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Cosa vuol dire

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Illustrazione di Agrin Amedì
Cosa vuol dire essere innamorato a cinquant’anni? Il famoso attore, mentre si girava in cerca della migliore posizione per addormentarsi, vide comparire all’improvviso questa domanda, mentre la sua mente sprofondava in un inquieto dormiveglia.

Cosa vuol dire essere innamorato a cinquant’anni?
Il famoso attore, mentre si girava in cerca della migliore posizione per addormentarsi, vide comparire all’improvviso questa domanda, mentre la sua mente sprofondava in un inquieto dormiveglia. Dopo il sesso fatto pochi minuti prima con la giovane e procace fan sconosciuta di turno, sentiva l’uccello ancora spossato, con uno sgradevole prurito che neanche le abbondanti abluzioni avevano eliminato del tutto. Ormai faceva fatica a eccitarsi, ed era riuscito a scoparsi Maria (o Myriam?) solo dopo la visione di un film porno e dopo averla legata all’asta della doccia mentre un’acqua caldissima bagnava i loro corpi. Anche così, a farselo diventare duro ci aveva messo un sacco di tempo, e parecchie urla. Di violenza le sue, di protesta quelle di Maria (o Myriam). Per poi venire subito, oltretutto. Lei se ne era andata insultandolo; lui le aveva dato della puttana mal riuscita. E adesso era solo, come ogni notte, nel letto king size di una delle tante lussuose suite degli alberghi che era abituato a frequentare. Tutte diverse, simili solo nella loro impersonalità.
Quella domanda comparsa all’istante, ospite indesiderata del disordinato flusso di coscienza che precede il sonno, aveva svegliato all’improvviso il famoso attore che aveva più di cento film all’attivo con i migliori registi. Aggiunse un secondo cuscino sotto la sua testa, cercando sollievo per i suoi polmoni che faticavano a trovare aria dopo le infinite sigarette quotidiane. Già, cosa vorrà mai dire essere innamorato a cinquant’anni?
Scartò subito quella roba appena fatta, poco più che una masturbazione, che aveva però il pregio di non lasciarlo incazzato come in quel momento. E scartò anche il rapporto di coppia stabile. Ancora arrabbiato com’era, inorridì al pensiero di dover vivere altre volte litigate come quella appena fatta.
Che poi, adesso, lui voleva solo dormire. Il famoso attore con due David di Donatello, una Coppa Volpi e una candidatura all’Oscar voleva solo riposare, ma il nervosismo glielo impediva. Come un flashback di uno di quei film di serie B pseudo intellettuali, quelli che quando gli proponevano i copioni lui li restituiva sdegnosamente al mittente, ora quella domanda apparsa vigliaccamente nel suo cervello gli faceva rivivere la serata trascorsa. Era convinto di aver avuto ragione con quella troia di Maria (o Myriam), ma l’irritazione che sentiva dentro non passava. Girò il cuscino in cerca di un lato fresco dove poggiare la testa, mentre il lenzuolo di sotto si accartocciava facendogli prudere le gambe nude. Provò ad addormentarsi recitando a mente la lista in ordine alfabetico delle province italiane, era un trucco che funzionava quasi sempre, il suo equivalente del contare le pecore. Tutto inutile: anche serrando gli occhi, il sonno non arrivava.
Il famoso attore, elogiato dalla critica per le sue interpretazioni capaci di creare una catarsi nello spettatore – sia che interpretasse ruoli drammatici o leggeri – si grattò una coscia con la mano destra e si sistemò lo scroto dentro i boxer. Nulla. La nervosa inquietudine che lo assaliva facendo vibrare il suo respiro – tanto che quasi rantolava – era ormai riuscita a svegliarlo del tutto. Aprì gli occhi, visto che tenerli chiusi era un inutile sforzo, e vide la fioca luce notturna filtrare dalle persiane della lussuosa suite.
Ma allora, cosa vuol dire essere innamorato a cinquanta anni?
Di nuovo quella domanda a tormentarlo, assieme alla rabbia che faticava a scomparire.
La passione? Ma quando mai!
Quello non era amore: a cinquanta anni, la passione era solo una regressione infantile.
Si alzò e andò verso il frigo bar per prendere qualcosa da bere. Stando al buio, la luce gialla del mobiletto aperto quasi lo accecò. Whisky. Sì. Buona idea, almeno si sarebbe stordito e avrebbe rimediato qualche ora di sonno. Lo versò in un bicchiere di vetro basso e tozzo e lo bevve in un sorso. Chiuse il frigo e i suoi occhi, adesso abituati a una luce più forte, videro tutto buio fitto per un attimo, tanto che sbatté col mignolo del piede sullo spigolo del letto, facendosi un male cane.
Il famoso attore, che aveva appena presentato il suo ultimo film dove interpretava un prete in crisi di coscienza perché innamorato, bestemmiò per il dolore a voce alta prima di rimettersi a letto. Ricominciò con il solfeggio delle province, e finalmente, cadde in un sonno inquieto: sognò.

Sognò quel suo primo amore perso nelle nebbie di un passato incompatibile con la fame di successo di un attore giovane desideroso di emergente. Sognò quella giovane e buona ragazza con cui si era conosciuto alle superiori giacere assieme a lui nello stesso letto king size dove ora era intenta a chiacchierare con lui a bassa voce, serenamente. Lei chiedeva scusa per non averlo saputo accompagnare nel futuro, e lui chiedeva scusa per non averla voluta vicino, e poi si raccontavano tante altre cose, e tutti e due si sorridevano. E bastavano due parole per fare un discorso intero, perché ognuno capiva l’altro non solo per ciò che si diceva, ma perché decifrava, assieme al tono della voce sommessa, anche tutti i suoi gesti. E poi facevano l’amore, e nel sogno lei non era giovane, ma ormai matura, come doveva essere adesso. E lui le accarezzava le braccia diventate flaccide, i seni che avevano ceduto alla forza di gravità, i fianchi allargati da gravidanze a lui sconosciute e le natiche stanche che si collegavano a cosce con la cellulite, e lei era felice mentre gli toccava con dolcezza i capelli grigi e radi, la pelle non più elastica, il viso dove le rughe ormai segnavano l’età come gli anelli in un tronco, lo stomaco incipiente, le gambe dove alcune varici cominciavano ad affiorare. E poi la gioia, una gioia incontenibile che lo invadeva mentre si preparava a penetrarla e poi…

Il famoso attore, che proprio ieri aveva rilasciato un’intervista di due pagine al noto giornalista del quotidiano a larga tiratura dove affermava che lui mentre recitava dava sentimenti ai personaggi non mostrava sé stesso, si risvegliò sudato con la t-shirt bianca e madida attaccata alla pelle. Aveva la bocca asciutta tanto da soffrirne, la schiena dolorante e un’angoscia che lo consumava dentro. Si alzò, con la cervicale che pulsando gli faceva perdere l’equilibrio e afferrò il telefono. Il numero lo aveva ancora.
Il famoso attore, stimato da tutti i registi perché non sbagliava mai un ciak con inutili virtuosismi recitativi, pigiò il pulsante di chiamata con il fiatone, come neanche i suoi colleghi cani delle telenovele avrebbero fatto. Non riusciva a respirare bene, ma aveva capito cosa vuol dire essere innamorato a cinquant’anni. Aveva capito che essere innamorato non voleva dire passione, sesso, solidarietà o condivisione. Aveva capito che essere innamorato voleva dire vivere quell’intimità che solo con quella ragazza di venticinque anni fa aveva avuto, e che aveva buttato via per una vita fatta solo di soddisfazioni esterne. E aveva capito anche che tutto questo era l’unica cosa che non aveva mai più ritrovato e di cui si era perfino dimenticato l’esistenza. Come avesse avuto un’illuminazione degna del monaco buddista che aveva impersonato nel film elogiato da tutti qualche anno fa, gli era diventato tutto molto chiaro.

«La persona da lei chiamata è irraggiungibile.»
L’impersonale voce femminile che arrivava dal cellulare spense quel momento con cortese violenza.
Irraggiungibile. Già. Era troppo tardi. Quella voce che al contrario del famoso attore, acclamato da tutti per la dizione perfetta anche quando recitava in dialetto, era stata registrata da una ragazza qualunque – neanche tanto brava, tanto da pronunciare “irraggiungibbile” con due bi come una qualsiasi borgatara della periferia romana – era riuscita a sintetizzare in poche parole tutta la sua vita.
Poggiò il telefono su un mobile, andò in bagno. Pisciò a fatica. Tornò in camera. Bevve un bicchiere d’acqua. Prese il pacchetto di Marlboro dalla tasca dei pantaloni che Maria (o Myriam) aveva gettato su una poltrona qualche ora prima nel tentativo di rianimare il suo pisello annoiato. Aprì la finestra, si accese una sigaretta e guardò fuori poggiando i gomiti sul davanzale. Il Canal Grande, sotto l’albergo di lusso, scorreva placido e lento, deserto. Poche luci illuminavano il paesaggio. Fece qualche tirata profonda sbuffando tristemente il fumo, scrollando la cenere che la brezza notturna riportava poi dentro la stanza. Il famoso attore inspirò a pieni polmoni l’aria lievemente salmastra che saliva dal corso d’acqua. E, per la prima volta senza che ci fosse una troupe davanti, pianse.

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