte un calcio in bocca. Pezzo di merda non ti permettere mai più!

Uno due tre sono i cazzotti in faccia a profusione a quel ciccione di merda che mi aveva rovesciato addosso il latte. Ehi stronzo, come ti sei permesso? Le scarpe nuove me le pulisci tu. Bam! Parte un calcio in bocca. Pezzo di merda non ti permettere mai più! Quattro, cinque… i pugni arrivano allo stomaco forti e ben assestati; il pugile che è in me si fa sentire e il ciccione si accascia prendo la sua testa tra le mani. La spingo verso di me mentre il ginocchio alla stessa velocità fa la strada inversa: Sbeeem! Ginocchiata sul naso. Ciccione di merda, smetti di sanguinare, mi hai macchiato i jeans; allora non capisci? Tiro su il maiale. Sei sette otto, il ciccione è duro; non cade. Stupido maiale, sei una palla di merda. Come ha fatto tua madre a partorirti? Nove dieci undici… i pugni alle orecchie sono i peggiori. Dodici tredici quattordici… i fianchi sono scoperti le ginocchia, cedono. Che c’è ciccione di merda, non ti reggi in piedi? Calcio in faccia: il ciccione viene sdraiato. Alzati maledetto balenottero, io con te non ho finito: i pugni diventano calci. Quindici sedici diciassette diciotto… che c’è panzone, ti fa male la pancia? Diciannove venti – spero che tu muoia maledetto maiale – ventuno. Un ultimo calcio.

Uno due tre, la faccia fa male sento i colpi arrivare dal pugile a frequenza scandita soltanto perché mi è scivolato il latte dalle mani. Prendo un calcio in bocca. Sento il sangue inondare le gengive. Sento un dente torcersi sotto il peso della scarpa. Quattro cinque, lo stomaco. Ahia! Grido. Fa male; non riesco a capire perché ancora non sono andato giù. L’intestino si annoda: meglio così, fa meno male. Mi accascio. Voglio svenire ora. Sento due mani immobilizzarmi la testa e spingerla con violenza nella traiettoria che disegnava il ginocchio verso il mio naso. Sento un crack fa un male cane, voglio svenire. Il sangue bagna i jeans del pugile. Vengo preso dalle ascelle e tirato su: le gambe ancora sostengono il mio peso; dovrei fare come gli opossum, cadere a terra, avere delle convulsioni e fingermi morto. Sei sette otto, lo stomaco viene inondato di bile; il fegato si sarà fracassato. Nove dieci undici, le orecchie no, non riesco più a mettere a fuoco la pressione ai timpani: è così forte che l’unica cosa che sento è un fischio acuto e costante. Dodici tredici quattordici, le costole vengono incrinate. Sento il respiro: è pesante. Le ginocchia finalmente cedono. Calcio in faccia nella mia bocca: il gusto del sangue va a mischiarsi con quello della gomma delle scarpe da ginnastica; il dente incrinato salta; non vedo. Sono steso. Chiudo gli occhi. Mi fanno male. I colpi arrivano con più forza alla schiena. Quindici sedici diciassette diciotto, lo stomaco vorrebbe rovesciarsi fuori dalla mia pelle. Diciannove venti – sento, spero che tu muoia, maledetto maiale – ventuno.
Tutti ridono. Alcuni gridano: «ammazzalo!». Altri dicono: «basta!».
Un ultimo calcio. Il collo si gira. Lo schizzo del sangue va a finire in faccia alla folla lì radunata a vedere lo spettacolo. Il respiro si ferma. Il corpo non ce la fa più, le mani cadono, il fischio si placa, lo stomaco non fa più male, le costole sono buone, il sangue si rasserena, gli occhi si spengono: è finita.

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