Condividi su facebook
Condividi su twitter

Io sono ok

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
«Oh, mmm… non c’è niente di più bello al mondo che sgranchirsi le ossa dopo essere rimasti chiusi per tanto tempo!» Non era solo bellissimo, era un miracolo. Incominciavo a pensare che nessuno avrebbe più strofinato questa vecchia lampada.

«Oh, mmm… non c’è niente di più bello al mondo che sgranchirsi le ossa dopo essere rimasti chiusi per tanto tempo!»
Non era solo bellissimo, era un miracolo. Incominciavo a pensare che nessuno avrebbe più strofinato questa vecchia lampada.
«Allora tu sei un genio!» disse la ragazza con il quaderno in mano e due grandi occhi scuri spalancati.
«E cosa ti fa pensare che io sia proprio un genio?»
«Vediamo… sei comparso all’improvviso da una nuvola di fumo arancione; scarpe a punta; turbante di seta; abbigliamento diciamo un tantino attempato: sembra che tu sia stato chiuso là dentro da mille anni!»
Io sgranai gli occhi e in un lampo cambiai due o tre outfit, continuando a osservarla con curiosità in un impeccabile completo da wall street, pantaloncini da barca e polo blu e righe verdi, costume da bagno… fino a che mi fermai a jeans e camicia di lino bianca appropriata per tempo e stagione.
Mi inchinai e dissi con fare solenne: «Io sono il genio della lampada! O fortunata fanciulla, ho il potere di esaudire tre desideri; tre meraviglie solo e soltanto per te!».
Lei era calma e mi fissava, in silenzio.
«Ho molta esperienza, non cercare di ingannare con qualche trucchetto, sono solo tre! Spara.»
«No, grazie — disse — sei davvero gentile ma no, va bene così, ho tutto quello che desidero.»
«Tesoro, cara fanciullina dolce, forse non hai capito bene… Io sono un genio della lampada! Sono tre desideri, stiamo parlando di qualsiasi cosa tu desideri! Vuoi volare? Vuoi diventare più ricca di Jeff Bezos? Vuoi tutto il sapere e tutta la scienza? Io posso qualsiasi cosa… IO sono un genio della lampada, faccio prodigi, sono esperto di miracoli e meraviglie! Esaudisco qualunque tipo di desideri; e discendo, sappilo, da Dente di drago, che fu il primo a rubare la coda di una cometa! E ora dimmi, tu cosa vuoi piccola?»
«Come ti ho detto, — rispose — grazie. Io sono OK. Piuttosto, tu, vuoi qualcosa da bere? Dopo tutto quel tempo dentro la lampada avrai fame e sete. Vuoi un biscotto, una tortina?»
«Adesso che me lo dici… non è che avresti del gemmai tcha?»
Preparò del tè cinese pregiato con i chicchi di riso in una teiera che era assai più bella di quella nella quale avevo trascorso gli ultimi mille anni. E poi… e poi mi diede un po’ di torta al cocco. Non mi ricordavo il sapore del cocco, è delizioso.
«Grazie per il tè.»
«Nessun problema.»
«Ma davvero, non capisco… tutti quelli che incontro chiedono delle cose: una macchina sportiva, gioielli di ogni fattura, una valanga di uomini o donne… e beh, insomma, hai capito non che tu volessi donne ma…»
«E potrei invece. — disse — Tu hai un sacco di pregiudizi sulle persone, metti troppe etichette. E a proposito, piacere, il mio nome è Juliette ma mi chiamano Nathalie.»
«Ah, capisco, Juliette! Quindi vuoi una valanga di uomini o donne al tuo seguito, le mie scuse! Non devi fare altro che desiderare e ogni tuo desiderio sarà un ordine.» «No — mi disse — io sono ok, nessun desiderio. Com’era la torta?»
E io le dissi che quella torta era la più buona che io avessi mai mangiato e lei cominciò a interrogarmi di quando avessi incominciato a sentire il bisogno di esaudire i desideri degli altri, e mi chiese se io mi sentivo così compiacente proprio con tutti. Mi chiese del rapporto con mia madre. E con mio padre. E allora io le dissi che non poteva mettersi a giudicarmi come avrebbe fatto con i comuni mortali: io ero un genio potente, saggio, magico! 
Allora mi chiese se mi piacessero felafel e i samosa, se mi piacesse il cibo indiano insomma.
Tutto quel parlare di cibo mi fece avere un’idea: con fare suadente le sussurrai: «Esprimi un desiderio e io ti potrei far portare il cibo degno di un sultano in questo istante, su un tappeto volante trainato da un drago alato sputa acqua e centinaia di stoviglie che quando finirai si laveranno da sole e…».
«Io sono a posto» mi disse con un bel sorriso. «Ti andrebbe di andare a fare un giro?».
E ci mettemmo a camminare uno accanto all’altra in giro per il centro della città. Mi sentivo così bene, così leggero e spensierato. Portavo con me la lampada, avessi mai avuto bisogno di scomparire di nuovo.
All’inizio facevo un po’ fatica a stare in mezzo a tutta quella gente, ma dopo qualche ora mi suonò familiare. Sembrava una di quelle tiepide serate di autunno quando ancora si sente un profumo dell’estate ma fa più fresco e un maglioncino intorno alle spalle sta proprio bene.
Il cielo era limpido e dalle finestre luci e suoni domestici.
Io raccontai la mia infanzia da genio, di come andassimo nel velo dell’altrove, dall’altra parte del cielo a cercare i desideri ancora non desiderati, i pensieri liberi non ancora sopraggiunti alle persone. Le dissi che gli anni passati in realtà erano finiti, nascosti in uno spazio buio e senza aria. Le dissi dei giorni del conflitto. Di quando gli umani dimenticarono di essere una magia e per paura si misero a imprigionarsi l’un l’altro e ci misero dentro a bottiglie, lampade, teiere: tutta questa roba che sembrava magia ma che era prigione.
Mi sentii triste.
Lei era silenziosa e attenta. La guardai davvero bene per la prima volta: i capelli lunghi e castani che incorniciavano un ovale regolare, gli occhi mobili e curiosi, la pelle dorata e lievemente abbronzata, le movenze leggere di due gambe agili che sembravano non fare alcuno sforzo. Un gatto incarnato nel corpo di una giovane donna.
Nathalie mi raccontò dei suoi genitori che si erano trasferiti lontano in quel paese del Medioriente dove tutto è possibile, e ridendo le confidai che alcuni discendenti dei geni avevano iniziato a costruire palazzi e si erano messi in testa di costruire una New York in mezzo al deserto e così era nata Dubai.
«I miei genitori vivono proprio lì!» trionfò.
Mi disse che le avevano insegnato che nulla le sarebbe stato impossibile ma poi l’avevano lasciata da sola in quella grande casa e non erano più tornati.Mi disse di come studiasse psicologia e di come nutrisse una passione per la scrittura di libri, giacché — mi confidò — “Le parole sono cellule di creature vive e quando le scrivi, le leggi e le racconti, esse prendono forma e poi entrano nella realtà.”
«Come un film allora?»
Si fece seria. 
«No, non come in un film. Come nella vita vera!»
Le labbra morbide si contrassero, come di un nascosto dolore.
«Sai, ti potrei portare un attore, un riccone. Ti piace Brad Pitt? Leonardo DiCaprio?»
«Non ce n’è bisogno, io sono ok.»
Camminammo fino alla sua casa: aveva un bel giardino ricoperto di edere e un gatto bianco, grandi cuscini confortevoli e al centro un camino che sembrava una tana, un rifugio.
Mi sentivo avvilito. 
«Non è giusto, le persone vogliono sempre qualcosa!»
«Beh io no, ho tutto quello di cui ho bisogno.»
«E quindi che faccio? a cosa servo io?»
«Per esempio potresti controllare le fiamme nel camino, fai attenzione che non si spenga. E nel frattempo potresti aspettare la neve. Una volta, d’improvviso, poteva nevicare anche in questa stagione…»
«Ah, allora è questo il tuo desiderio?»
«No, è solo qualcosa che puoi fare per occupare il tuo tempo prima di cena.»

Mi addormentai guardando le fiammelle del camino, mentre lei preparava la cena.
E quando mi svegliai la trovai accanto a me, che mi fissava con gli occhi scuri e spalancati, con la stessa curiosità di qualche ora prima. Sembravano passati anni, millenni e mi caddero d’improvviso tutti sulle spalle.
Mi accorsi che avevo perso la mia lampada. L’avevo dimenticata da qualche parte mentre camminavo con lei, ma non me ne curai.
Poggiandomi una mano sulla testa — la sua mano piccola copriva a malapena la mia fronte — mi chiese: «A proposito, e tu, se potessi esprimerli, quali sarebbero i tuoi tre desideri?».
«No, dissi, va bene così. Sono ok. Ho tutto quello che mi serve.»

Ultime
Pubblicazioni

Sfoglia
MagO'