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Sul cornicione

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Illustrazione di Agrin Amedì
Stamattina non entra la solita luce dalle tapparelle, forse per via delle nuvole. Lascio il letto e vado in cucina per il mio caffè annacquato. Giro il cucchiaio nella tazza dopo averlo allungato per stemperare i pensieri scomodi arrivati non appena ho appoggiato i piedi sul pavimento freddo. È stata lunga la notte trascorsa a rigirarmi tra le lenzuola troppo calde.

Stamattina non entra la solita luce dalle tapparelle, forse per via delle nuvole. Lascio il letto e vado in cucina per il mio caffè annacquato. Giro il cucchiaio nella tazza dopo averlo allungato per stemperare i pensieri scomodi arrivati non appena ho appoggiato i piedi sul pavimento freddo. È stata lunga la notte trascorsa a rigirarmi tra le lenzuola troppo calde.
L’annacquatura pare funzionare perché adesso ho la testa sgombra.
Mi lavo e mi guardo nello specchio del bagno. Riesco a riconoscermi dopo tutto questo tempo in cui ho deciso di non passarmi più le mani sul volto e allontanare la mia immagine riflessa.
Scelgo i pennelli, seleziono i colori e mi avvio in terrazzo. Decido di salire a piedi anche se a quell’ora l’ascensore è sempre libero. Le scale sono vuote e i passi rimbombano sulle pareti. Il cuore batte velocemente, mi sento stanca.
Apro la porta e penso che qualcuno dovrebbe sistemarla, è tutta scrostata e cadente e infatti la trovo aperta. Esco e la luce del giorno m’invade. Vado dritta verso il punto scelto per dipingere, mi guardo intorno e inizio a prepararmi. Dò uno sguardo veloce alla visuale ma un pizzicore a metà del petto mi fa desistere. Chiudo gli occhi e provo a respirare lentamente ma qualcuno arriva a disturbare la quiete. Non sono più sola. Prima uno, poi un altro e un altro ancora aprono la porta e irrompono sul terrazzo. Sono tutti in divisa. Il primo è aitante, un po’ spavaldo. Gli altri due appaiono goffi ma sono veloci.
Gli uomini parlano, nemmeno mi notano. Due di loro restano fermi vicino alla porta, solo uno s’avvicina a un punto preciso del terrazzo e prova a dire qualcosa, ma un urlo lo ferma.
Passa del tempo prima che mi sia chiaro cosa sta accadendo.
Qualcuno è sul cornicione e minaccia di buttarsi.
Ecco che è salito un altro tipo in uniforme, è tarchiato e si muove come un orso. Si avvicina al cornicione e inizia a parlare, ha il tono di un negoziatore, sembra calmo ma non lo è.
La donna ha una bella voce mi sembra, anche se dalle sue urla non è facile capirlo. Penso che le sia servita a ben poco fino a quel momento.
Me ne resto in attesa di decidere cosa fare, se farmi vedere o restare in silenzio. Stamattina avrei dovuto capire che non era aria, e restarmene in casa. Le urla continuano, non quelle della donna ma quelle dei poliziotti. Stridono, cozzano tra loro.
Ecco che il respiro mi si sta per bloccare. Quando accade devo mettermi per terra, in un luogo sicuro, e attendere che passi. Ci vuol poco a capire che a breve resterò senza ossigeno. Mi serve un po’ di silenzio. Ma perché sono salita a dipingere?
Quelle voci mi arrivano dritte in testa e battono sulle tempie. Il pizzicore è diventato una lama, adesso lo sento sugli occhi e nei timpani. Da bambina, quando sentivo le urla di lei e non potevo fare molto, mi rinchiudevo nello stanzino, tra scope e stracci, e attendevo che passasse tutto. Il freddo delle mattonelle sconnesse mi saliva dai piedi e mi attraversava le fibre fino ai capelli. Ce ne mettevo per scaldarmi e ritrovare un po’ di vigore. Poi uscivo e riprendevo a fare le solite cose dopo che lei si era asciugate le lacrime e mio padre era uscito da casa sbattendo la porta.
Forse dovrei fare così anche adesso. Mimetizzarmi. Dovrei far finta di niente, convincermi che non è successo niente e fare silenzio. Dovrei dileguarmi. Scomparire.
Sono giorni che ho la testa vuota, guardo il soffitto e non mi viene niente da dipingere. Eppure devo farlo, mi è stato commissionato un lavoro e l’affitto da pagare è vicino.
Non riesco a vedere la donna dal punto in cui sono, la immagino coi capelli arruffati e un pigiama tutto spiegazzato. So che è scalza perché vedo le scarpe vicino al parapetto. No, sono due ciabatte tutte consunte, brutte. Il tempo passa e io non ho il coraggio di uscire e farmi vedere. Il poliziotto parla e prega. Non so perché sono convinta che quanto più il poliziotto passa in rassegna cose che solo per lui hanno senso, tanto meno alla donna verrà voglia di desistere dal lanciarsi nel vuoto. Chissà cosa le passa per la testa, cos’ha pensato stamattina quando si è alzata e non ha più avuto voglia di ripetere i soliti gesti. Quando ero piccola proprio non la capivo la gente che si ammazza. Poi mia madre mi ha fornito un ampio raggio di riflessioni e pensieri a riguardo. Ecco che mi va via il respiro.
Chiudo gli occhi e mi rannicchio. Mi faccio piccola, non sento più niente. Ora posso provare a non pensare, ma il dolore in petto pulsa. Anche mia madre se ne stava seduta sulla finestra in un giorno d’estate, io ero sulla porta della camera da letto, sotto l’architrave, e pensavo che non l’avrebbe mai fatto. Nemmeno allora riuscivo a respirare, a parlare. Ero immobile.
Alla fine si era sentito un tonfo. Sordo. Breve. Preciso.
Mi sembra di sentirlo anche adesso, perché ce l’ho in petto e pizzica. Mi arriva un alito d’aria e riprendo a muovere il torace. Così posso finalmente urlare. Urlo. Urlo e lo faccio forte. Poi il silenzio. La donna si azzittisce. I poliziotti mi guardano attoniti.
La luce del giorno ora è quella giusta per il mio dipinto, le nuvole si sono dileguate. Non posso perdere l’occasione, non posso attardarmi ancora – questo mi ripeto continuamente da una vita. Non posso più aspettare. Mi avvicino. Un poliziotto mi guarda prima con sospetto, poi mi lascia passare. Raggiungo il gruppetto e mi tolgo le scarpe. Le metto accanto a quelle della donna. Mi sporgo sul cornicione e inizio a camminare. Non bado al fatto che siamo al nono piano, non bado al vento, non bado alla gente che forse si è accorta di noi e ci guarda. E pensare che ho sempre sofferto di vertigini.
La raggiungo. Ora posso vederne il volto. Lei mi guarda esterrefatta. Una volta ferma, prendo un lunghissimo respiro, punto gli occhi sui suoi e le dico che dipingo per vivere e che ero sul terrazzo perché volevo catturare quella luce e che devo proprio farlo e presto anche e che lei può aiutarmi di certo non buttandosi ma seguendomi e che deve darmi una mano a sgomberare il terrazzo da quei soggetti in divisa e lasciarmi dipingere il porto con le navi stracariche e che quelle navi devono alleggerirsi per ripartire e che pure io devo alleggerirmi da tutto quel piombo e devo lavorare in pace e lei potrebbe restare lì con me se vuole.
Tutto d’un fiato.
Tutto così le dico.
Alla velocità della luce. Senza soste.
La donna mi guarda incredula. Ha occhi trasparenti che contrastano con la profondità delle linee sul suo volto. Poi inizia a muoversi. Mi prende la mano. Un po’ mi gira la testa, quelle dita così avvinghiate alle mie mi danno i brividi.
È tanto che qualcuno non mi prende più per mano.
Camminiamo così. Un passo alla volta. I nostri piedi nudi si avvicinano tra loro. I miei, e i suoi. La pelle della donna è ruvida, brucia. Ne percepisco la grana, i solchi, il grado di umidità. La voce mi è uscita, e poi mi è entrata ed è ridiventata mia. È parte del mio corpo ora. Scendo dal cornicione con la donna. Un poliziotto ci guarda, è tutto sudato. Parla con un collega via radio, gesticola. È finita – dice.
Per lui sì. Per la donna forse. Per me è appena cominciata.

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