Condividi su facebook
Condividi su twitter

Lo spauracchio

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Tra le tante, sconvolgenti conseguenze che avevano avuto le loro vite dopo la nascita del bambino, una delle più seccanti era che ormai, praticamente, non cenavano più insieme da mesi.

Tra le tante, sconvolgenti conseguenze che avevano avuto le loro vite dopo la nascita del bambino, una delle più seccanti era che ormai, praticamente, non cenavano più insieme da mesi.
Anche quella sera, infatti, Amedeo si era ritrovato a succhiare la minestra dal cucchiaio fissando il vuoto, mentre il piatto della moglie si freddava davanti a lui in malinconiche nuvole di vapore.
Il bambino era un osso duro. Per addormentarsi esigeva esclusivamente la mamma, le luci spente, il latte tiepido, il pupazzo George e una serie interminabile di promesse, ammonimenti, esortazioni, sfide, minacce, spauracchi.
Aveva quasi finito la sua minestra quando suonarono alla porta.
Amedeo aggrottò il sopracciglio sinistro, si alzò delicatamente dalla sedia e con passo felpato si diresse verso l’ingresso per scrutare dallo spioncino senza farsene accorgere. Probabilmente, pensò mentre si avvicinava, era la signora Viola che aveva di nuovo perso il suo gatto e aveva ricominciato con il lamentoso censimento porta a porta. Figurarsi se a quell’ora lui aveva voglia di parlare di quel gatto obeso e privo del minimo senso dell’orientamento.
Dallo spioncino non vide niente, ma un’altra scampanellata avrebbe sicuramente vanificato tutto il lavoro fatto dalla moglie fin lì. Rassegnato, aprì la porta.
La figura che si trovò di fronte era decisamente diversa da quella della signora Viola in vestaglia, ma era talmente strana che Amedeo impiegò un tempo considerevole a cercare di capire se stesse vivendo quella scena realmente o se fosse solo una assurda allucinazione dovuta alla stanchezza.
La mano che aveva suonato al campanello apparteneva infatti a un omaccione alto due metri, nero come la pece, nerboruto e glabro come un gladiatore della Mauritania. Era vestito solo di un cencio bianco che lo avvolgeva un paio di volte attorno alla vita, coprendo il necessario. Ai piedi portava dei logori sandali da turista. Osservava Amedeo con due enormi pupille che galleggiavano in occhi bianchissimi, a braccia conserte come un genio della lampada, e come se si aspettasse da lui qualcos’altro oltre alla sua faccia frastornata, ancor più pallida per contrasto di fronte a quel monumento d’ebano.
Passarono molti secondi, molti di più di quelli che in una situazione normale avrebbero costretto uno dei due astanti a rompere l’imbarazzo con qualsiasi abbozzo di conversazione.
Poi l’uomo parlò, e lo fece con una voce che sembrava provenire non dal pianerottolo ma direttamente dal fondo della tromba delle scale: «Dov’è il bambino?».
A quelle parole Amedeo si spaventò, e ciò in qualche in modo lo svegliò dalla paralisi in cui era scivolato. Mise una mano tra sé e la porta in un tentativo impulsivo di sbarrare la strada al gigante.
«Che vuoi dal bambino? Che vuoi?», rispose preoccupato.
L’uomo sulla porta assunse un’espressione incolpevole e alzò le mani mostrando i suoi enormi palmi bianchi: «Siete voi che mi avete chiamato».
Amedeo percepì forse qualcosa alle sue spalle, perché si voltò, e infatti dietro di lui, in fondo al corridoio, c’era la moglie con il bambino in braccio, entrambi in pigiama, svegli e letteralmente atterriti.
Una risata cavernosa risuonò come un coro gospel nell’appartamento, il ciclope scansò con il dorso della mano il mucchietto d’ossa al quale rispondeva il nome di Amedeo ed entrò nella stanza: «Qualcuno ha ordinato un Uomo Nero?», esclamò, prima di esplodere ancora in quella risata da Eddie Murphy malvagio.
Si sedette sul divano, guardandosi intorno. Fermò lo sguardo sul bambino, fissandolo gravemente, come per appurare una qualche teoria.
«Allora, le facciamo o no queste ninne?»
La madre strinse più a sé il piccolo, implorando con lo sguardo il marito, affinché facesse qualcosa. Eppure era stata proprio lei la causa di quella visita inusuale. Dopo aver promesso gelati doppia panna, minacciato punizioni esemplari, cercato di spiegare ragionevolmente l’importanza di una cospicua dose di sonno per affrontare degnamente la giornata successiva, alla fine si era vista costretta a passare al vecchio sistema che si tramandava in famiglia come un orologio da taschino: lo spauracchio dell’Uomo Nero.
Lo aveva invocato come ultima spiaggia, sentendosi un po’ in colpa (oggigiorno qualsiasi psicologo dell’età infantile avrebbe disapprovato, e lei ne era cosciente), esasperata dalle ore trascorse nello snervante e quotidiano sforzo di ipnotizzare il figlio.
Ora però l’Uomo Nero era lì per davvero. Seminudo, enorme. Puzzava un po’ di sudore, chiedendo a suo marito se per caso avessero in frigo un po’ di chinotto fresco.
Amedeo, più che impaurito, era disorientato. Quell’uomo era minaccioso nell’aspetto, ma sembrava innocuo nel comportamento.
Quando si alzò e cominciò a gironzolare per il soggiorno, lui gli andava dietro non sapendo bene cosa fare. L’ospite inatteso era molto curioso, sbirciava tra le cianfrusaglie nello svuotatasche, alzava mazzi di chiave esaminandoli come fossero grappoli d’uva, sceglieva e sfogliava meticolosamente qualche volume dalla libreria, prendeva le cornici esposte sulla madia per ammirare da vicino le fotografie che contenevano, apriva gli sportelli della credenza per verificare con l’unghia del dito il valore dei cristalli del servizio buono, assaggiava le liquirizie prendendone generose manciate dal porta bon bon di Bohemia al centro del tavolo. E tutto questo lo accompagnava con espressioni ora stupite, ora compiaciute, soffocando risatine sarcastiche, trotterellando per la casa con la postura dinoccolata di chi è ben disposto a tutte le esperienze della vita.
Amedeo seguiva le sue orme, rimettendo al loro posto le cose spostate e cercando il momento per imporre la propria autorità di capofamiglia, senza trovare mai quello giusto.
«Ma insomma, adesso basta!»
A intervenire fu la moglie di Amedeo.
«Cosa diavolo significa tutto questo? Da dove vieni tu?»
L’uomo nero si voltò.
«Da Fiano Romano, signora. Per servirla.»
La signora però non sembrò affatto sedotta da tanta ossequiosità. Due vispe chiazze rosse comparvero sulle sue guance struccate.
«Quindi mi stai dicendo che tu saresti l’Uomo Nero, che io ho accidentalmente invocato per far addormentare mio figlio, direttamente da Fiano Romano? E come saresti venuto? Con l’autobus?»
«Esattamente, signora» rispose candidamente l’Uomo Nero. «Con il Co.Tra.l. delle 17.55. È già da un po’ che giro per la città a prestare servizio. Anzi, tra un quarto d’ora finisco il turno e dovrei tornare a casa.»
Si avvicinò alla signora, quindi al bambino.
«Posso?» chiese dolcemente, allungando le braccia verso la donna.
La risposta della madre non arrivò, ma lui prese delicatamente il piccino mettendo le sue grandi mani sotto le sue piccole ascelle.
Poi lo adagiò a pancia in giù, lungo il suo avambraccio sinistro, mentre con la mano destra gli dava delicati e regolari buffetti sul sederino.
Amedeo e la moglie assistevano a quella scena, sconcertati ma in qualche modo affascinati, mentre l’Uomo Nero continuava a curiosare nel soggiorno, cullando il bimbo con una cantilena incomprensibile.
Passarono pochissimi minuti e il bebè fu riconsegnato alla mamma più addormentato che mai. Senza il latte tiepido, senza il pupazzo George, senza le luci spente.
«Ecco fatto» sospirò, come un idraulico che avesse finalmente riparato la perdita sotto il lavandino. Si avviò verso la porta con il suo passo ciondolante e le liquirizie infilate nello straccio che portava addosso. La moglie fulminò con lo sguardo Amedeo, che stavolta fu veloce a capire cosa intendesse.
«Aspetti, scusi» disse Amedeo. Questi sono per lei, per il disturbo. E gli allungò una banconota da venti euro che l’Uomo Nero fece sparire nel pugno della mano sinistra senza neanche guardarli.
«Vi ringrazio. Questo è il mio numero, per le emergenze» disse. E consegnò a Amedeo una scatolina personalizzata di fiammiferi, facendola apparire non si sa bene da dove.
«Ah, e se non vi dispiace mettetemi una buona recensione su Tripadvisor.»
Poi sparì dalla soglia di casa, lasciando dietro di sé una scia di sudore e incredulità.
Amedeo e la moglie si guardarono negli occhi come non accadeva da tempo, chiedendosi se sarebbero stati capaci di raccontare a qualcuno quella storia assurda.
Amedeo rilesse ancora il numero di telefono sul pacchetto di fiammiferi, come se fosse la combinazione di una cassaforte misteriosa. Poi lo aprì, prese un cerino e lo accese. L’odore di zolfo gli arrivò forte alle narici, portando con sé certi ricordi di infanzia a cui non pensava da tempo. Fissò per un attimo la fiammella che cominciava a consumare il legnetto, e poi la spense con un soffio.
«Beh, andiamo a letto» disse alla moglie.
Lei non rispose, gli diede un bacio sulla guancia e socchiudendo gli occhi posò per un attimo la testa sulla spalla del marito.

Ultime
Pubblicazioni

Sfoglia
MagO'