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L’alcol, il fumo e la pistola

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Illustrazione di Agrin Amedì
Salvatore era seduto sulla sua comoda poltrona di stoffa rossa nella sua enorme stanza. A una mano aveva un bicchiere di whisky invecchiato vent’anni all’altra una pistola carica. Salvatore portò il bicchiere mezzo pieno all’altezza degli occhi.

Salvatore era seduto sulla sua comoda poltrona di stoffa rossa nella sua enorme stanza. A una mano aveva un bicchiere di whisky invecchiato vent’anni all’altra una pistola carica. Salvatore portò il bicchiere mezzo pieno all’altezza degli occhi. La luce tutto intorno veniva ingiallita grazie alla consistenza del whisky. L’uomo attraverso il bicchiere fissava una foto sullo scaffale di fronte a sé. La cornice era in legno, tre figure erano al suo interno. Un uomo, una donna e un bambino. Il piccolo uomo era sulle spalle del padre. Sorrideva felice. La donna aveva una mano sulla pancia dell’uomo l’altra scompariva dietro la schiena. Un ricordo decise di venir fuori. L’uomo ricordò quel giorno. C’era le cronache di Narnia al cinema. Il piccolo voleva vederlo. Si era innamorato di quel leone parlante. Strattonava con forza la madre e saltellava euforico. Salvatore scosse la testa con violenza, tornò in sé, bevve un sorso. Assaporò quel buon liquore con eleganza. Prima lo coccolò dolcemente in bocca. Lo passava da una parte all’altra. Il liquido bagnò prima la lingua poi il palato poi la guancia sinistra e poi quella destra. L’alcol passò poi a bagnare l’ugola e poi andò giù verso l’esofago. Bruciò. A Salvatore sembrò di aver ingoiato uno di quei vecchi accendini che non si spengono neanche con l’acqua. Sentì il fuoco attraversargli tutto il petto fino alla bocca dello stomaco. L’uomo resistette. Il bruciore immediato lasciò subito spazio a migliaia di pizzichi e poi un sollievo. Il whisky arrivò allo stomaco con una tale naturalezza che Salvatore si sorprese di quanto fosse buono. Ne assaggiò subito un altro po’. Questa volta però non giocò col liquore in bocca voleva risentire quel fuoco che gli bruciava lo sterno. Mandò tutto giù subito. Questa volta il fuoco fu più violento. Un brivido attraversò la schiena dell’uomo. Ma poi come prima svanì tutto in una sensazione di sollievo. Salvatore ne voleva ancora. Portò il bicchiere alle labbra ma si accorse che era vuoto. Lo fissò incredulo. La luce della stanza adesso era molto più bianca. Il giallo del whisky era scomparso e Salvatore si ritrovò nuovamente a fissare quella foto dai colori naturali. La donna aveva i capelli scuri e gli occhi verdi, gli stessi di lui. Il bambino era biondo con gli occhi marroni. La mente lavorò e Salvatore non riuscì a fermarla. Il cinema era pieno come un uovo. Loro erano in ritardo. Erano rimasti solo due posti in tutta la sala. Salvatore ricordò che dovette convincere la ragazza alla cassa di poter far sedere il bambino sulle ginocchia pagando comunque tre biglietti. Le sue doti da oratore erano notevoli e alla fine dopo tanti giri di parole e qualche complimento la ragazza accettò. La gioia del bambino fu prorompente come una diga che cede. La madre sorrise. Salvatore scosse ancora una volta il capo con violenza e posò il bicchiere vuoto sul bracciolo della sedia. L’occhio gli cadde sulla pistola. La portò di fronte a se. Nera, fredda, pesante e potente. Gli dava un senso di sicurezza, gli trasmetteva una tranquillità che era pronto ad accogliere senza esitazione. La posò sul bracciolo e notò con quale naturalezza la forma del suo indice si incastrasse perfettamente nella cavità del grilletto. Fece cadere l’altro braccio a peso morto giù e lo mosse ondeggiando in cerca di qualcosa. D’un tratto le sue dita sfiorarono un collo di bottiglia freddo e ovalizzato. Con l’indice e il pollice tirò su la bottiglia e versò tutto il contenuto nel bicchiere. La bottiglia non era piena ma comunque sia il bicchiere non riuscì a contenere tutto il liquido al suo interno. Inevitabilmente qualche goccia bagnò il bracciolo. Salvatore guardò cos’era successo e spostò lo sguardo assente sul bicchiere. Lasciò cadere la bottiglia. Si sentì un rumore di vetro incrinato ma nulla andò in pezzi. Prese il bicchiere, fece un respiro e trangugiò tutto il whisky in due sorsi molto lunghi e lenti. Al primo passaggio del fluido nelle cavità aeree Salvatore sentì lo stesso fastidio e bruciore di poco tempo prima, ma al secondo fu tutto più intenso. Era come se l’esofago non avesse fatto in tempo a riprendersi da quel calore che subito ne arrivò una seconda ondata. L’uomo sorrise malinconico portandosi l’avambraccio alla fronte per tamponare le prime gocce di sudore. Lo stomaco ci mise un po’ per riprendersi da quella botta ma inevitabilmente come per gli altri sorsi alla fine arrivò quella solita sensazione di sollievo. Salvatore quasi infastidito posò il bicchiere sul bracciolo ancora umido e cercò con la mano libera qualcosa dal taschino della sua giacca firmata Armani e con le sue iniziali stampate. Tirò fuori un sigaro cubano comprato a Cuba durante un viaggio di lavoro. Aveva sentito dire che va fumato prima o dopo le grandi occasioni. Poggiò il sigaro sul bracciolo con attenzione senza farlo bagnare. E l’occhio ricadde sulla pistola. La portò su e come in un vecchio film western la puntò contro la foto di fronte a lui. Chiuse un occhio e con l’altro prese la mira. La geometria che descrivevano l’iride, il braccio dell’uomo e la canna della pistola era una retta. Una linea perfettamente tracciata che aveva origine dall’occhio di Salvatore e andava a finire nella figura dell’uomo nella foto. Rimase in questa posizione non si sa per quanto. Minuti forse, tanto che il braccio iniziò a tremargli per lo sforzo. Salvatore tornò in sé e posò la pistola sul bracciolo. Fissò il sigaro cubano, marrone e snello gli sembrò di averlo poggiato lì qualche secondo prima. Rinfilò la mano nel taschino e tirò fuori uno zippo con incise le sue iniziali. Lo poggiò vicino al bicchiere. Prese il sigaro e lo portò alla bocca. La parte inferiore era già stata tagliata. Sentiva il suo sapore aspro tra i denti. Fu quasi disgustato. La nuca iniziò a dolergli un po’. Era un dolore dolce, che accolse a braccia aperte. Prese lo zippo e fece scorrere il pollice sulla fredda ruota metallica. Questa innescò delle scintille ma la fiamma non volle venir fuori. Allora Salvatore decise di metterci un po’ più di convinzione. La ruota metallica girò più in fretta e una dolce fiamma arancione e accogliente spuntò fiera. Salvatore passò il fuoco sulla parte anteriore del sigaro e inspirò. Sentì un bruciore sotto la lingua allo stesso modo di quando da bambino per sbaglio iniziò a masticare la pezzetta di metallo per pulire i piatti. Il fumo all’interno della gola raschiava tutto con vigorosa prepotenza. Salvatore espirò. Una nuvoletta di fumo colorò la stanza. La luce bianca e accogliente divenne grigiastra e Salvatore si trovò nuovamente a fissare la foto sullo scaffale. La nuvoletta di fumo si andava via via dissolvendo e lasciava sempre più spazio allo sguardo dell’uomo di fissare quella cornice. L’uomo notò che il bambino aveva le mani alzate e teneva stretto un pallone da calcio. La donna portava due anelli. Una fede e un anello d’oro con un brillante al centro. Il film durò circa due ore. Il bambino seduto sulle ginocchia del padre alternò momenti di quiete e silenzio a momenti di frenesia incontrollata. L’apice lo raggiunse quando vide la ragazza cavalcare il leone. Salvatore ricordò che per farlo immedesimare meglio nella scena iniziò a dondolarlo sulle ginocchia, cosicché potesse sembrargli di essere lui il protagonista di quella scena. Il risultato fu meraviglioso. Il bambino alzò il piccolo braccio, puntando il ditino dritto sullo schermo. La madre non riuscì a trattenersi dalle risate. Salvatore scrollò via di dosso quel pensiero che non era stato invitato. Lo buttò fuori a calci dal suo subconscio con uno schiaffo. Tornò alla realtà. Il dolore e l’irritazione provati dal quel tiro di sigaro avevano già lasciato spazio alla solita naturalezza della bocca. Salvatore era irritato. Prese un gran respiro e inspirò con più forza. I dolori dalla nuca erano passati alla fronte e lo stomaco iniziò a lamentarsi. Il whisky stava facendo effetto. L’uomo sorrise malinconicamente. La gola gli bruciò e l’ugola sembrò gridare pietà. Salvatore trattenne il fiato fino a quando poteva. Sentì un’enorme dolore lungo tutto l’apparato respiratorio. Poi espirò. La nuvola di fumo adesso era più densa e più grigia. Si allargò così velocemente che a Salvatore sembrò che volesse inghiottire la stanza. Poi l’uomo sembrò sentire qualcosa, una voce lontana, molto lontana, gli sembrò di sentire: «Vai a fumare fuori!». Salvatore scoppiò in una grande risata. Una risata triste, finta e amara. All’uscita dal cinema il bambino era impazzito. Gridava euforico correndo qua e la. La madre faceva fatica a stargli dietro. Arrivarono faticosamente alla macchina. Il bambino sul sedile del passeggero si allacciò subito la cintura e tirò fuori i suoi due giocattoli preferiti. Se li portava ovunque. Iniziò a farli combattere senza sosta. C’era il pienone per strada. Per i primi minuti i due genitori discussero su quale percorso fare per tornare prima a casa. Lei diceva di prendere la superstrada, si allungava un po’ ma si sarebbe comunque arrivati prima. Lui non le diede ascolto. Anzi, decise di fare la strada più corta. Non aveva voglia di allungare, era sicuro che quel caos a qualche isolato sarebbe finito. Ebbe ragione. Superato l’ingorgo dopo il cinema la strada si liberò, come previsto. Salvatore prese in giro la moglie, e lei dovette stare al gioco. Si fermarono a un semaforo. Salvatore guardò il figlio dallo specchietto retrovisore. Il giocattolo cattivo ce le stava prendendo di santa ragione. Il semaforo divenne verde. Salvatore mise la prima e partì con calma, non andava di fretta. Con l’occhio destro notò la luce intensificarsi. Si voltò, la figura della moglie venne oscurata dai fari di un’altra auto. L’urto fu violento. Salvatore vide tutto a rallentatore. La portiera destra veniva deformata verso l’interno. Prima con dolcezza e poi con una violenza mostruosa. Il cofano anteriore dell’altra macchina prepotentemente azzannò lo sportello. Lo tirò via e prese lei. Salvatore la vide sparire, allo stesso modo di quando vieni rapito in un angolo buio, prima ci sei, e poi svanisci nel nulla. La macchina iniziò a girare. Salvatore col collo decise di vincere la forza d’inerzia. Guardò il piccolo. La cintura del seggiolino era allo stremo. La fatica a cui veniva sottoposta era troppa. L’auto si schiantò contro il lampione all’angolo della strada. La cintura cedette. Il piccolo come la madre venne sbalzato fuori dall’auto. La dinamica volle che il bambino uscisse dal finestrino. Prima con la testa poi con le spalle e poi col resto del corpo. Salvatore vedeva un secondo pezzo di cuore venire rapito e buttato via. Per strada, al buio, al freddo, da solo. Aprì gli occhi, vide la beretta nella mano. Sentì il suo peso. La testa era in fiamme e lo stomaco brontolava. La gola chiedeva un bicchiere d’acqua e il cuore era a pezzi. Salvatore tolse la sicura dalla pistola e la puntò alla tempia. Il gelido ferro premeva con forza e stranamente riusciva a dargli sollievo. L’uomo fissava la foto di fronte a lui. Una lacrima gli solcò il viso e nello stesso istante un pensiero gli attraversò il cervello: Cosa sarebbe successo se quel giorno dopo il cinema avessi preso una strada diversa… Poi lo sparo.

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