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La macchina bianca

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Illustrazione di Agrin Amedì
C’era bisogno di un grande colpo di fortuna. Cominciava a pensare che non l’avrebbe mai trovata, nonostante gli sforzi e la fatica. Sentiva la necessità di fermarsi per riposarsi un poco. Il sole era già basso e quel meccanico girovagare stava lasciando il passo al sonno e alla sete.

C’era bisogno di un grande colpo di fortuna. Cominciava a pensare che non l’avrebbe mai trovata, nonostante gli sforzi e la fatica. Sentiva la necessità di fermarsi per riposarsi un poco. Il sole era già basso e quel meccanico girovagare stava lasciando il passo al sonno e alla sete.
Da quando era tornato aveva deciso di percorrere tutte le vie del quartiere vicino alla stazione dove aveva abitato tanti anni prima. Da allora molte case non esistevano più, interi isolati erano stati abbattuti per fare posto a palazzi di uffici in lunghe strade rettilinee e noiose, una uguale all’altra, che si incrociavano ad angolo retto con strade altrettanto speculari, dritte e anonime. Senza punti di riferimento faceva fatica a mantenere il senso dello orientamento: stava cercando un’automobile, un’automobile speciale. Per questo il suo sguardo si posava su tutte le vetture posteggiate su ciascun lato della strada, scorrendole una dopo l’altra, come se proiettasse sua nella mente i fotogrammi in sequenza di una pellicola cinematografica. Alla fine di ogni strada si arrestava un istante per riprendere fiato, e dopo aver scosso la testa cambiava marciapiede, ricominciando daccapo per percorrere la strada in senso contrario rispetto alla direzione dal quale era arrivato. Così, ogni volta. Otto ore al giorno, dalle quattro del mattino alle quattro di pomeriggio. Da una settimana.  Senza sosta.
Si ricordava che dopo il primo incrocio, se avesse svoltato a sinistra, avrebbe raggiunto un piccolo slargo con due aiuole poco curate, separate da un vecchio platano dalla corteccia biancastra che lasciava cadere a terra foglie grandi come un palmo di mano. Ricordava che sotto l’albero c’era una panchina con le assi non ancora divelte. Si trascinò lì fumando e si mise a sedere. Sarebbe stato più saggio smettere di cercare, la luce era quasi scomparsa, il cielo si era andato coprendo e il chiarore della luna andava e veniva, interrotto dalle nubi. Voleva però continuare a cercare, anche se non se ne spiegava chiaramente la ragione.
Ripose l’accendino nello zaino e rimase per un istante a osservare la prima volta di fumo descrivere la sua spirale nella luce ormai vespertina. I rumori si erano attenuati, non c’era più nessuno in giro: ogni passante si era diretto verso le proprie case. Si mise una mano nella tasca e tirò fuori un piccolo chiavistello a cui era legato un’etichetta trasparente in plastica. Su questa, una scrittura in corsivo dalle consonanti oscillanti – che sembravano quasi cadere nel vuoto – riportava le iniziali di suo fratello Nino accanto al modello e numero di targa della loro auto: “Fiat 500 Pv349121. Bianca”.
Se n’era proprio dimenticato, della macchina. Erano passati diversi mesi da quel fatto e ora riusciva a ricordare il trambusto e la confusione, il suono del campanello sotto casa, la polizia che gli annunciava l’accaduto, la corsa per prendere il treno e raggiungere la città dove erano nati e dove Nino viveva ancora, la stanza d’albergo dove lo avevano trovato, la compagna di una notte che piangeva ininterrottamente in un angolo, l’ambulanza, gli infermieri accorsi trafelati, l’ospedale, il medico legale. E poi la grande cerimonia, la chiesa gremita, il saluto costernato di tante facce uguali che si succedevano una con l’altra, il commiato, il ritorno a casa, la luce accesa al rientro a notte fonda, il frigorifero vuoto, il boiler non funzionante e la mattina successiva un sole tiepido ad asciugare le pozzanghere della pioggia notturna che si erano formate negli avvallamenti dell’asfalto.

Qualche settimana dopo l’accaduto aveva aperto la sua cassetta della posta, ormai stracolma di depliant di vacanze, pubblicità di centri commerciali, annunci di interventi di riparatutto disponibili 24h al giorno, e in quel mucchio di cartacce trovò una lettera di una società assicuratrice: “Le comunichiamo che nonostante i solleciti non ha provveduto a saldare il premio assicurativo della sua polizza Rc Auto n…, pertanto abbiamo dato mandato a una società di contattarla per il recupero di quanto dovuto. Intanto, con provvedimento giudiziario n… ai sensi della disciplina di legge…, disponiamo entro tale termine il fermo amministrativo sul veicolo mediante iscrizione al Pra della Provincia. Distinti saluti.”
Così era andato a cercare nelle scatole dove aveva depositato tutte le cose di Nino. In fondo a una di esse aveva trovato il portachiavi e la targhetta.
Una Fiat 500, il modello che circolava negli anni settanta. Lui e Nino l’avevano acquistata grazie ai soldi guadagnati mettendo assieme i primi stipendi. Era la prima prodotta con il cambio di velocità a 5 rapporti, comandi al volante, i freni idraulici a tamburo sulle quattro ruote. Se l’esterno era bianco i sedili erano invece neri con lunetta e bordi chiari, il tettuccio apribile, velocità massima che avevano provato lanciati in autostrada 90km/h.. Avrebbe dovuto essere la macchina delle prime vacanze al mare da soli, che poi non avevano più fatto; il sogno della libertà che entusiasti stavano provando a ritagliarsi nella vita adulta che avevano davanti.
Non aveva idea dove potesse essere ora la macchina. Aveva cominciato a cercarla un po’ ovunque, chiesto ai parenti ed ai vecchi amici, sentito la Polizia e i Carabinieri, ma nessuno l’aveva più vista da tempo. Aveva deciso di non metterla in vendita una volta trovata. L’avrebbe presa con sé, pagato l’assicurazione e l’ammenda, rimessa in strada pulita, lavata, accudita e vezzeggiata e poi custodita  gelosamente in garage.
Da quando aveva trovato le chiavi, sempre più spesso la notte  si svegliava di soprassalto, sudato, con l’immagine appiccicata di venti anni prima alla sua festa di laurea:  in posa, sorridente, con le mani appoggiate sul tettuccio apribile in una sera già calda di tarda primavera, la musica in sottofondo, tanta gente che brindava gioiosa. Ma Nino non c’era, e nessuno sapeva dove fosse finito. E mentre  tutti si erano messi a cercarlo, lui continuava a farsi fotografare felice accanto alla macchina. Ma Nino non era ancora arrivato e lo stava aspettando tutti, lo stavano… Allora per calmarsi usciva dal letto, si recava in salotto, accendeva la luce e aspettava l’alba. Questo tormento ora lo accompagnava ovunque andasse e l’immagine di Nino si ripresentava in ogni momento della giornata. Nino non c’era, Nino non era al volante, Nino non c’era, Nino non era al volante… Le frasi gli martellavano costantemente nella testa. E poi una percezione che veniva da lontano lo aveva guidato fin lì, facendogli prendere il treno per tornare nella sua città natale.
Gli sarebbe piaciuto che la 500 si trovasse proprio lì nel quartiere accanto  alla stazione, dove lavorava il loro padre e dove lui e Nino avevano trascorso buona parte della loro gioventù.

Adesso, seduto sulla panchina, osservava i circoli del fumo disperdersi nella nitida aria serale.
Ogni ricordo di loro due che gli veniva in mente era associato ai treni: a un Natale in cui era ancora piccoli e quando il padre macchinista aveva regalato loro il plastico con i trenini elettrici e avevano passato ore ed ore a guardare i vagoni compiere sempre lo stesso percorso circolare, ascoltando la sirena che annunciava la chiusura del passaggio a livello che si riapriva automaticamente subito dopo il passaggio del treno, le case sulla collina di cartapesta oltre il fiume dipinto dove scorrevano i binari, il pupazzo a molla del capostazione che usciva dall’ufficio manovra dando il via libera con la paletta alzata al macchinista che indossava orgoglioso la divisa con la giacca a tre bottoni grigia. E poi  quando più grandi i pomeriggi trascorsi a montare i Lego, smontando e rimontando migliaia di mattoncini per realizzare locomotori e vagoni sempre più complessi nei loro dettagliatissimi particolari. Ripensava a loro due adolescenti che facevano la gara in bicicletta per arrivare in tempo alla stazione, per vedere il padre rientrare con l’ ultimo convoglio a vapore rimasto in servizio. E a quando discutevano di iscriversi a Ingegneria dopo il liceo per diventare progettisti delle motrici, delle locomotive, delle grandi infrastrutture delle Ferrovie, con il sogno di far muovere la gente, favorire la loro conoscenza, aiutarla a vivere.
Quel vortice di pensieri tracciò un sorriso sul suo viso.

All’inizio della ricerca si era illuso di cavarsela in fretta. Ma fin dal primo giorno si era accorto della difficoltà dell’opera: aveva chiesto ospitalità a parenti e amici  che per dovere formale avevano acconsentito, dopo anni di sottile e risentita lontananza fatta di compleanni dimenticati e telefonate mancate di congratulazioni rispetto a una carriera professionale sfolgorante a differenza di Nino, modesto impiegato amministrativo. Il rimprovero per essersi allontanato dalla famiglia lo esprimevano attraverso una forma di freddo distacco rispetto al suo tardivo tentativo di vicinanza, evidenziando come suo fratello avesse invece rinunciato a importanti prospettive di carriera per assistere il babbo durante la sua malattia.
Si alzò dalla panchina più per senso del dovere che per convinzione. Questa volta aveva portato una piccola torcia con sé. Spense il mozzicone della sigaretta per terra, schiacciandolo con la suola della scarpa, e riprese a girare. Non erano rimaste molte automobili parcheggiate, alcune si trovavano ora nei propri garages, altre ancora erano state spostate davanti a ristoranti, cinema, sale da ballo.
La fioca luce artificiale della sua torcia permetteva solo a momenti di distinguere un modello di un auto da un altro. Era al limite della sopportazione. Cominciava a sentire tutto il peso della irragionevolezza della impresa in cui la speranza di riuscirci era minima. La tentazione di abbandonare tutto divenne forte. Si sarebbe rivolto nuovamente alla Polizia, fatto la denuncia, e avrebbe aspettato notizie da parte loro. In fondo non c’era fretta, con il tempo la macchina sarebbe stata rinvenuta in qualche lontana città.
Nella sua testa continuava a risuonare forte “Nino non c’era, Nino non era al volante, Nino non c’era, Nino non era al volante“ … Gli venne in mente allora di quando altri avevano provato a guidare la 500, ma dopo alcune centinaia di metri di balzelli e arresti la macchina finiva sempre per spegnersi. Solo a loro non era mai accaduto. Solo loro custodivano questo piccolo segreto: bisognava stare attenti a scalare le marce – “la 500 ha bisogno di amore, se la guidi senza donargli affetto lei lo sa e si spegne”, sentenziava Nino ironicamente – e il passaggio dalla quinta alla quarta mandava il cambio in folle.
Ora sapeva che solo lui avrebbe potuto recuperare la macchina. Non voleva condividere con nessuno questo loro segreto. Era sicuro che al momento in cui l’avesse guidata lei avrebbe risposto docilmente, anche quando avrebbe dovuto scendere di marcia. Non c’era più nessun altro a parte lui in grado di guidare la 500 con lo stessa sensibilità, con lo stesso affetto, con l’amore dovuto.
Oltrepassò una rotonda e si incamminò lungo una via in cui gli pareva di non essersi mai inoltrato in precedenza. C’erano poche case, alcune automobili parcheggiate nei due sensi di marcia, un grande campo incolto con pochi alberi e un po’ più avanti un cancello con una lungo muro di cinta che nascondeva alla vista una grande complesso di bassi edifici. Oltre il muro, guardando meglio, s’intravedevano le traversine dei binari.
Spostandosi al buio non si era reso conto che stava percorrendo la via che costeggiava la stazione e solo ora se stava accorgendo: la strada  non aveva sbocco e terminava con un tratto a ghiaia sopra la scarpata della ferrovia. A parte la torcia, l’unica tenue illuminazione proveniva da un lampione in angolo accanto al breve sentiero in salita che portava ai binari. Il silenzio era totale in strada e nessun rumore proveniva dall’interno dei pochi edifici presenti. Percorse pochi passi disorientato e la vide. Dove terminava il tratto di asfalto giaceva abbandonata la carcassa della sua Fiat 500 bruciata, piccola, dalle forme tondeggianti che era stata completamente arsa dalle fiamme. Doveva essersi trattato di un vecchio incendio, avvenuto chissà quando, perché ormai non vi erano più tracce di fuliggine o odore di fumo. L’incendio aveva reso quasi indistinguibile la carrozzeria dell’automobile, se non fosse stato per la targa ancora leggibile. Le portiere erano state divelte, la gomma delle ruote era scoppiata e i copertoni erano stati completamente bruciati.
Alla vista di quel che restava della macchina sua e di Nino, sentì le gambe cedere. Si inginocchiò accanto al rottame, lasciandosi andare esausto. Era come se d’improvviso avesse varcato una linea di confine senza più ritorno. Sentì un unico nodo stringerlo dalla gola fino alle unghie dei piedi. Passò del tempo, senza sapere quanto. Tremava, non ricordava se vomitò o semplicemente pianse oppure se non fece niente mentre a lungo il suo sguardo non si distoglieva da quella carcassa: il tempo sembrava essersi arrestato.
Intorno a lui, nell’oscurità totale rotta solo dalla luce del lampione, pensò che non c’era più niente che potesse proteggerlo, troppe cose che pensava impossibili si erano già realizzate negli ultimi tempi. Non c’erano più rifugi nel passato dove nascondersi, immaginando di giocare ancora accanto a Nino con il trenino dal capostazione a molla.
Nel silenzio totale nel quale anche il suo cuore aveva smesso di palpitare, una piccola mosca si posò sul suo avambraccio sinistro. Allungò il braccio destro per scansarla ma invece di andarsene la mosca si posò sul palmo aperto della mano destra. La mosca restò ferma per un po’, senza spiccare il volo, limitandosi solo a tenere socchiuse  le sue piccole ali. Lui alzò lentamente la mani per portarla all’altezza degli occhi e la fissò immobile per un tempo indefinito. Concentrando lo sguardo sulla mosca, l’immagine sullo sfondo della automobile bruciata gli apparve più sfuocato, tremolante. Ogni cosa sembrava rimanere sospesa nella nebbia delle sue lacrime immobili.
Dopo un ultimo attimo di esitazione, la mosca spiccò il volo, allontanandosi in direzione dei binari. Allora anche lui si mosse. Si alzò in piedi, voltò le spalle alla carcassa incendiata e riprese il suo cammino, ritornando sui propri passi, convinto che una macchina bianca sarebbe rimasta ancora ad aspettarlo. Lì o da qualche altra parte.

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