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Illustrazione di Agrin Amedì
La mia vita era totalmente vuota. Nancy, Nancy, Nancy…. Avevo 36 anni e il lavoro da contabile presso la ditta Baldini&Co assorbiva tutte le mie energie. Anche il solo arrivare sul posto di lavoro comportava una dura fatica.

La mia vita era totalmente vuota. Nancy, Nancy, Nancy…. Avevo 36 anni e il lavoro da contabile presso la ditta Baldini&Co assorbiva tutte le mie energie. Anche il solo arrivare sul posto di lavoro comportava una dura fatica. Abitavo dall’altro capo della città e il viaggio sui mezzi pubblici, due autobus più la metropolitana, mi estenuava. E tutte quelle scartoffie, fare i conti, mettere timbri, parlare al telefono in continuazione con clienti e fornitori mi facevano arrivare a fine giornata completamente sfatto. E ancora mi restava il viaggio di ritorno.
Una volta a casa prendevo una cosa qualsiasi dal frigorifero, la mangiavo contro voglia e poi mi buttavo sul letto in una veglia triste, così, senza sogni, senza pensieri. Nancy, Nancy, Nancy….
In un remoto angolo della mia testa avvertivo che stavo sbagliando tutto. Stavo buttando gli anni migliori della mia vita. Per cosa poi? Quasi per nulla. Continuavo a essere solo e povero, a combattere con i conti da pagare, non potevo permettermi neppure una piccola vacanza. Certo sopravvivevo, ma per me sopravvivere non era più abbastanza.
Un domenica di primavera però avvenne un miracolo. Perché qualcosa nella vita di un uomo prima o poi accade, basta aspettare.
Tra gli scaffali di un emporio cinese incontrai la mia salvezza. Nancy, Nancy, Nancy…. Aveva le fattezze di una splendida donna: bionda, occhi azzurri e la bocca semi-aperta sempre in un atteggiamento sorridente.
Rimasi incantato davanti alla sua bellezza e mi chiesi se una donna così sarebbe mai stata mia.
Non ebbi il coraggio di rivolgerle una parola e me ne andai girandomi parecchie volte per guardarla.
Nel corso della settimana pensai spesso a lei e aspettai con ansia la domenica successiva per poterla rivedere. Speravo di rincontrarla nello stesso posto, a volte con un po’ di fortuna.
E infatti fui fortunato. Mi ero vestito meglio del solito, ben rasato, profumato e nello stesso punto, tra gli stessi scaffali, la ritrovai. Balbettando le dichiarai il mio amore. Nancy, Nancy, Nancy… Lei imbarazzata non rispose; mi sorrise e accettò il mio invito a cena. Avrei dovuto portarla in un bel ristorante, ma la mia voglia di possederla non poteva aspettare. Le preparai una cena frugale a lume di candela, una buona bottiglia di vino bianco e poi finimmo a far l’amore sul divano. Fu la cosa più sconvolgente della mia vita. Non credevo che una donna potesse regalarmi una gioia così immensa: era calma, ma allo stesso tempo disinibita; non parlava molto ma sapeva essere un’ottima ascoltatrice.
Quanti sogni e quante paure le confidai, e poi tornavamo a far l’amore con rinnovata dolcezza e passione. Nancy, Nancy, Nancy…. non smetterei mai di pronunciare il suo nome. Le chiesi di venire a vivere con me e lo feci con tutto il timore che lei potesse rifiutare il mio invito. Invece mi disse di si e da allora la mia vita ebbe finalmente uno scopo. Certo, il viaggio per arrivare al lavoro è sempre lungo, certo le scartoffie come al solito mi soffocano, ma ora ho una speranza e una certezza. Quando tornerò a casa so che lei sarà lì ad aspettarmi seduta sul divano a guardare la televisione.
Anche se non sa cucinare, non scende a fare la spesa, non sa stirarmi una camicia, io le perdono tutto. Lei è il mio unico amore, la luce della mia vita. Sono vivo per lei, mi sento vivo solo dentro di lei. Ogni sera a tavola parliamo tanto, lei mi rincuora e mi dice che insieme possiamo affrontare il mondo, che finalmente nessuno dei due sarà più solo. Sogniamo di poter cambiare vita, di andare a stabilirci in qualche posto esotico dove le cose non sono tanto complicate, ma tanto che importa, anche qui va bene, basta che restiamo sempre insieme. Nancy, Nancy, Nancy… E poi ridiamo tanto, guardiamo un film sentimentale e sempre, giuro, sempre, finiamo per far l’amore abbracciati, stretti stretti come un unico corpo. Io e lei siamo la prova vivente che Neruda aveva ragione, io e lei siamo l’amore puro, quello che le persone comuni neanche riescono a immaginare.
Questo magnifico idillio durò fino a una freddissima sera d’inverno. La tramontana fischiava tra le tapparelle socchiuse. L’aria era secca e carica d’elettricità. Ci ficcammo nel letto sotto il piumone caldo per cercare il nostro solito momento d’intimità.
Ma mi accorsi subito che in lei c’era qualcosa che non andava. 
« Nancy, Nancy, Nancy… cos’hai?»
Lei non mi rispose; rimase fredda e inerte a guardarmi con i suoi occhi grandi e spaventati. 
Poi mi accorsi che la sua pelle era gelata. 
Continuai a chiamarla più volte; lei non rispose.
In preda al terrore che le fosse accaduto qualcosa mi alzai di corsa dal letto e chiamai il 118 affinché mandassero al più presto un’ambulanza. Rimasi tutto il tempo alla finestra in attesa di sentire la sirena avvicinarsi. 
Finalmente arrivò e io tutto trafelato accompagnai il medico e l’infermiere nella stanza da letto dove avevo lasciato la mia Nancy agonizzante. Quando i due videro la sua pelle ormai floscia, sgonfia tra quelle lenzuola, si guardarono a lungo tra di loro; sembravano interdetti.
Il medico si passò lentamente entrambe le mani sul viso, poi sui capelli. Chiuse gli occhi e scosse penosamente la testa, prese il telefono dalla tasca e uscì dalla camera da letto per comunicare la notizia a qualcuno. Chissà a chi. Ancora me lo chiedo, ma il pensiero svanisce in fretta tra queste pareti imbottite che rimbombano solo il suo nome: Nancy, Nancy, Nancy…

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