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La partita del secolo

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Illustrazione di Agrin Amedì
17 giugno 1970. Dalle finestre spalancate sulla notte sale un leggero profumo di ciambellone appena sfornato, uno di quei profumi antichi e quasi palpabili che a poco a poco, se li lasci fare, ti spalancano il regno dei sogni.

17 giugno 1970. Dalle finestre spalancate sulla notte sale un leggero profumo di ciambellone appena sfornato, uno di quei profumi antichi e quasi palpabili che a poco a poco, se li lasci fare, ti spalancano il regno dei sogni. Sono in quello stato di grazia vicino all’abbandono, sto felicemente precipitando in quella valle fluida e scivolosa che ti accoglie nel primo sonno. Sono a un passo dal separarmi dalla coscienza e…chissà? … forse quell’aroma di farina e vaniglia si sta già intrufolando nei miei sogni di ragazzina.
È una sera di giugno, una sera che non ha ancora ceduto il passo alla notte.
«Ha segnato Rivaaa!» L’urlo mi colpisce come un pugno in faccia mentre i fumi del sonno si ritraggono spaventati e lo stimolo sonoro prende il sopravvento. Mio padre, in piedi davanti al letto saltella come un pupazzo disarticolato e urla la sua gioia a tutto il palazzo che, comunque, si unisce a lui in un boato così compatto da sembrare un’unica voce.
Mi metto a sedere sul letto, confusa e disorientata per essere stata strappata a forza da quella piacevole resa. «Ha segnato Riva….e allora?» Mio padre è paonazzo, dice che sta accadendo qualcosa di incredibile, che devo alzarmi subito e andare a vedere. Mi alzo, allarmata, e lo seguo davanti alla tv dove la nazionale italiana sta compiendo la sua impresa in bianco e nero.
«Ti rendi conto? Stiamo vincendo! Ai supplementari!! Con la Germania! Svegliati, perché una cosa del genere non la vedrai mai più!» Mi tiene per le braccia e io fremo di indignazione, lo guardo di traverso, sono imbronciata e non voglio cedere al suo entusiasmo. Stasera sono andata a letto senza salutarlo. Abbiamo litigato. E abbiamo litigato di brutto. Non è la prima volta ma è stata la prima nella quale gli ho urlato che il suo egoismo è senza limiti, che mi sta rubando il tempo della mia adolescenza, che non è giusto che non possa andare alla festa di compleanno di un amico, solo perché è di sera! Lui non vuole sentire ragioni, l’unica alternativa che propone al rifiuto categorico è la possibilità che mi accompagni lui e che venga a riprendermi. Non voglio morire di vergogna, preferisco rinunciare che farmi ridere dietro fino alla morte! No, non è vero, non voglio affatto rinunciare, voglio andare a questa festa, ho un reggiseno nuovo, una camicetta scollata e mi piace da morire Fabrizio. Voglio andare a questa festa con tutte le mie forze.
«Ma lo sai che è successo? Una cosa pazzesca!» Mi si rivolge come se non fosse accaduto niente tra noi. «Sembrava finita e invece Riva ha fatto tutto di sinistro, ha disorientato Schnellinger e ha fulminato Mayer con un rasoterra da paura!»
Mio padre urla senza ritegno. Non riesce a stare fermo e neanche zitto, corre come una macchinetta dal divano alla finestra aperta sul cortile illuminato a giorno dalle luci accese nelle case, quelle di chi ancora non è stato colto da infarto. E il cortile è incendiato dalle voci dell’intero quartiere.
«Ma come fai a fare finta di niente?» urlo più forte di lui.
Lui si è rimesso a sedere e non stacca gli occhi dal piccolo schermo, incantato dalle immagini di due squadre sfinite, distratte e con i nervi tirati fino allo spasimo.
«Mi hai sentita?»
«Mettiti seduta, adesso non è il momento! Ne riparliamo dopo.»
«Non c’è bisogno di riparlare, devi solo dire sì o no!»
«Ti ho già detto di no, e aggiungo che un giorno mi ringrazierai! I tuoi amici, cosiddetti amici, sono un branco di capelloni sfaccendati!»
Schiumo di rabbia ma non demordo, ora che mi ha svegliata deve starmi a sentire! E se continua a dire di no ci vado lo stesso!
Mi risiedo in attesa che arrivi il momento buono per contrattaccare. E nel frattempo, non posso fare a meno di farmi trasportare dalla partita. Sono anch’io una patita del calcio.
Deviazione aerea di Muller e tutti puntiamo gli occhi su Rivera che dovrebbe fare un passo avanti.  Invece non si muove, resta fermo sul primo palo e si lascia scivolare la palla di fianco, consentendo a Muller di insaccarla nella nostra rete. Albertosi si arrabbia e lo investe di insulti.
Io e mio padre ci guardiamo muti, nel cortile si è fatto silenzio. Un silenzio crudo, secco di saliva, di parole rimaste in gola, di urla strozzate.
Siamo seduti vicini sul divano, gli istinti collerici placati dalla delusione e dall’amarezza. Pensiamo che la partita è finita, l’orgoglio nazionalista ha le orecchie a terra. Restiamo così per un po’, tesi, sudati e complici. Per una volta schierati dalla stessa parte.
La palla viene rimessa al centro e Rivera segue l’azione in avanti, Facchetti lancia sulla sinistra del campo e Boninsegna va sul fondo per riuscire a crossare, vincendo la prova di forza con Schultz.
Lui sobbalza e mi prende la mano. Fiuta l’azione vincente. E anch’io non posso fare a meno di stringergliela. La partita non è sazia, è ancora ingorda di emozioni, di sudore, di crampi e di fantasia.
Palla al centro per Rivera, i difensori tedeschi sembrano essersi completamente dimenticati di lui. Rivera calcia e Mayer viene preso in controtempo. La palla entra e l’Italia esplode. Il cuore esplode. Lo stadio esplode. Il cortile esplode.  È il 111 minuto e la nostra nazionale conduce per 4 -3.
Le mani si separano, io e mio padre saltiamo in piedi come birilli e ci lanciamo alla finestra a raccogliere l’urlo di gioia e di sollievo dei nostri dirimpettai e connazionali. Il suono festoso delle trombette, la gioia dell’incredulità, il canto delle voci, quel prezioso irripetibile attimo di scomposta follia. Non lo sappiamo ancora ma abbiamo assistito al “partido del siglo”. Una partita che diventerà film, libro, commedia e leggenda.
Come molti altri ci prendiamo per mano, voliamo alla porta di casa e usciamo sul pianerottolo, abbracciamo i nostri vicini e scendiamo per le scale colorate dalle bandiere che già sventolano a ogni piano e si incrociano e si intrecciano e cantano, gonfie di orgoglio, la canzone bianca, rossa e verde.
Poi ci troviamo tutti in strada, a banchettare la vittoria, a dissipare l’incredulità, a osannare la dea bendata, a santificare i nostri eroi seminudi, sudati, ubriachi.
Mio padre mi tiene saldamente per la vita, c’è troppa gente in strada e troppe bandiere, mi dice di stare attenta, di non buttarmi nel fiume di cuori eccitati che sta sciamando sulle strade, mi dice “restiamo nel cortile”.
Io mi volto verso di lui, lo abbraccio e gli urlo: «Ci vado alla festa?».
Lui urla ancora più forte: «Sììì. Ci vai!».
Allora qualcosa mi dilaga nel petto e gli grido: «Papà, continuiamo sempre così!».
«Così come?»
«A urlare le cose che abbiamo da dirci!»

«Ti voglio beneee!»
«Anche ioooo»

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