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Io vorrei… non vorrei…

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Illustrazione di Agrin Amedì
Era un po’ che stavo sul letto. L’abito rosso. Perché improvvisamente odiavo quell’abito rosso? Lei non avrebbe dovuto indossarlo proprio quella sera. Stalattiti sul soffitto i miei giorni con lei. Vero, erano stalattiti ormai gocciolanti e sembravano lacrime.

Era un po’ che stavo sul letto. L’abito rosso. Perché improvvisamente odiavo quell’abito rosso? Lei non avrebbe dovuto indossarlo proprio quella sera. Stalattiti sul soffitto i miei giorni con lei. Vero, erano stalattiti ormai gocciolanti e sembravano lacrime. Le mie lacrime per lei. Perché le avevo chiesto quell’ultimo incontro? Quel vestito rosso che non mi era mai piaciuto. Stalattiti che ora si avvicinano, le gocce cadono e bagnano il mio viso. No… sono lacrime. La cintura dei pantaloni mi stringe la vita. La prima volta che l’ho incontrata non aveva l’abito rosso. Aveva un vestito azzurro. Come il cielo dove ora sono le stalattiti. Sul soffitto. Era bella come una mattina di primavera, i capelli sciolti sulle spalle, il vestito azzurro. La vidi entrare nel suo negozio, era da sola, mi ricordo ogni particolare del suo viso, del suo corpo flessuoso. I suoi occhi grigi. Avevo detto fra me e me che sembrano quelli di una gatta persiana che sta accoccolata sul suo divano preferito e che guarda sorniona la sua padrona che non vuole che stia lì. Ora è riflessa sulle stalattiti sul soffitto e non è più mia. Il suo seno provocante. Non ti amo più. In quel momento non trovavo più nulla dentro di me. Era andata via e con lei il suo sorriso. Il sorriso sfacciato che solo le donne sanno avere. Il sorriso di mia madre mentre mi accarezza quando piango. Ero caduto e mi ero fatto male quella volta vicino al fiume. Il fiume scorreva lento quel giorno. Ahi mamma mi sono sbucciato il ginocchio. Soffia mamma mi fa male. Soffia… soffia. Un soffio il suo buongiorno nell’abito azzurro. Un soffio il suo addio nell’abito rosso. 

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