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Un’ineluttabile verità

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Illustrazione di Agrin Amedì
Ci passavo sempre davanti e lui si rifiutava di collaborare. Quella con lui non era mai stata una relazione semplice, ma quando io gli dicevo che quella gonna era troppo stretta, lui affermava cose del tipo: «Madamigella, mi permettiate di dissentire».

Ci passavo sempre davanti e lui si rifiutava di collaborare. Quella con lui non era mai stata una relazione semplice, ma quando io gli dicevo che quella gonna era troppo stretta, lui affermava cose del tipo: «Madamigella, mi permettiate di dissentire». Tipico di chi ha la profondità di una lastra fredda e liscia, impastata con la sabbia. Ci sono stati periodi in cui non ci consideravamo nemmeno. Poi le cose sono cambiate e, anche se odio ammetterlo, senza il suo riflettere non riuscirei a vivere adesso. È il metro con cui misuro ogni aspetto della mia vita. Non esco senza prima essermi guardata attraverso di lui. Da un lato potrei quasi amarlo in effetti, ma dall’altro lo detesto. Lui è un modello antico e pesante, di quelli che ti aspetti di trovare nell’atrio di immensi e lussuosi saloni da ballo art decò. Sempre con quel giudizio severo pronto. Se ne sta lì appeso al muro, altezzoso e solenne come se fosse il detentore della verità. Accanto a lui c’è un comò dalle linee sinuose che non apro da anni. Lo riempio di cioccolatini che non mangio. Li metto in bella esposizione, solo per vedere le carte colorate e vivaci, o forse perché erano i suoi preferiti.
Comunque, lui è sempre in grado di riflettere in maniera ineluttabile la verità, o almeno così dice sempre lui. Lo detesto già da un po’. Nonostante il tremendo fastidio che avverto nel dovermi sempre confrontare con le sue parole trasparenti e chiare, anche stasera mi ritrovo qui.
«Sono troppo stretti, lo sapevo…»
«Di nuovo ad affrontare tale dissertazione, ci ritroviam qui, madamigella?»
«Sì; perché, vedi? Cioè guarda non si chiude… vedi?…»
«Madamigella consentitemi di dissentire. Io rifletto il riflettibile e mostro la natura materiale nella sua ineluttabilità. Ciò che è, è, madamigella e ciò che non è, non è e non sarebbe mai. Se rivolgeste il medesimo quesito a my lady lì accanto, scommento ch’ella sarebbe del mio stesso avviso…»
Quella stanza era sempre stata imponente, ma non avevo osato toccarla da quando lei non c’era più. Non è un problema, è passato molto tempo, ma il fatto è questo: lei non c’è più. Stando da sola in quell’appartamento gigantesco non ho mai troppa voglia di cucinare, di sporcare stoviglie per una sola persona e di sprecare anche corrente o acqua per doverle lavare, anche se lo specchio non la pensa così. Io non sono debole, non ho problemi col cibo. Sento gli ugelli delle antiche serrature dei cassetti del comò guardarmi con sospetto. Di cosa aveva paura? Avevo troppa ansia e mi sentivo troppo a disagio per tacere e fu allora che mi rivolsi proprio a quel tronfio comò:
«Non ti ci metterai anche tu con le accuse adesso, eh?»
«Senti jolie, io non sono mica come quello specchio blatereuse o quella popolana volgaire lì sotto. Io vengo dalla romatica Paris e quindi ti ignoro!»
Mi giro verso “quella popolana lì sotto” che, in tutta risposta le dice:
«Ma sentila, madama dei miei stivali… ma statte zitta che ce lo sanno tutti che sei meid in ciaina, ma sta bona va!». Seguì una lunghissima discussione tra il comò, adorno di tutti i cioccolatini che guardavo da lontano e la bilancia. In tutto ciò lo specchio osservava indolente la scena, guardando con aria rassegnata il mio viso perplesso. 
Dopo una buona ventina di minuti la bilancia mi guarda, sbuffa sonoramente, mi mostra i suoi numeri (di numeri ne ha da vendere) e mi mette sotto il naso un 40 tondo tondo. Impossibile, penso, mentre dentro di me sorrido fiera, stando sopra di lei. Lo stanno facendo apposta per avvalorare la loro teoria, continuo a pensare, e poi sento lui di nuovo:
«Ebbene madamigella?»
«Bello scherzetto, sì certo, adesso 40. Ma dai! Se pesassi 40 chili ci cadrei dentro a questi jeans e invece guarda? Strettissimi…»
Ero solo dimagrita un po’, non avevo alcun tipo di problema col cibo e lui non era gentile con me.
«Senti bella, quando la smetti de spara’ sta fracca de cazzate?»
Eccola che subito si fa avanti per dare sostegno al suo vitreo compare. Lei era di quelle con i piedini ben saldati a terra, ben diversa dalla raffinatezza di lui, questo ormai era chiaro. Si faceva mettere i piedi in testa da tutti, ma solo perché sapeva di avere lei il potere di determinare gioie e dolori delle persone, o almeno delle mie.
«Ma Signora, vi prego, cercate di non servirvi del torpiloquio!»
«Senti bello, non te ce mette pure te che già la falsona strafatta de cioccolato mi ha sconquassato le lancette, poi questa pure sta sempre in crisi, ma che nun lo vedi che faccia che c’ha? Pare morta, ma mica se n’è accorta! Io boh, secondo me questa è de coccio sennò non me lo spiego mica eh… te come te lo spieghi a Spilungo’?»
«Cara amica, purtroppo madamigella spegne il lume della ragione a favor delle tenebre con cui l’ossession d’essere chi in realtà è, l’attanaglia da quando la di lei madre ha battuto la sua dipartita… è debole, troppo debole e accende la sua ira su quei poveri indumenti da costei maltrattati…»
«Ehm scusate, ma io comunque sono qui e vi sento eh…»
«… E comunque, tu non toccherai mai i miei cioccolatini, c’est vrai?»
«Ma te la voi finì co’ ‘sto francese? Sta farsona…»
«…»
Poi la bilancia si rivolse nuovamente a me con un tono sempre più stizzito:
«Allora bella mia, tornamo a noi… tu ce senti, senti e senti e poi? E poi che caz… ehm cioè e poi che cosa diamine fai? Un bel niente ecco che fai… Inizi a fa’ ‘sta lagna ‘gneeee non mi entra più niente, gneee sono grassa, gneeee povera me’ che palle senti, che P-A-L-L-E!»
«Madamigella, a parte i toni un po’ accesi della mia cara amica, il concetto che vi si nasconde all’interno è molto calzante alla vostra situazione… non credete?»
«No, per niente proprio! Ha sparato quel 40 così a caso, solo per mostrare che secondo i suoi criteri sballati, io sarei in errore… ma so benissimo che non è così perché se mi piego, se stringo le cosce, lo vedi? Guarda, guardate! Vedete! Aderiscono perfettamente, non c’è spazio e quindi vuol dire che sono ingrassata!»
«Sì, sì, questa è proprio de coccio, Spilungo’…»
«Madamigella, ma non credete che forse sarebbe meglio considerare che avete un diverbio di tipo esistenziale col cibo derivan…»
«No, caro il mio signorino, no, questo non te lo permetto… io non ho alcun problema col cibo e smettila di ripeterlo ogni volta… se mi fai arrabbiare ti rompo in mille pezzi e…»
«Aaaah capirai, n’artri sette anni de sfiga sai che bello, daje a ride proprio eh…»
«E tu… e tu… smettila che ti, ti… ti, butto via nel cassonetto, ecco.»
Non sapevo più che cosa rispondere. Era stata una settimana dura di un mese duro di un anno duro di una vita dura. Ero stata brava, non avevo mai pianto, la consideravo una roba da femminucce, uno spreco di tempo ed energie. Controllavo perfettamente ogni aspetto della mia vita: amicizie poche, un lavoro generico, quella casa e me. Ero stata davvero brava, fino a quel momento. Fino a quando un giorno loro non hanno iniziato a parlare senza sosta. È stato proprio in quel pomeriggio duro di una settimana dura di un mese duro di un anno duro di una vita dura; è stato proprio quello il momento in cui ho “sprecato” tutto quel famoso tempo. 
Sono seduta a terra, schiacciata dalle loro parole, schiacciata dal peso di tutto quello che non riesco a smettere di essere, schiacciata da un’ineluttabile verità: io sto soffrendo.
Giocherello distrattamente con i peli del tappeto, puntellandoli con il tacco di una scarpa che avevo persino dimenticato di avere (tanto che quasi mi supplicavano di essere indossate per la preoccupazione) e lo sguardo perso nel vuoto. Alzo il viso. Mi guardo nel riflesso e per la prima volta penso: sono trasparente come lui, e sono sottile come dice lei.

Ho passato la mezz’ora successiva tra lacrime, singhiozzi, urla e pugni battuti sul pavimento finché di forza non me n’era rimasta più. Era stata una nottata dura, di una settimana dura di un mese duro di un anno duro di una vita dura. La luce che filtrava da un angolo smerigliato di lui creava un caleidoscopico arcobaleno in tutta la stanza. Mi sono alzata dal pavimento con un mal di testa atroce, la schiena a pezzi, tanto male dentro e un senso di leggerezza nuovo. Ho guardato sia lui che lei. Mi osservavano silenziosi mentre il comò chiudeva, nel cassetto superiore, tutti i cioccolatini, forse per la paura che gliene rubassi uno. Stavolta il loro sguardo era diverso, sembrava come se stessero pensando a quello che avrebbero dovuto dire.
«Allora, dai, sparate…. ditemi tutte le cattiverie che avete da dire, così passiamo oltre…»
«Madamigella, mi duole sapere che voi riteniate sgradevoli le nostre parole… ma voi capirete che quello che dico è solo l’ine…»
«Sì, sì, lo so… un’ineluttabile verità. Sai, odio ammetterlo, ma penso che una parte di quello che mi avete sempre detto tu e lei, beh, una parte intendo, non tutto, cioè quello che voglio dire è che beh… cioè che ho capito… sì, cioè è che… io soffro, ecco. Io sto soffrendo… faccio quello che posso.»
«Oooooh ma allora non sei così tanto de coccio piccole’! Ce semo arivati! ‘A Spilungo’ che t’avevo detto che doveva fasse un bel pianto pe’ capi’ in che cazzarola de casino se stava a ficca’? Mo’, bella mia, c’hai deciso de fa’? Se la volemo da’ ‘na mossa o continuamo a piagnese addosso?… E te, francesì, apri quei cassetti e sgancia ‘sti zuccherini, su…»
«My lady, per cortesia controllatevi, un po’ di contegno, è pur sempre una signorina…»
«…. mmmmm, e va bene Spilungo’. ‘Nosmma, comò?»
Il comò era riluttante, ma i suoi ugelli non erano più stretti in una morsa impaurita, e mi scrutava anche lei con aria nuova. Ho guardato i riflessi di luce arcobaleno che si diffondevano in tutta la stanza che ora mi sembrava un po’ meno gigantesca. Dentro avevo solo vuoto, avevo dolore, ma adesso lo sapevo, adesso mi vedevo. Non sapevo ancora come e se sarei riuscita a combattere contro tutti quei numeri e tutti quei riflessi di una verità ineluttabile. Lei non c’era più, ma c’ero io. Dovevo esserci io, nonostante qualsiasi ineluttabile verità.
«Eh va bene Signolina, plendi cioccolatino, pelò uno solo. Io no sono stlonza come dice lei. Oh, scusa specchio, non volele essele volgale…»
«Oh Santi Numi, non è necessario. Guardi signora comò, tanto ormai…»
«Grazie comò, ma… no, va bene dai… un solo cioccolatino.»
«Penso pule io, pule specchio e pule blontolona che tu è ola che mangia cioccolatino…»
«A’ bella, allora ‘o vedi che c’avevo ragione? Sai che me stai quasi più simpatica? Daje bella, cassetti al cielo che sei una der popolo, sei una de’ noi!»
«Signore, vi prego, abbiate pietà…»
Rimango in silenzio mentre la bilancia e il comò iniziano a fare amicizia e lo specchio continua, rassegnato, ad alzare gli occhi al cielo. Socchiudo gli occhi, prendo un bel respiro e, buttando fuori quell’aria antica, mi giro di nuovo verso di loro sorridendo. Sto sgranocchiando un cioccolatino. E ai miei piedi, uno scroscio di applausi.

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