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Ti cerco

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Mia cara Fernanda querida, vorrei proprio scriverti una lettera, un giorno, una lettera che sappia di me, di te e di tutte le cose che furono, e che mai saranno.

Vai minha tristeza
E diz a ela que sem ela não pode ser
Diz-lhe numa prece
Que ela regresse
Por que eu não posso mais sofrer

Tom Jobim

 

 

Mia cara Fernanda querida,
vorrei proprio scriverti una lettera, un giorno, una lettera che sappia di me, di te e di tutte le cose che furono, e che mai saranno.
Ci penso, ora, prima di dormire, e penso di quale verità parlerebbe se te la scrivessi. Sarebbe scritta con parole morbide come seta, suadenti come la musica di una bossanova, sarebbe scritta con tutte quelle parole che mi hai detto, mentre ero sordo, dolci e roche ed esauste, eppure così piene di forza.
E attraversando gli inganni del tempo e le nebulose della memoria, essa ti direbbe che io sono ancora io, e che mantengo illusioni, che vago da solo di città in città cercando il mio posto, per strade che credo abbiano cuore e non solo polvere. Il mio incedere ora trema e mentre cammino guardo verso il basso, forse potrei trovare qualcosa?
Ti direbbe che cerco la stessa energia di quando io e te camminavamo a testa alta, tenendo per mano il sole.
E che anche la casa è la stessa: il vecchio parquet scricchiola sotto il peso degli anni e racconta storie notturne di fantasmi, ricordi quando giocavamo a farci paura? Dalla finestra entra il dipinto mutevole del giardino e la pianta di fico ha costruito braccia eterne verso il cielo.
E che a primavera e d’autunno i gatti continuano a regolare i conti con gli invasori del territorio, o a fare canti d’amore, differenti e uguali a quelli di sempre.
E che a fine luglio il gelsomino rampicante spande nell’aria quel profumo dolce e animale che con una certa veemenza preannuncia l’estate.
E poi ti direi che le notti sono lunghe, dense, senza respiro, e che allora resto steso sul pavimento della mente a guardare il soffito che scende lentamente come in un racconto di Poe, ma poi io che sono un ladro di immagini, vado nelle pagine della memoria, a te. In un tuo bacio c’è un lontano sapore di caffè e centinaia di piccole perle luccicanti, l’atmosfera densa di risate complici, il tuo corpo scattante al ritmo della musica.
Povero cuore reagisce come se fossi qui ora e quell’immagine un rifugio segreto, e batte, velocissimo.
Però, se la notte mi sveglia, come da sempre, mi alzo e accendo la luce nella nostra stanza dalle pareti blu, quella che chiamavi la stanza sotto il mare, e come sospeso ti cerco. «Al di là di te ti cerco. Non nel tuo specchio e nella tua scrittura, nella tua anima nemmeno. Di là, più oltre.»
Quelle parole mi urlano, come fuori le prime stelle del mattino: ho lasciato aperte le porte della notte, del fulmine, del vento e di ciò che credevo fosse impossibile? Me lo chiedo e cerco di riaddormentarmi e se non ci riesco apro le finestre sulla via, tendo l’orecchio ad ascoltare la città che si sveglia, ancora un poco, e per addormentarmi penso che ti scriverei che non sapevo che per essere interamente vivi bisogna dire un grande sì, e quella vita bisogna desiderarla, accoglierla, mettere segnali forti come stelle. Che si veda chiaramente che siamo qui, pronti, perché possa venire, da me da te, domani o fra mille anni. Che non ci colga nel sonno o impreparati, mentre viviamo facendo finta di essere vivi.
E ti direi non senza vergogna, che da qualche tempo ho infilato un panno sotto a tutte le porte, ho cacciato il vento e l’aria che forzavano per aprire, sperando di non aver più bisogno di te, ho chiuso tutte le tende della casa, ho impedito alla luce di entrare. Da qui nessuno entra, da qui nessuno esce.
E ti direi anche che ti aspetto, che questa lettera ti riporterà a casa, che salirò con te su tutti quegli altri voli che non presi, che questa volta potrò finalmente esserci. Ma ti direi: guarda, tutto quello che c’è stato nel frattempo, di te, di noi, che sembra così distante e così sbiadito come in una foto color seppia, è solo l’inizio di un nuovo capitolo, è l’incipit di un’altra storia, questa volta da vivere solo e improvvisando, senza copione, senza regia. Ora la scrivo e ora, te lo prometto, vivo.

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