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Parapsicologia inversa

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Illustrazione di Agrin Amedì
Gli unici fantasmi che mi spaventano sono quelli che appaiono nel bel mezzo di una chiacchierata tra amici, pronti a condirla con i loro brividi da quattro soldi. Che noia, soprattutto se poi si discute di case infestate.

Gli unici fantasmi che mi spaventano sono quelli che appaiono nel bel mezzo di una chiacchierata tra amici, pronti a condirla con i loro brividi da quattro soldi. Che noia, soprattutto se poi si discute di case infestate. E di quanto sia difficile venderle, anche per uno bravo come me. Quando se ne parla mi fanno tante domande, vogliono conoscere i dettagli; si aspettano appassionanti storie gotiche, magari un’edizione aggiornata di Cime tempestose o, quanto meno, due gemelline che si tengono per mano in fondo a un corridoio. Il problema è che a me non va di dover parlare sempre del mio lavoro. Per voi, però, farò un’eccezione.

Era un pomeriggio di settembre dal tempo incerto, di quelli che non sanno ancora se farti sentire fino in fondo la nostalgia dell’estate. Aprii tutte le finestre mentre aspettavo, non senza una certa rassegnazione, l’appuntamento delle cinque. Mi fermai di nuovo in quella stanza. Fredda, come sempre. La più fredda di quell’appartamento luminoso: immediate adiacenze Metro B, in tranquillo complesso residenziale, buono stato, doppia esposizione, da condividere con fantasma referenziato. Ecco, forse quest’ultima parte avrei dovuto aggiungerla all’annuncio, almeno mi sarei risparmiato un po’ di visite inutili.
Guardai il ritratto della vecchia signora con la sua aria austera virata in seppia che se ne stava in silenzio, come se nulla fosse, al centro della parete. E il ritratto, come al solito, guardò me.
Convinto che con quel gioco di sguardi ci fossimo detti tutto, feci per uscire dalla stanza quando la porta si chiuse sbattendo con violenza.
«Non è colpa mia se non ti va bene nessuno!» esclamai, seccato da tutta quella storia. La maniglia si irrigidì.
«Dai, lo sai che mi sto impegnando. Troveremo la persona giusta» aggiunsi con un tono più dolce, quasi mellifluo, nel tentativo di calmare lo spirito inquieto.
La porta allora si aprì lentamente e sentii un leggero sospiro accarezzarmi il collo da dietro: quella relazione stava diventando troppo morbosa per i miei gusti.
L’appuntamento delle cinque aveva un’espressione tenera e due occhi neri così sognanti che distraevano persino dagli zigomi dalla forma perfetta e dal nasino leggermente all’insù. Doveva trasferirsi in città per studiare e suo padre le aveva dato un bel po’ di soldini da investire. La mia ragazza ideale, pensai, mentre le mostravo i vari ambienti.
Quando arrivammo davanti alla stanza maledetta stavo già flirtando con lei. Ci fermammo lì, in posizione strategica. Lei al centro della stanza, di spalle rispetto al ritratto che già iniziava a manifestare i primi segni di un’insana gelosia. Io appoggiato al vano della porta, rivolto verso entrambe, con aria disinvolta, caviglie incrociate e occhi completamente persi in quelli della ragazza, che proprio in quel momento mi stava raccontando con trasporto della sua passione per la pittura. Che feeling tra di noi. Quante passioni in comune, eppure la stanza era ancora così fredda e inospitale, come se fosse in attesa degli eventi.
All’improvviso, ebbi un’intuizione.
«Ascoltami, — sì, eravamo già passati a darci del tu, a proposito di feeling — la mia agenzia ha delle case in zona più adatte alle tue esigenze, sai, ce n’è una dove potresti anche allestire un atelier» dissi, attento a non pronunciare la “erre” per stenderla con l’elegante sfoggio del mio francese.
La vecchia mi guardò come se volesse menarmi.
«Però quest’appartamento mi piace davvero, è così luminoso… e in buono stato» disse la ragazza.
«Ma ci sono altri appartamenti oltre a questo» le ricordai, col tono sincero di chi non voleva fare altro che il suo interesse, dissuadendola da scelte affrettate. Per proteggerla da insidie nascoste.
A quel punto gli occhi della vecchia divennero due fessure sottili e cariche d’odio che mi fulminarono.
La ragazza, pensierosa, si passò una mano tra i lunghi capelli castani e corrucciò la fronte, al cui centro si formò un’unica ruga a forma di V,  così deliziosa da distrarmi persino dai due occhi neri e sognanti di cui vi dicevo.
«Lo so che ce ne sono anche altri, però questo è in un tranquillo complesso residenziale. E poi è nelle immediate adiacenze della Metro B» aggiunse, dimostrando di nutrire un’autentica passione letteraria per i miei annunci.
«Beh, però devi anche considerare le spese condominiali, i lavori da fare, dovremmo parlarne con calma, magari davanti a un bel…»
A quel punto la vecchia reagì, a modo suo. Questa volta niente disturbi elettrici, ombre sulle pareti, rumori sospetti, porte che si aprono da sole, odori strani, sussurri, brividi, scricchiolii e tutte quelle altre amenità che avevano fatto già fuggire via gli altri potenziali acquirenti.
Per la prima volta da quando avevo messo piede in quella casa la stanza del ritratto fu avvolta da un tepore accogliente. Nell’aria si spandeva un profumo floreale, ma con venature di caffè, spezie, erbe aromatiche e pane tostato — quando non scriverò più annunci immobiliari mi dedicherò alle etichette dei vini.
In sottofondo, una melodia quasi impercettibile, ipnotica. Avrei giurato fosse una versione rallentata di Across the Universe dei Beatles. Complimenti, vecchia signora.
I mobili, le pareti, gli oggetti, tutto era immerso in un bagliore diffuso, a metà tra un filtro da fotoritocco e un tripudio di luci da programma della tv del pomeriggio.
Più insistevo nell’evidente tentativo di salvarla da quel triste destino di tenebre, di convincerla a desistere, più la casa si dava da fare per conquistarla. Ci mancava solo che cominciasse anche lei, con disinvoltura, a parlare en français.
La ragazza era in estasi, al sicuro in quell’ingannevole batuffolo morbido e caldo. Mi sorrideva euforica, del tutto ignara dell’ectoplasma evanescente che alle sue spalle sporgeva dal muro come un grottesco bassorilievo, allungandosi con le sue braccia minacciose e arrivando a sfiorarle i capelli con le dita.
«Questa casa sarà mia!» disse con entusiasmo.
«Questa ragazza sarà mia!» bisbigliò al mio orecchio la vecchia.
Ma non mi bastava. Decisi di giocarmi anche l’ultima carta.
«Però devi sapere che i margini di trattativa sul prezzo sono davvero limitati e non so se…» La vecchia fu sul punto di fare un balzo in avanti per strangolarmi, ma si placò subito, furba, per accarezzare con tocco leggero la nuca della ragazza prima che potesse corrucciare di nuovo la fronte.
«Non importa, è nel mio budget. Pagherò il prezzo dell’annuncio» mi fece sapere con la più assoluta convinzione.
«Ma…» non riuscii a completare la frase. Il mio cervello era già impegnato a calcolare il 3 per cento di 275.000 euro. Ormai erano tante le cose che mi distraevano da quei due occhi neri e sognanti.
«Anzi, voglio venirci a vivere il prima possibile.»
Il suo impeto giovanile mi commosse.
«Ma…» provai di nuovo, mentre moltiplicazioni e divisioni si affollavano nella mia mente in un immaginario bloc-notes pieno di scarabocchi ed errori di aritmetica.
«Grazie ancora» mi disse.
Che sorriso dolce, che felicità su quel volto così espressivo e inconsapevole delle nubi minacciose che gettavano un sinistro velo di oscurità sul suo futuro.
8.250. Niente male, pensai.
Dopo che l’affare fu concluso, nonostante la mia manifesta riluttanza, la accompagnai alla porta e rimasi di nuovo da solo con la vecchia bastarda.
«Sei soddisfatta ora? Una povera ragazza nel cuore degli anni. Le stai rubando il futuro… Ma non ti vergogni?» dissi con disappunto.
Lei mi guardò vittoriosa, crogiolandosi nella sua crudeltà. Glielo leggevo negli occhi che stava pregustando l’inferno che avrebbe fatto vivere alla nuova proprietaria.
Mi allontanai col capo chino e l’aria triste, mostrandomi deluso e preoccupato.
Solo quando richiusi dietro di me la porta d’ingresso sul mio volto si disegnò un sorriso di trionfo. Era davvero la ragazza ideale. Ci avevo visto giusto.
Uscii da quel palazzo lasciandomi per sempre alle spalle la vecchia matta defunta e tutte le sue paranoie. Mi accesi una sigaretta, una delle mie Gauloises d’importazione, di quelle che conservo per festeggiare la conclusione di un affare. Aspirai a pieni polmoni, trattenendo il fumo il più possibile per assaporarne fino in fondo il gusto pieno e compatto. Mi incamminai, leggero. Era proprio una gran bella passeggiata per arrivare alla metro B.

Il fatto, cari miei, è che i fantasmi bisogna saperli prendere. Sono peggio dei bambini. Impulsivi, viziati, capricciosi. Poi, a volte, basta soltanto fargli vedere un giocattolo e lasciargli credere che lo vuoi tutto per te. 

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